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 Il Tar ha accolto il ricorso di Inca e Cgil, cancellando il contributo da 80 a 200 euro per rilasci e rinnovi. Piccinini (Inca): “Finisce una speculazione indegna sulla pelle degli immigrati”

 

Roma – 25 maggio 2016 - La tassa sui permessi di soggiorno non esiste più, gli immigrati non devono più pagare 80, 100, o 200 euro per vivere regolarmente in Italia.

Una sentenza depositata ieri dal Tar del Lazio ha cancellato il contributo per il rilascio o il rinnovo del permesso introdotto nel 2012, accogliendo un ricorso presentato da Inca e Cgil. Una vittoria storica per patronato e sindacato (“abbiamo stravinto”, sostengono a ragione), ma soprattutto per milioni di immigrati, al termine di una battaglia legale durata quattro anni, portata avanti in Italia e in Europa.

Proprio la Corte di Giustizia dell’Unione Europea, alla quale si era rivolto il Tar, lo scorso 2 settembre aveva detto che il contributo per il rilascio e il rinnovo del permesso di soggiorno chiesto dall’Italia è “sproporzionato” e tale da rappresentare un ostacolo per i diritti dei cittadini stranieri, quindi in contrasto con le norme europee. La palla era tornata al Tar per la decisione finale, ma intanto il governo aveva finta di niente, lasciando il contributo invariato.

Ieri, la seconda sezione quater del Tar del Lazio, ha preso atto della pronuncia della Corte Europea e ha deciso di procedere alla “disapplicazione della normativa nazionale, che impone ai cittadini di paesi terzi che chiedono il rilascio o il rinnovo di un permesso di soggiorno di pagare un contributo di importo variabile tra EUR 80 e EUR 200”. La sentenza annulla gli articoli fondamentali del decreto ministeriale (DM 6 ottobre 2011), firmato dagli allora ministri dell’Interno e dell’Economia Roberto Maroni e Giulio Tremonti, che aveva introdotto il contributo.

E ora? Ora gli immigrati non devono più pagare. Su questo non ci piove. Il governo probabilmente si prenderà del tempo per avvisare le Questure e presto correrà ai ripari fissando nuovi importi, meno sproporzionati, ma la sentenza è chiarissima: per ora quei soldi non vanno pretesi da chi chiede o rinnova il permesso. Restano le altre spese: 16 euro di marca da bollo, 30,46 euro per la stampa del documento elettronico e 30 euro per il servizio offerto da Poste Italiane.

“La soddisfazione è immensa, è la fine di una speculazione indegna sulla pelle dei cittadini stranieri” dice a Stranieriinitalia.it Morena Piccinini, presidente dell’Inca. “Per anni c’è stata malafede, intenzionalità nel pensare che gli immigrati, in quanto immigrati, potessero essere costretti a pagare qualsiasi somma per rimanere in Italia, senza alcuna considerazioni per i loro diritti. Il governo doveva muoversi subito dopo la sentenza della Corte Europea e invece per mesi ha fatto orecchie da mercante”.

Inca e Cgil, che rivendicano di aver portato avanti questa battaglia tra una certa indifferenza del resto del mondo associativo e sindacale, avevano promosso nei giorni scorsi anche una serie di azioni legali in tutta Italia per chiedere il rimborso dei soldi pagati ingiustamente dagli immigrati. “Rimangono tutte in piedi – assicura Piccinini - quel contributo è illegittimo e va restituito. Saranno anche un pungolo per il governo, che deve adeguarsi immediatamente”.

Elvio Pasca

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