gio10022014

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Il caso. "Vuoi lavorare? Devi toglierti il velo"

Sono le condizioni dettate a Sara Mahmoud, 21enne milanese e musulmana, da un'azienda che cercava personale per fare volantinaggio. Depositato in tribunale un ricorso antidiscriminazione



Roma – 12 aprile 2013 – “Ciao, Sara. Mi piacerebbe farti lavorare perché sei molto carina, ma sei disponibile a toglierti il chador?”. “Ciao Jessica, porto il velo per motivi religiosi e non sono disposta a toglierlo. Eventualmente potrei abbinarlo alla divisa”. “Ciao Sara, immaginavo. Purtroppo i clienti non saranno mai cosi flessibili. Grazie comunque”.  “Dovendo fare semplicemente volantinaggio, non riesco a capire a cosa devono essere flessibili i clienti”. Poi basta.

È lo scambio di mail Sara Mahmoud, ventunenne milanese figlia di immigrati egiziani, studentessa di Beni Culturali, e una società che cura eventi Fiera alla quale si era rivolta per fare volantinaggio, inviando curriculum e foto. Quel lavoro però è sfumato, come testimonia il dialogo via web, perché la ragazza, musulmana, ha i capelli coperti dallo  hijab.

Non è la prima volta che le succede, ma stavolta ha deciso di far valere la legge, che non ammette questo tipo di discriminazioni. Stamattina gli avvocati Alberto Guariso e Livio Neri, da anni attivisti antirazzisti attraverso la onlus Avvocati per Niente, presenteranno un ricorso al tribunale civile di Lodi.

Sara e i suoi legali chiederanno ai giudici di “accertare e dichiarare il carattere discriminatorio dei comportamenti” della società che le ha chiuso la porta in faccia perché indossa il velo. “Anche la Corte europea – commenta su Repubblica l’avvocato Guariso - ha sempre sancito che le limitazioni che incidono sulla libertà religiosa possono essere introdotte solo a tutela di diritti personali altrettanto importanti, come la sicurezza o l´incolumità personale  non certo per inseguire un presunto gradimento della clientela”.