Attualità - Il portale dell'immigrazione e degli immigrati in Italia - Stranieri in Italia
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Gio, Dicembre

Roma, 10 dicembre 2018 - Il premier belga Charles Michel "ha preso atto" delle dimissione dei ministri dell'Alleanza nazionalista neo-fiamminga N-Va, in contrasto con la decisione del governo sull'approvazione sul Patto sui migranti Onu. Lo riferiscono i media locali. Il N-Va chiedeva "perlomeno l'astensione sul patto". Il premier ora dovrà guidare un governo minoritario. Le elezioni legislative sono programmate per maggio 2019. I ministri dimissionari, tuttavia, non hanno ancora formalizzato ufficialmente la propria decisione.

Roma, 10 dicembre 2018 - “L’Italia è preda di un sovranismo psichico”, gli italiani sono spaventati e arrabbiati per la mancata ripresa e i migranti diventano il capro espiatorio. E’ la fotografia di un Paese “incattivito” ad emergere dal 52esimo Rapporto del Censis sulla situazione sociale del Paese.Per il 75% degli italiani gli immigrati – segnala il Rapporto – fanno aumentare la criminalità, per il 63% sono un peso per il welfare.

Solo il 23% degli italiani ritiene di aver raggiunto una condizione socio-economica migliore di quella dei genitori. E il 67% ora guarda il futuro con paura o incertezza. 300mila giovani che lavorano tra i 20 e 29 anni sono a rischio povertà; diecimila più che nel 2016.Secondo il Censis, dopo il rancore è arrivata “la cattiveria”. Colpa della delusione per lo sfiorire della ripresa e per l’atteso cambiamento miracoloso che non è arrivato.Il rancore si estende a livello comunitario: solo il 43% degli italiani pensa che l appartenenza all’Unione europea abbia giovato all Italia, contro una media europea del 68%: siamo all ultimo posto, addirittura dietro la Grecia della troika e il Regno Unito della Brexit.

Roma, 7 dicembre 2018 – La nave Aquarius deve sospendere le sue attività di soccorso in mare dei migranti, “dopo due mesi in porto a Marsiglia senza riuscire a ottenere una bandiera, mentre uomini, donne e bambini continuano a morire”.
L’annuncio arriva da MSF e SOS Méditerranée che denunciano un clima crescente di criminalizzazione delle persone che fuggono da situazioni disperate e di chi li aiuta.
“Una scelta dolorosa, ma purptroppo obbligata – dicono – che lascerà nel Mediterraneo più morti evitabili, senza alcun testimone”, precisando che “finché le persone continueranno a morire in mare o a subire atroci sofferenze in Libia” si cercheranno “nuovi modi per fornire assistenza umanitaria e cure mediche di cui hanno disperatamente bisogno”.
Le operazioni di soccorso della nave, dal 2016 a oggi, hanno consentito sencondo le due ong di salvare oltre 30.000 persone. Ma non resta che arrendersi, denunciando da una parte la campagna avviata dal governo per ostacolare le organizzazioni umanitarie, che mina il diritto internazionale e i principi umanitari, e allo stesso tempo la mancanza di soluzioni europee al problema e l’incapacità di garantire il soccorso e salvare vite umane. “La fine di Aquarius vuol dire più morti in mare, più morti evitabili che avverranno senza alcun testimone” sottolinea Medici senza frontiere.

Roma, 6 dicembre 2018 - La Danimarca intende confinare i richiedenti asilo che sono stati respinti e che hanno commesso crimini sulla remota isola di Lindholm, al largo della costa, a un centinaio di chilometri a sud della capitale Copenaghen. Il Parlamento danese, riporta il Wall Street Journal, ha dato il via libera per inserire nel budget per il bilancio 2019 i fondi per un centro di espulsione sull’isola. Situata a circa un miglio e mezzo dalla costa, l'isola di Lindholm ospiterà anche coloro che non possono rimanere in Danimarca ma che non possono essere espulsi per motivi legali e si trovano dunque in una sorta di limbo giuridico. Dal 1926 l’isola ospitava l'Istituto veterinario di ricerca sui virus. Il nuovo centro, con una capienza di 125 persone, sarebbe operativo a partire dal 2021 e verrebbe sottoposto alla sorveglianza permanente delle forze di polizia.

La ministra dell’immigrazione Inger Stojberg ha applaudito la misura con un post su Facebook, scrivendo che “se sei indesiderato nella società danese, non dovresti essere un fastidio per i danesi regolari. I criminali stranieri e i richiedenti asilo respinti che hanno violato la legge avranno ora un nuovo indirizzo”. "Succederà quando li trasferiremo sull'isola disabitata, Lindholm. Sono indesiderati in Danimarca e devono capirlo", si legge nel post. L’opposizione ha attaccato la misura affermando che questa e altri provvedimenti del governo, come la riduzione dei fondi per i rifugiati e un aumento dei rimpatri, stanno mettendo a rischio la reputazione della Danimarca per quanto riguarda i diritti umani.

Città del Vaticano, 7 dicembre 2018 – La sezione Migranti e Rifugiati del dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale della Santa Sede esprime “soddisfazione” per il testo finale del patto globale per una migrazione sicura, ordinata e regolare (global compact) che sarà adottato al vertice che si svolge lunedì e martedì a Marrakech. Al vertice parteciperà peraltro una delegazione vaticana guidata dal cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin.
Pur esprimendo “riserve” su alcuni riferimenti del documento ad altre iniziative delle Nazioni Unite relative, in particolare, all’aborto e alla “agenda Lgbt”, come è consuetudine della diplomazia vaticana nei fori internazionali, i due sottosegretari di questa sezione della quale il Pontefice ha avocato la direzione ad interim, il gesuita Michael Czerny e lo scalabriniano Fabio Baggio, scrivono in una nota: “Accogliamo l’adozione” dei due global compact “con speranza. La Chiesa può fare molto nell’area vasta e complessa della mobilità umana, e si propone di farlo con un approccio integrale (spirituale e materiale) nell’accoglienza, protezione, promozione e integrazione dei migranti più vulnerabili".

    Roma, 7 dicembre 2018 - In questi giorni è stata sollevata la polemica sul regolamento comunale di Codroipo riguardo la presenza/assenza di bambolotti dalla pelle scura e giochi e strumenti musicali che facciano riferimento ad altre culture negli asili. Non voglio entrare in merito di quanto successo a Codroipo, ma voglio parlare di quello che è successo lo scorso anno scolastico a me e mio figlio, in un asilo statale della provincia di Roma dove comunque un bambolotto dalla pelle scura c’era.

  Ma andiamo con ordine. Ho vissuto in un paese africano (del quale non voglio fare il nome) per molti anni e lì ho adottato mio figlio come single all’inizio del 2017. A novembre dello stesso anno ci trasferiamo in Italia, in un paese della provincia di Roma, ed iscrivo mio figlio di 4 anni all’asilo statale. All’inizio sembra che con le maestre vada tutto bene, racconto loro la storia di mio figlio e sembrano collaborative. Mio figlio è un po' spaesato perché è la prima volta che si trova in un contesto di sole persone bianche, ma io confido che le insegnanti lo aiuteranno.

  A fine novembre mio figlio mi racconta che una bambina della sua classe gli ha detto che è brutto perché è nero. Io mi dispiaccio, ma non mi preoccupo. I bambini a questa età non hanno filtri e nel nostro paese sono abituati a vedere solo bambini bianchi. Decido di riferirlo all’insegnante. E qui arriva la mia sorpresa: la maestra mi dice che non ci può fare nulla. Deve sentirsi attaccata perché aggiunge anche di avere tanti bambini in classe e di non potersi accorgere di tutto. Cerco di dirle che capisco e per questo l’ho voluta informare. Lei chiude dicendo che per queste cose ci sono i colloqui a fine gennaio. Io rimango basita e furente. Ne parlo con la preside e mi assicura che ne parlerà con le insegnanti.  

I giorni passano e mio figlio inizia a mostrarsi sempre più insicuro, se andiamo al parco non vuole giocare con bambini che non conosce perché ha paura che gli dicano che è brutto, quando è ora di dormire, anche se dorme nel lettone con me, si nasconde sotto le coperte. Passa Natale, il primo Natale della sua vita con i regali, e riesco anche a rispondere a perché prima Babbo Natale non gli avesse mai portato un regalo senza far cadere su di lui le ingiustizie del mondo.
 
Ma quando torna a scuola a gennaio e la stessa bambina fa lo stesso commento ed io lo vedo soffrire per questo, non posso fare altro che dirgli che ci sono persone che dicono cose sbagliate, perché nessuno è brutto a causa del colore della sua pelle, siamo tutti belli. Parlo di nuovo con l’insegnate e ricevo la stessa risposta di prima. Le chiedo se conosce i genitori della bambina, se sia il caso di parlarci, e lei si trincera nell’omertà “Non so chi siano, non li conosco”. Dire che sono infuriata è dire poco, chiamo l’UNAR, l’ufficio per denunciare casi di razzismo presso la presidenza del consiglio dei ministri. Ottengo un incontro congiunto con la preside e la coordinatrice pedagogica.
 
E così mi trovo ad una specie di tribunale o esame con me seduta su una sedia dell’asilo e la preside, la coordinatrice didattica e una delle insegnanti in riga dall’altra parte dei banchi di scuola. All’inizio cercano di minimizzare, dicono che va tutto bene, poi però mi dicono che hanno parlato con il padre della bambina. Inizio a fare domande. Se va tutto bene perché avete parlato con il padre della bambina? Cosa state facendo per mio figlio? Avete giochi che non rappresentino solo bambini bianchi? Avete libri i cui protagonisti non siano bianchi? Raccontate storie in cui i protagonisti non siano bianchi? Ed è li che, dal fondo della cesta dei giochi, la maestra tira fuori un bambolotto dalla pelle scura. Poi la preside inizia a parlare e scopro presto la sua strategia: darmi la colpa. Se l’insegnate mi ha risposto in quel modo è colpa mia perché io ho un modo di fare incalzante. Aggiunge che la situazione è particolare perché a mio figlio manca la figura paterna.
 
Quando le parlo del malessere di mio figlio mi dice che non posso esserne sicura perché lo conosco da troppo poco tempo e conclude che mio figlio si deve abituare a situazioni del genere. La coordinatrice pedagogica poi ci mette il carico: secondo lei questo non è un problema vero, il problema vero lo hanno nella sua classe dove è appena arrivato un bambino russo che non parla italiano. Io sono così rivoltata da quello che mi tocca sentire che scelgo di non rispondere, le lascio parlare mentre fisso il soffitto dietro di loro.  

Pochi giorni dopo mio figlio si mette a piangere perché non vuole entrare a scuola, cosa mai successa. Lo porto a casa. Ci sono i colloqui, ma l’insegnante continua a dirmi che va tutto bene. Mi mostra anche un lavoro che hanno fatto sul corpo umano che rappresenta una grande figura umana color rosa porcellino. Ottengo un altro incontro con la preside, stavolta solo io e lei. E approfitto per dirle tutto quello che non le ho detto in precedenza: non si può permettere di dirmi che non conosco abbastanza mio figlio, perché sono la madre e sono la persona che lo conosce meglio sulla faccia della terra. Non si può permettere di dire che il mio essere single abbia a che fare con la situazione, perché in primo luogo si sta parlando di qualcosa detto da un’altra bambina e soprattutto di come questo sia stato gestito dalla preside, in secondo luogo la figura paterna non è garanzia di nulla, ed in terzo esistono vari tipi di famiglie monoparentali e omogenitoriali.

  Le dico anche che l’intervento della coordinatrice pedagogica è stato fuori luogo, perché per quanto la barriera linguistica sia ardua i bambini la superano in fretta. Invece non è che se mio figlio si impegna diventerà bianco, sarà sempre nero. Il colore della pelle non si cambia. Sono problemi diversi e la coordinatrice pedagogica non dovrebbe mettersi a fare la gara a chi ha il problema più grosso in classe. Le racconto anche del lavoro della classe sul corpo umano. “Un’occasione persa per lavorare sull’inclusione” le dico. Perché si possono rappresentare i vari colori di pelle.  

Si tratta di una scuola intitolata ad un grande pedagogista italiano, il cui POF è pieno di belle parole sull’inclusività, che fa suo il motto “I care” antifascista e poi all’atto pratico afferma che un bambino oggetto di razzismo a 4 anni si debba abituare al razzismo, che nega il problema, che non fa nulla per risolverlo.  Si tratta di una scuola con un bambolotto nero in classe. Ma il bambolotto, da solo, non basta.  

Mio figlio ha smesso di frequentare quella scuola. Ora per fortuna ha delle maestre meravigliose. Ha ancora compagni che gli dicono cose poco piacevoli, come chiedergli perché la mattina si mette la cacca in faccia, ma ha delle maestre che lo aiutano ad affrontare e superare certe situazioni.  

Francesca De Maria 

Roma, 6 dicembre 2018 - Aumenta il caos sul fronte della migrazione dopo il decreto Salvini: alcuni migranti in possesso del permesso di soggiorno per protezione umanitaria si sono ritrovati da un giorno all’altro espulsi dai centri di accoglienza. A isola di Capo Rizzuto, in Calabria, lo scorso 30 novembre 24 persone sono state allontanate dal Cara e solo una parte di loro è riuscita a trovare un tetto grazie alla Caritas e alla Croce Rossa. Gli altri sono stati costretti a trovare alloggi di fortuna ricavati da scatoloni e sistemati alla bell’e meglio sotto i ponti per ripararsi dalla pioggia.

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