Commissione per le politiche di integrazione degli immigrati

Dipartimento per gli Affari Sociali – Presidenza del Consiglio dei Ministri

 

Organismo Nazionale di Coordinamento per le Politiche di Integrazione Sociale degli Stranieri

Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La qualità della vita

delle famiglie immigrate in Italia

 

 

 

a cura della Fondazione "Silvano Andolfi"

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Maggio 2001

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ricerca a cura della Fondazione “Silvano Andolfi”

 

Finanziata da:

Commissione per le politiche di integrazione degli immigrati - Dipartimento Affari Sociali - Presidenza del Consiglio dei Ministri e Organismo Nazionale di Coordinamento per le Politiche di Integrazione Sociale degli Stranieri  - CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro).

 

Responsabile della ricerca :

prof. Maurizio Andolfi

 

Gruppo di ricerca:

Maurizio Andolfi, Melania Scali, Lorena Cavalieri, Cristina Finocchiaro, Lucia Palma.

 

Hanno collaborato alla realizzazione:

Cinzia Cimmino, Simona Magazzù, Ye Hui Ming, Emilio Ricci, Giulia Ferrarese, Idris Tchedjougou Sanogo, Paola Balla, Andrea Volpicelli, Jean Pierre Piessou Sourou, Natasha Čobani, Ferdinand Soppo, Angela Fiorello, Khalid Saady, Buoubacar Daou, Michele Babbino e tutti gli altri intervistatori che hanno partecipato.

 

 

Si ringrazia l’Anolf per la collaborazione in particolare le sedi di Prato, Lecco, Verona, Napoli, Roma.

Il Centro per le famiglie di Reggio Emilia; La casa delle culture di Catania; l’Istituto di Terapia Familiare di Napoli; ARI di Rieti; la Caritas (in particolare le sedi di Brindisi e Napoli); Oklaoma di Milano; Centro Stranieri del Comune di Modena; Centro di Accoglienza del Comune di Nonantola e tutte le associazioni che hanno dato la loro disponibilità . 

 

Un grazie particolare a tutte le famiglie che hanno partecipato.

 

 

INDICE

 

 

A - Introduzione

5

 

B - La famiglia in emigrazione: continuità e fratture nelle relazioni intergenerazionali          8                                                                                                                                                                                                    

 

 

 

Come è stata considerata la sua decisione di emigrare

11

 

Cosa le manca della sua famiglia

14

 

Ha ancora un peso?

16

 

Come la vedono oggi i suoi familiari

17

 

La presenza della famiglia

18

 

Il ritorno

19

 

C - Le dinamiche del processo migratorio

 

22

 

La motivazione

23

 

Le difficoltà incontrate all’arrivo in Italia

26

 

Le difficoltà attuali

27

 

Come è cambiata la vita

28

 

I motivi della permanenza in Italia

30

 

Le trasformazioni del carattere

31

 

Le trasformazioni del rapporto di coppia

32

 

Le differenze con il paese d’origine

34

 

Cosa l’ha fatta sentire uno straniero immigrato

35

 

Cosa le manca di più del suo paese

37

 

D – Percorsi lavorativi

 

38

 

E - Lo spazio e il tempo

 

48

 

Lo spazio della casa

48

 

Il tempo: relazioni sociali e tempo libero

55

 

Il tempo della burocrazia

60

 

Tempo e spazio per la religione

61

 

F - L'accesso ai Servizi Sanitari

 

64

 

G - L’educazione e la scuola

 

71

 

Per una scuola integrata

72

 

Per una scuola da condividere

76

 

Il vantaggio del minore straniero

79

 

Difficoltà di educazione e differenze culturali

80

 

Il futuro

84

 

H - Considerazioni conclusive

 

86

 

Avete qualcosa da aggiungere…

 

90

 

Nota bibliografica

 

93

 

Appendice

 

100

 

Contenuti e metodologia

101

 

 

Obiettivi

101

 

 

Lo strumento

102

 

 

I soggetti della ricerca

104

 

Grafici

111

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A - Introduzione

 

 

Negli ultimi decenni abbiamo assistito a rapide e profonde trasformazioni della famiglia nella società occidentale. In Italia gli Anni Settanta hanno segnato mutamenti assai significativi , vuoi attraverso i movimenti femministi che la rivoluzione studentesca e ancor più quella industriale che hanno portato a una progressiva nuclearizzazione della famiglia tradizionale, dove i legami affettivi con la famiglia estesa e le regole autoritarie della famiglia di tipo patriarcale  venivano sostituite da nuovi modelli relazionali improntati sulla parità dei sessi, sulla ricerca della realizzazione personale sia in ambito privato che sul piano lavorativo, su regole assai più flessibili nell’educazione dei figli; la procreazione da evento spontaneo (I figli sono “arrivati”!!) e/o divino (ce li ha mandati la Provvidenza) implicito nello stesso atto di sposarsi diventava  un progetto improntato sul concetto di responsabilità (i due potenziali genitori devono riflettere a fondo sulla motivazione a fare famiglia e devono essere consapevoli di ciò che tutto ciò comporta) e di opportunità (si deve rispondere a una serie di interrogativi: quanto ci costa economicamente, limita la/le nostre carriere professionali o lavorative, a chi possiamo affidarlo in nostra assenza , a che condizioni ci possiamo fidare del nostro rapporto di coppia ?).

 

Tutto ciò ha portato  come prevedibile conseguenza una drastica e progressiva riduzione del numero dei figli e a uno spostamento in avanti nei tempi della prima gravidanza; basti pensare al fatto che 30 anni fa una donna che procreava a 28 anni veniva catalogata su un piano ginecologico come “primipara attempata”. Oggi succede frequentemente che alla stessa età non sia ancora sposata e non abbia ancora un progetto di maternità. Inoltre in seguito ai frenetici ritmi della vita moderna e all’aumento delle più svariate contaminazioni ambientali assistiamo a un incremento notevole della sterilità, sia femminile che maschile, fenomeno quest’ultimo che ha portato nelle ultime decadi a un aumento vertiginoso delle adozioni, sia italiane e ancor più internazionali. La famiglia adottante rientra quindi tra le nuove forme di famiglia, tra queste abbiamo un crescente numero di coppie di fatto e di famiglie ricostituite, ovvero di nuovi nuclei familiari che vengono a costituirsi in seguito a processi di disgregazioni familiari e successive ricomposizione di legami di coppia. Per non parlare di altri legami di coppia, quelli omosessuali, sia maschili che femminili ancora non sufficientemente riconosciuti nel nostro Paese, ma non per questo meno rappresentati. Se è vero che sono aumentate le famiglie ricostituite è anche vero che sono in aumento le famiglie monogenitoriali, ovvero famiglie dove c’è un solo genitore, vuoi perché prevale in Italia l’Istituto dell’affido monoparentale dopo la separazione coniugale, (molto raramente si sceglie l’affido congiunto) vuoi per la morte o l’abbandono di uno dei due genitori.

 

Se è vero che in Italia la famiglia è ancora considerata un bene primario e essenziale, sia sul piano degli affetti che della crescita dei figli, nonché su quello economico, è altrettanto vero che al suo interno coesistono forme e dinamiche affettive profondamente diverse e variegate, nonché modelli educativi e valori fortemente differenziati. Anche se esistono ancora abbastanza radicati pregiudizi e stigmatizzazioni sociali verso tutto ciò che si discosta dalla norma, in questo caso i modelli della famiglia tradizionale (ad esempio, non è infrequente che quando sorge un problema in adolescenza e si manifesta anche in ambito scolastico  si senta dare come spiegazione “..certo è figlio di genitori separati!”, o in altre situazioni si identifichi l’attività della madre fuori casa come giustificazione di qualche problema ecc.), è pur vero che oggi è abbastanza diffusa una cultura delle differenze che permette di adattarsi al nuovo; iIn questo contesto, sempre più laico e poliedrico, ma sicuramente omogeneo sia dal punto di vista razziale che religioso (chi può negare che l’italiano sia bianco e di tradizione cattolica?) assistiamo nelle ultimissime decadi a un fenomeno epocale, tanto più sconvolgente perché “rovesciato” rispetto alla nostra più che centenaria esperienza di migrazioni di massa: l’Italia dopo aver esportato 26 milioni di lavoratori con le proprie famiglie all’Estero è diventata, al pari di molti Paesi ad economia avanzata , sia Europei che Nordamericani, un luogo di sempre crescente migrazione per una miriade di culture e di famiglie provenienti da Paesi in via di sviluppo, chiamati in modo assai infelice come stranieri “extracomunitari”. Per cui implicitamente si confonde l’essenza stessa dell’essere stranieri e si vanno creando delle gerarchie di valore e di gradimento:   i non italiani si distinguono in stranieri comunitari (assimilati e quindi simili : come se accordi economici e politici potessero far saltare automaticamente diversità di lingua, di cultura, di storia e di tradizioni religiose , peraltro assai sentite fino ad epoche assai recenti ecc.) e stranieri extracomunitari, distinti questi ultimi  a seconda dello standard economico, culturale e politico di vita, in stranieri di serie A, quelli a sviluppo avanzato (nordamericani, giapponesi, svizzeri ecc.) , la cui presenza viene sollecitata e inseguita da strutture turistiche , bancarie, universitarie ecc. e stranieri provenienti da Paesi in via di sviluppo, terminologia un po’ ipocrita che ha sostituito la precedente di Paesi del Terzo Mondo: di fatto proprio da questi ultimi paesi avviene  quel massiccio esodo di cittadini e famiglie che migrano dal Sud in cerca di una condizione di vita migliore nei Paesi più abbienti del Nord del Pianeta.

 

Basandoci anche sull’esperienza migratoria italiana, e sui processi di integrazione/assimilazione delle famiglie straniere in Paesi Europei dove il fenomeno è meno recente e più sperimentato e sull’esperienza professionale di alcuni di noi nella realtà italo-americana di New York, abbiamo ipotizzato che l’integrazione del ‘nuovo cittadino’ fosse possibile soltanto nella misura in cui fossero presi in considerazione i suoi bisogni, e non soltanto quelli di tipo individuale,  di soggetto lavoratore con i suoi  diritti e doveri, ma soprattutto fossero riconosciuti e accettati dalle Istituzioni e dal contesto sociale del Paese di accoglienza i propri suoi valori familiari e le proprie sue tradizioni culturali e religiose, sentite con maggiore intensità proprio perché ‘lasciate dietro le spalle’ nel proprio Paese di provenienza.

 

Nel nostro precedente lavoro di formazione dei mediatori culturalie e di supervisione del loro lavoro in diversi ambiti istituzionali, nonché attraverso il contatto diretto con molte comunità straniere, dislocate in tante parti del territorio nazionale, abbiamo spesso sentito riferire da molti immigrati un sentimento di forte pregiudizio, quasi una forma di mancanza di libertà, e non tanto sul piano personale, ma piuttosto per la negazione o il disinteresse avvertito nei confronti dei propri valori familiari, come se mancasse nella cultura ospitante qualsiasi curiosità nei confronti di quanto lo straniero considera più prezioso e fondamentale della propria persona: insomma quest’ultimo sarebbe un soggetto senza vincoli familiari, che gestisce in modo solitario il proprio processo migratorio.  

 

Abbiamo cercato di verificare attraverso la testimonianza diretta di 230 coppie di stranieri quali fossero i parametri gli ingredienti essenziali per definire la qualità della vita della famiglia emigrata in Italia.

 

Siamo ben consapevoli che il campione della nostra ricerca è costituito da famiglie in cui gli individui (parliamo di individui e non famiglie poiché moltissime sono il frutto di ricongiungimenti familiari) vivono mediamente in Italia da almeno 7-8 anni e che rappresentano soltanto una parte, anche se via via più consistente, del variegato mondo degli stranieri immigrati: la stabilizzazione degli individui nel paese di immigrazione segue infatti percorsi e forme familiari molteplici: ricongiungimenti familiari, matrimoni interetnici e/o misti con un coniuge italiano, oppure per corrispondenza, coppie senza prole, “famiglie” di  coabitanti non parenti che formano una sorta di nicchia etnica, spesso unico legame nella migrazione.

Inoltre riteniamo che le coppie che hanno accettato di farsi intervistare e di parlare a lungo (le interviste hanno la durata media di un’ora e quindici minuti) della propria realtà familiare nel contesto sociale e istituzionale italiano si discostino in parte dall’universo degli immigrati, ovvero che abbiano un livello di scolarità di base e di disponibilità a farsi conoscere maggiore della media.  Eravamo tuttavia consapevoli che una quota inevitabile di informazioni sarebbe stata improntata ad un relativo conformismo, sia perché si doveva parlare a terzi di cose anche molto personali, sia per il condizionamento dovuto alla situazione di rispondere congiuntamente alle stesse domande (in particolare nelle famiglie di cultura musulmana è stato più difficile avere risposte più distinte tra marito e moglie).

 

Sarebbe molto istruttivo se nel futuro si potessero studiare più a fondo i diversi percorsi migratori, seguendo magari la costituzione di quei reticoli familiari , già descritti dalla Tognetti-Bordogna,(1993) per verificare la riuscita del progetto migratorio nel passaggio dalla cultura di appartenenza e quella di accoglienza.

 

Allo stesso tempo, se si vuole seguire un approccio multidimensionale e non puramente etnocentrico è necessario accostarsi alla cultura delle famiglie straniere, prendendo in considerazione quella serie di visioni condivise del mondo, di significati e comportamenti adattativi, derivanti dalla diversità nelle forme preferite di organizzazione culturale della famiglia e del sistema di valori che la sottendono.



 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

B - La famiglia in emigrazione:
continuità e fratture nelle relazioni intergenerazionali

 

 

§       Come è stata considerata la sua decisione di emigrare

§       Cosa le manca della sua famiglia

§       Ha ancora un peso?

§       Come la vedono oggi i suoi familiari

§       La presenza della famiglia

§       Il ritorno

 

 

 

 

Prima di entrare nel vivo daddentrarci nella ricerca, vorremmo sottolineare alcuni aspetti fondanti della famiglia in emigrazione, riprendendo alcuni dei passaggi così ben descritti da Eugenia Scabini e Camillo Regalia in un lavoro dal titolo omonimo apparso su Terapia Familiare nel 1993.

Gli Autoriautori, noti studiosi della famiglia, ribadiscono quanto da noi già sottolineato nell’introduzione, in merito allo stereotipo assai frequente di considerare l’immigrato come soggetto senza legami familiari, che gestisce in modo indipendente il suo percorso migratorio.

In questi anni si è tentato di colmare questo vuoto conoscitivo, attraverso una serie di contributi e di ricerche di natura sociopsicologica e antropologica sui fenomeni migratori dal punto di vista familiare.

Di fatto affrontare il tema dell’immigrazione in una prospettiva familiare è già di per sé una sfida, come sottolinea acutamente Bensalah (1984): ”…quando parliamo di famiglia immigrata, definiamo dei campi spazio-temporali significativi: da un lato quello dell’immigrazione che è per definizione quello delle fratture e dell’allontanamento, dall’altro quello della  famiglia, per definizione quello delle continuità e dei legami

Da queste considerazioni emerge che la famiglia immigrata non costituisce un oggetto di indagine ben circoscrivibile: come sottolineano diversi Autori, come Sayad e Ciola, essa vive continuamente la dimensione dell’”essere tra”, sia a livello spaziale che temporale, dando origine ad un ordine sociale nel quale l’identità si elabora a partire dalle categorie dello stesso e del diverso, del qui e dell’altrove, del prima e del dopo.

La famiglia migrante e gli individui che la compongono sono sottomessi alle esigenze della società di accoglienza e della società d’origine; stanno tra le aspettative di quest’ultima – la perpetuazione della cultura, della lingua, della religione ecc.- e le regole di relazione e i valori prevalenti della società italiana (come descritti nell’introduzione). L’emigrante, dice Ciola, si trova a vivere un’esperienza nuova “combinatoria” dove si mescolano gli aspetti della cultura propria con quella dell’altro, per formare un nuovo individuo originale e irrepetibile.

L’emigrante è tra due lingue. La o le lingue parlate prima del processo migratorio sono in generale diverse dalla lingua italiana e comunque insufficienti per farsi capire una volta in Italia. E’ essenziale apprendere la lingua del Paese ospitante per lavorare e interagire con il mondo esterno alla famiglia, ma ciò comporta, oltre alle difficoltà insite nell’apprendere da adulti una lingua straniera, un primo “tradimento” rispetto alle proprie appartenenze in quanto rappresenta un primo fondamentale assoggettarsi alle regole di relazione di un altro Paese. E’ assai frequente che qualcuno nella famiglia, spesso la donna se non lavora fuori casa, “resista” ad apprendere il nuovo idioma, come a voler mantenere la continuità con il proprio Paese d’origine. Non c’è dubbio che per uno straniero sarà assai difficile comprendere gli aspetti paralinguistici della lingua italiana, ovvero tutti quei sottili significati del linguaggio non verbale che accompagnano le parole e ciò lo renderà assai vulnerabile in situazioni di conflitto con il mondo esterno o in ogni situazione dove vengano giocati aspetti emozionali in quanto non potrà mai avere una vera padronanza degli aspetti relazionali di una lingua appresa da adulto.

L’emigrante è tra due tempi. Il presente viene costantemente accompagnato dal corteo delle emozioni legate al passato, dal dubbio e dall’incertezza rispetto all’avvenire. La storia del tempo passato, vissuto altrove, con altre persone e in condizioni diverse, attribuisce un significato e condiziona il modo in cui i membri della famiglia migrante vivono il presente e immaginano il futuro, qui od altrove.

L’emigrante, volente o nolente, si trova costretto a far coesistere valori suoi propri con quelli che trova nel nuovo mondo, spesso in contrasto con i primi. Questo determina una condizione di notevole vulnerabilità sociale e psicologica che la società d’accoglienza non può apprezzare nelle sue dimensioni : la paura di perdere le proprie radici, le lealtà invisibili che si annidano in ogni forma di sradicamento e di taglio emotivo, l’illusione di fermare il tempo, la diversità percepita come minaccia alla propria esistenza, la difesa talora esasperata delle proprie tradizioni, il sentimento di solitudine che accompagna il cosiddetto “lutto migratorio” (ci riferiamo a quel vissuto di perdita, fatto non solo di persone e relazioni significative da cui ci si è dovuti distaccare,  ma anche di luoghi, odori, sapori, valori, lingua, cultura ecc.) . Tutte situazioni affettive che se non vengono  sufficientemente elaborate possono rendere lo stare tra due realtà culturali un malessere esistenziale assai penoso che permane nel tempo, tramandandosi a volte da una generazione a quella successiva.

L’emigrante è tra le generazioni. Il processo migratorio coinvolge almeno tre generazioni della famiglia. Le famiglie di origine per l’immigrato ha un ruolo centrale nella vita individuale e sociale. La visione “tradizionale” della famiglia in cui le norme e i confini sono chiari rispetto ai ruoli e ai compiti del proprio agire individuale e sociale è un tratto distintivo e comune delle culture extraeuropee.

Molti Autoriautori, come Scabini, Dumon, Ciola, Di Nicola, Andolfi e altri concordano nell’osservare che il confronto con i modelli familiari occidentali e le nuove forme di famiglia sopra descritte porta gli immigrati a sottolineare con orgoglio la forte base etica e solidaristica che di fatto coinvolge non solo il nucleo familiare in senso stretto, ma anche la parentela allargata e di frequente i vicini di casa. Non di rado tale orgoglio porta all’idealizzazione dell’unità familiare, soprattutto per quanto riguarda il rapporto con gli anziani e con la storia familiare che essi impersonificano, quasi a voler difensivamente rimarcare la propria diversità /superiorità culturale nei confronti del Paese ospitante.

 

§       “Alla fine nel tessuto sociale c’è meno rispetto per la famiglia, per gli anziani, e questo è ciò che si nota di più: l’anziano da noi è il saggio, qui è solo un anziano. Qui si vede subito. La famiglia unita sembra qualcosa di speciale, qui la famiglia non ha più valori e noi vorremmo dare qualcosa di più ai nostri figli”. (marito algerino) [1]


B.1)  Come è stata considerata la sua decisione di emigrare

 

Un radicamento familiare così forte fa sì che il significato dell’emigrazione non sia mai vissuto esclusivamente a livello individuale. Chi decide di partire dal Paese di origine è spesso sostenuto da aiuti concreti di familiari e amici, ma allo stesso tempo ha una funzione da adempiere che è quella di aiutare economicamente la famiglia. In questo caso il migrante che parte è depositario di quello che potremmo definire con Stierlin (1981) un “mandato familiare” per cui svolge un compito per l’intero nucleo.

 

Tabella  b.1.1

Come è stata considerata in famiglia la decisione di emigrare

%

 

Erano d'accordo

56,3

 

Non erano d'accordo - con dolore, con sofferenza

26,6

 

Erano contenti ma anche tristi

14,1

 

Altro

3,0

Totale

100

 

Più della metà dei soggetti intervistati ritiene la famiglia di origine concorde nel sostenere la loro scelta migratoria, 56,3% è il dato, a cui si può unire il 14,1% degli individui che aggiunge una 'coloritura' sentimentale alla partenza. Il progetto migratorio si conferma quindi un 'progetto familiare' condiviso all'interno di una rete parentelare che appunto sostiene e spesso motiva gli uomini e le donne migranti  che in percentuale non si differenziano tra loro. Interessante è anche il 26,6% all'interno del campione, di coloro che non si sentono sostenuti ma che restano emotivamente vincolati all'immagine del doloroso distacco.

 

Tabella  b.1.2

 

Quale peso ha avuto la sua famiglia rispetto alla sua decisione di emigrare

%

 

Nessuno

46,6

 

Mi hanno aiutato, spinto, hanno avuto un peso fondamentale

45,0

 

Mi hanno ostacolato

5,4

 

Altro

3,0

 

Totale

100

 

Il 45% degli individui risponde di essere stato spinto aiutato, ed è concorde il dato con la tabella precedente: la decisione è concordata con i membri della famiglia che aiutano e sostengono l'individuo, oppure è vincolata al conseguente dolore per la separazione, ma questo avviene solo per una piccola percentuale il 5,4%. Risponde ‘nessuno’ il 46,6% degli intervistati, ma si suppone che la parola ‘peso’, culturalmente definita, sia stata equivocata e connotata con un accezione negativa dagli individui di lingua straniera.

 

Un marito etiope così si esprime:

§       ..”non lo sento come peso, ma un senso di appartenenza alla mia famiglia, una parte della mia persona”.

Un marito marocchino dice:

§       …”io penso che i genitori sono la base e senza base come fa un albero? Non può vivere”

 

E’ fuor di dubbio che l’esperienza familiare degli emigranti e la prassi solidaristica sperimentata all’interno della famiglia di origine incidano in maniera determinante sulle modalità di relazionarsi e adattarsi una volta arrivati in Italia, ma è anche interessante notare come esistono diversi modelli di approccio alla relazione tra le culture. Nel caso dell’emigrazione, Scabini e Regalia, hanno studiato i modelli adattativi, lo stile di gestione delle relazioni con la cultura d’accoglienza, distinguendoli in due tipi, inclusivo ed espansivo.

Il primo, tipico delle comunità di religione islamica e di quelle cinesi, si caratterizza per il tentativo di instaurare rapporti molto stretti e quasi esclusivi con altri immigrati del proprio paese d’origine, familiari e non, allo scopo di formare una rete relazionale con una forte funzione protettiva a livello individuale e sociale.

All’opposto di questa concezione possiamo individuare un secondo modello, quello espansivo, nel quale la solidarietà inter-comunitaria non esclude ma anzi favorisce l’apertura nei confronti dell’ambiente circostante. Seguono in prevalenza questa impostazione le comunità che hanno minori vincoli religiosi e che sono caratterizzate al proprio interno da una forte presenza femminile.

Cultura e valori familiari diventano quindi reciprocamente significativi nell’esperienza di ingresso e di successivo insediamento nel paese di accoglienza.

 

Tabella  b.1.3

 

 

 

 

Come è stata considerata in famiglia la decisione di emigrare

Quale peso ha avuto la sua famiglia rispetto alla sua decisione di emigrare

 

Erano d'accordo

Non erano d'accordo, con dolore, con sofferenza

Erano contenti ma anche tristi

Altro

 

Nessuno

%

51,7

27,3

16,3

4,7

 

Mi hanno aiutato, spinto, hanno avuto un peso fondamentale

%

77,6

10,9

10,9

0,6

 

Mi hanno ostacolato

%

 

95,0

5,0

 

 

Altro

%

27,3

27,3

36,4

9,1

 

Questi dati (77,6%) evidenziano la condivisione della decisione di emigrare con gli altri membri del gruppo e quindi la percezione che gli individui hanno del sostegno ricevuto dalla famiglia, dati che però necessitano di un ulteriore riflessione.

 

§       “ lei: io li aiuto economicamente e loro si sono tirati un po’ su, almeno mio padre non ha quei pantaloni che lava e aspetta che si asciugano , ha 2 o 3 paia, magari mi vogliono bene anche per quello, perché io penso a loro. Mi vogliono sempre più bene.”(Algeria)

 

Il sentirsi 'spinti' in modo eccessivo può generare un carico eccessivo di responsabilità e non permettere agli individui un completo inserimento nella società di accoglienza; il sentirsi divisi tra l'essere portatori di un 'peso' della famiglia di origine e le nuove istanze richieste invece dalla famiglia nucleare nel contesto di immigrazione, possono generare conflitti nell'individuo. Egli dovrà costantemente mediare tra il piano della famiglia d'origine, e il piano degli affetti presenti, sia ad un livello individuale che interpersonale. L'omeostasi dell'equilibrio familiare è un continuo processo di istanze culturali, relazionali ed emotive, che va regolato tra il 'dentro e il fuori' della famiglia immigrata, per raggiungere l’obiettivo di una buona qualità della vita all'interno del contesto sociale immigratorio.

 

 

 

Tabella  b.1.4

 

Come mantiene i rapporti con la sua famiglia

%

 

Telefonicamente e vado a trovarli quando posso

41,6

 

Telefonicamente

35,5

 

Telefonando e scrivendo

17,9

 

Altro

4,9

 

Totale

100

 

E’ comunque necessario per l’immigrato il continuare a sentirsi parte di un gruppo di origine e vediamo quindi come, nel mantenere i contatti, superi il limite della distanza con frequenti viaggi e telefonate, dimostrando così di dare ‘peso’ alla famiglia e significare il suo percorso di integrazione facendo costante riferimento ad essa.

 

§       C’è solo tanta nostalgia, mia mamma piange per telefono e io sono la prima figlia quindi quando sta male devo andare là, perché lei non può venire qua(moglie, Sri Lanka)

 

§       “Lui mi prende in giro se telefono e dico: ‘mamma ti ho svegliato? Scusami’ e lui mi dice: ’anche a distanza hai paura!’ ” (Marocco)

 

L’emigrazione crea una frattura culturale e affettiva, come abbiamo già detto in precedenza, ma in genere solidifica i legami con le famiglie d’origine, proprio a causa dello sradicamento familiare: l’assenza e la distanza dalle persone a cui si vuole bene viene costantemente colmata e presentificata attraverso una serie di rituali concreti.

 


 

B.2)  Cosa le manca della sua famiglia

 

 

Tabella  b.2.1

 

Cosa le manca della sua famiglia

%

 

Mi manca proprio la famiglia (affetto e presenza)

89,6

 

Altro

10,4

 

Totale

100

 

Ma vediamo ancora come hanno risposto gli intervistati alla domanda “cosa le manca della sua famiglia”, ben l' 89,6% individua nell'assenza degli affetti e sentimenti familiari un significativo legame con le origini, una carenza che rende interrotta la sequenzialità delle forme familiari divise dall'emigrazione.

Come l’individuo singolo, così, anche la famiglia immigrata, deve affrontare delle problematiche maggiori nel momento in cui si inserisce in un nuovo contesto, dove essa è vista ed agisce in modo diverso da quello appreso e sperimentato nella sua terra d’origine.

Si è potuto comunque constatare che, la presenza della famiglia ricostituita è solitamente motivo di sicurezza e fattore favorente l’inserimento lavorativo.

 

§       “..non è cambiato niente, solo che ho trovato lavoro qua in Italia, un posto di lavoro, poi quando uno si ritrova con la famiglia sta bene e basta” (Albania)

 

 Il sostegno percepito permette di affrontare meglio le difficoltà che si incontrano. Come nota infatti Grinberg (1990): “La maggiore o minore gravità dei disturbi scatenati dall’emigrazione dipenderà dal come si emigra: da soli, in gruppo, in coppia o con la famiglia” , il poter condividere con gli altri i momenti difficili è sempre di conforto. I vincoli di coppia o familiari con una valenza positiva  sono di norma quelli solidi e stabili, in grado di aiutare ad affrontare e tollerare i cambiamenti prodotti dalle nuove esperienze. (cfr. tab C.7.1)

La successiva domanda, connessa alla precedente, tendeva ad individuare il significato di tali legami emotivi.

 

Tabella  b.2.2

 

Come sono cambiati i rapporti con la sua famiglia

%

 

Non sono cambiati

46,5

 

Sono migliorati

26,9

 

Sentiamo una mancanza reciproca

17,8

 

Altro

8,8

 

Totale

100

 

Ricordando che il tempo medio di permanenza del campione è di circa 10 anni, osserviamo come la maggior parte sostiene che i rapporti con la famiglia di origine, nonostante la lontananza, non sono cambiati nel 46,5%, se invece lo sono, ne hanno una percezione positiva per il 26,9%. Questo dato indica una relazione ancora più stretta con l'ipotesi del progetto migratorio condiviso con la famiglia: se migliorano le condizioni di vita dell'emigrante, se riesce, almeno in parte nel progetto, anche la famiglia rimasta in patria ne ha dei benefici e la qualità della relazione migliora di riflesso la percezione dei rapporti affettivi.

 

 

Tabella  b.2.3

 

A chi pensa di mancare di più tra i suoi familiari

%

 

Madre

26,2

 

Genitori

24,6

 

A tutti

19,7

 

Fratelli

9,2

 

Padre

7,3

 

Ai genitori e fratelli

5,1

 

A nessuno

2,7

 

Ai nonni

1,6

 

Ai nipoti

1,4

 

Altro

2,2

 

Totale

100

 

I soggetti di riferimento sono molti e tutti significativi all’interno di culture in cui la rete di parentela è allargata rispetto a quella italiana, ma la madre rappresenta l’oggetto specifico di riferimento affettivo per il 26,2% dei casi, ed emerge soprattutto se la confrontiamo con la figura paterna 7,3%.

 

§       Ai miei amici, a mia madre, ai miei parenti, a tutti, quando tu sei fuori dal tuo paese, ti manca tutto, ti manca anche l’aria, mancherò anche ai vicini di casa che ne so io” (Eritrea)

 

§       “Mia madre è morta subito dopo che io sono andato via, per la disperazione” (Serbia)

 

La madre è il luogo dell’appartenenza emotiva, dell’affetto e della comprensione, quindi anche della sicurezza e stabilità, fattori che spesso segnano negativamente il processo migratorio.

 

Tabella  b.2.4

 

 

 

 

A chi pensa di mancare di più tra i suoi famigliari

 

 

 

genitori

madre

padre

fratelli

a tutti

ai nipoti

ai genitori e fratelli

ai nonni

a nessuno

altro

 

Centro e sud Sud americaAmerica

%

14,3

30,6

14,3

6,1

20,4

2,0

6,1

4,1

0

2,0

 

Oriente

%

40,7

13,9

5,6

5,6

15,7

0

9,3

2,8

2,8

3,7

 

Nord africaAfrica

%

28,0

42,0

6,0

10,0

8,0

0

4,0

0

0

2,0

 

Medio oriente

%

12,5

18,8

12,5

25,0

25,0

0

6,3

0

0

0

 

Africa subsaharsubsahar. E e centralecentrale

%

10,4

34,3

10,4

7,5

28,4

1,5

3,0

1,5

1,5

1,5

 

Europa dell'est

%

21,3

25,0

2,5

13,8

23,8

3,8

1,3

0

7,5

1,3

 

Per ogni Paese le figure di riferimento sono simili, transculturali, ma diverse nel loro valore.


B.3)  Ha ancora un peso?

 

Tabella  b.3.1

 

Ha ancora un peso la sua famiglia nella sua vita

%

 

Si

63,5

 

No

35,2

 

Altro

1,3

 

Totale

100,0

 

Dalle risposte emerge che con  il passare del tempo gli individui rinforzano il senso di appartenenza, l'esser parte di una famiglia con una temporalità, ma non con uno 'spazio condiviso' e di vicinanza, acuisce la percezione di essere ‘ancora parte’, di avere ancora un significato in seno alla famiglia, soprattutto quando questo significato assume anche la forma di un mantenimento a distanza. E’ con le 'rimesse' che gli immigrati danno forza a chi è rimasto, e circolarmente rinforzano la loro motivazione a restare.

 

§       “Sono cambiati perché gli mando dei soldi e quindi anche loro stanno meglio”(Rwanda)

 

Notiamo ancora che il progetto migratorio, nella maggior parte dei casi, non riguarda esclusivamente il singolo individuo, ma più componenti della famiglia, poiché alla posizione raggiunta di un maggiore prestigio personale corrisponde anche quella del gruppo d’appartenenza; quindi la realizzazione del progetto migratorio diventa sia un fatto individuale che collettivo. Come nota la Tognetti Bordogna: (1996) “La famiglia gioca un ruolo centrale nella strategia migratoria del singolo. Strategia di gruppo, collettivo, familiare”.

 

§       “Dopo si rimane sempre con la paura di deluderli, nel senso che penso: forse avevano ragione, non dovevamo…Vivo questa cosa come una sconfitta se io non realizzo, se non faccio qualcosa di concreto, non riesco a vivere con l’idea di deluderli anche a loro, perché hanno fatto tanti sacrifici per farci studiare…Questo per dire che mi pesa molto” (donna algerina)

 


 

B.4)  Come la vedono oggi i suoi familiari

 

Tabella  b.4.1

 

Come la vedono oggi i suoi familiari

%

 

Bene-realizzato-forte

57,1

 

Come prima

19,5

 

Con un futuro-con una possibilità

5,9

 

Non lo so

3,7

 

Altro

13,9

 

Totale

100

 

E' bassa la percentuale di quelli che riflettono nella percezione della famiglia il vedersi con un futuro, una possibilità, il 5,9%; questo dato è indicativo di uno scarso raggiungimento degli obiettivi desiderati e desiderabili rispetto a quegli intervistati, il 57,1% invece tesi a migliorare la loro situazione di vita e indirettamente quella della propria famiglia di origine;

 

§       “Sono le radici e anche un po’ del motivo per questi sforzi che facciamo qua perché a loro ogni tanto serve una mano” (Mali)

 

entrambi Entrambi le risposte, comunque, sono degli individui che ancora sentono che la famiglia di origine ha ancora un peso nella loro vita (tab.b.3.1), espressione di una necessità di proiettare su di sé l'immagine di persona positiva, realizzata e forte (come osserviamo infatti dalla tabella di correlazione 77,8%-70,2%), bisogno che stimola e rinforza il processo migratorio come evento positivo.

 

Tabella b.4.2

 

 

Come la vedono oggi i suoi familiari

 

Ha ancora un peso la sua famiglia nella sua vita

 

 

 

no

si

altro

 

Bene-realizzato-forte

%

27,3

70,2

2,4

 

Come prima

%

63,9

36,1

0

 

Con un futuro-con una possibilità

%

22,2

77,8

0

 

Non lo so

%

38,5

61,5

0

 

Altro

%

28,0

72,0

0

 

Mentre invece, il 63,9% degli intervistati che non pensa che la famiglia li veda cambiati nega l'essere parte di un processo di cambiamento, spesso necessario per sviluppare uno stile acculturativo e sentimenti di appartenenza al nuovo paese. La metabolizzazione di nuovi modelli è in continuità con il sentimento di appartenenza ai propri sistemi, che però come vediamo in questo caso è privo di 'peso' all'interno della famiglia di origine.

Uno stile di integrazione di tipo assimilativo sarà proprio di questi individui che negano il mantenimento di una propria cultura e identità piuttosto che non uno stile acculturativo che cerca invece di ottenere il meglio da entrambi i mondi.


B.5)  La presenza della famiglia

 

Tabella b.5.1

 

Se la sua famiglia fosse in Italia cosa cambierebbe per lei

%

 

Sarebbe bello, sarei più felice, mi sentirei meno solo

64,8

 

Niente

11,8

 

Aiuto concreto nella vita quotidiana

11,3

 

Altro

12,1

 

Totale

100

 

Il 64,8% degli individui intervistati è convinto che se la famiglia di origine fosse qui in Italia la loro vita cambierebbe in positivo; 

 

§       “Non so forse sarebbe meglio per me, ma qui per loro non è che sia proprio meglio” (Perù)

 

Tabella b.5.2

 

Ha mai pensato di far venire stabilmente i suoi genitori in Italia

%

 

No

50,9

 

Si

46,0

 

Altro

3,1

 

Totale

100

 

I ‘no’, 50,9% e i ‘sì’ 46,0% quasi si equivalgono a dimostrare un indecisione all'interno del nostro campione, confermata anche dal dato della tabella. precedente dove più persone dichiaravano che se la loro famiglia fosse stata qui 'sarebbe stato bello, sarei stato più felice-mi sarei sentito meno solo' per il 64,8%. E’ interessante sottolineare come poi, nella libertà della domanda posta apertamente, molte risposte positive all’inizio, volgevano significativamente verso la comprensione di un impossibilità al ricongiungimento con i genitori, così ben spiegato da un uomo eritreo

 

§       “No mia madre sta bene là, bisogna capire prima di ogni cosa, cosa vuol dire allontanarsi dal suo proprio paese; io non posso immaginare mia madre o i miei parenti qua, uno dove è nato, dove da 100 generazioni è lì che sono nato e sono attaccato a quel posto, anche gli antenati, sono loro che ti legano sai?” (Etiopia)


B.6)  Il ritorno

 

Tabella b.6.1

 

Pensa che la sua famiglia voglia che continui a vivere in Italia

%

 

No

50,6

 

Si

38,2

 

Non lo so

7,5

 

Altro

3,6

 

Totale

100

 

L’immagine del ritorno come mito è rinforzata dal dato avuto da questa domanda: molti pensano che la famiglia voglia il loro ritorno (50,6%), ma è anche interessante quel 38,2% degli individui che risponde che è la loro famiglia a preferire un insediamento definitivo in Italia.

Scegliendo il ricongiungimento familiare, non è detto che avvenga una rinuncia al progetto iniziale di rientro in patria, esso potrà “essere ricondotto, differito, in un tempo indeterminato, e capita che non abbia mai luogo”. Eventuali scelte rispetto al rientro, o rielaborazioni del progetto migratorio, dovranno essere ricontrattate con gli altri membri della famiglia, non più solo dal singolo (Zehraoui, A, 1995).

 

§       “…hanno paura che rimaniamo, che perdiamo.. sai come in Senegal vedono l’Italia perché c’è il Vaticano c’è un’altra religione, altre cose… pensano che non ritorniamo più .. hanno paura perché ogni volta che chiami dicono :guarda, ricordati che tu sei del Senegal, sei di qua…” (Senegal)

 

Tabella b.6.2

 

Pensa un giorno di tornare nel suo paese

%

 

Si

52,4

 

Indeciso

32,3

 

No

15,3

 

Totale

100

 

Anche alla domanda diretta “Ha in mente di tornare un giorno nel suo paese”, sono ancora gli stessi che rispondono ‘sì’, il 52,4%, mentre quelli che hanno deciso di stabilirsi sono il 15,3%, quindi la differenza col risultato di prima è data da una percentuale di immigrati che è piuttosto ‘spinta’ dalla famiglia a restare.

Aumenta inoltre la percentuale degli indecisi e qui assistiamo ad una modificazione del progetto migratorio nel momento in cui ‘l’immigrato lavoratore’, decide di ricongiungersi con la sua famiglia nel paese d’immigrazione. Con il cambiamento di status, a padre di famiglia, egli cerca non solo di dotarla di unità, ma anche di un progetto comune, che potrà essere rivisto o unito a quello degli altri.

Come il singolo individuo, così anche la famiglia con l’insediamento, non mette fine all’indeterminatezza della scelta definitiva tra il ritorno al paese d’origine o l’installarsi nel paese d’immigrazione.

 

§       “Non ho mai pensato di ritornare nel mio paese, sì vado per vedere i miei genitori, però adesso ho i figli qua, ho il lavoro qua, non posso tornare…Quando sarò pensionato forse andrò un po’ e poi tornerò”  (Algeria)

 


Vediamo le differenze tra mariti e mogli

 

Tabella b.6.3

 

Pensa un giorno di tornare nel suo paese

 

 

 

marito

moglie

 

No

%

60,6

39,4

 

Si

%

50,4

49,6

 

Indeciso

%

48,2

51,8

 

Per alcune coppie sono più i mariti delle mogli a preferire la scelta dell’insediamento; c’è concordanza sul ritorno, mentre le mogli sono poco più indecise dei mariti, spesso per i figli, nati e/o cresciuti in Italia

 

§       “Beh a volte ci sono momenti che mi mancano molto le mie radici latine che quello che non si dimenticherà mai, ti trovi a volte ad un bivio torno o sto qua, ma avendo una famiglia è più comodo stare qua, o i figli crescono meglio qua, hanno più possibilità. Socialmente stiamo meglio qua, il nostro paese veramente è un paese che non migliora, allora pensando ai nostri figli pensiamo di fare la vita qua”.(Colombia)

 

Il più delle volte, nell’ambito del progetto migratorio, l’acquisizione di un capitale economico è in relazionecorrelata con il ritorno in patria, anzi, il ritorno prevale a volte per l’importanza che l’immigrato attribuisce ad esso in quanto obiettivo iniziale dell’avventura.

Il rientro si inscrive, infatti, in tutta una simbologia dell’emigrazione e in seno alla famiglia, il luogo del sogno, del successo sociale, dell’identità etno-culturale e il territorio dell’immaginario per l’immigrato. (Zehraoui, A, 1995).

 

§       Sì se riesco a fare casa e ho un lavoro e allora sicuramente devo tornare a casa” (India)

 

L’idea del ritorno nella “madre patria” si ammanta a volte di un idealizzazione che tende a connotare immagini del passato in modo estremamente positivo; comunque, se la meta è certamente il lavoro e la promozione socio-economica, i modi di questo raggiungimento non sono conosciuti al di là di una vaga e generica disponibilità al sacrificio (Mellina, 1987).

Queste ultime tre tabelle correlano l’idea del ritorno con la ‘variabile partenza’ e la ‘variabile famiglia’, ed entrambe sembrano ben rappresentare quale carico hanno le famiglie di origine nel tracciare i percorsi dei loro figli migranti e quale legame significativo con la loro qualità della vita in un paese straniero.

 

Tabella b.6.4

 

Pensa un giorno di tornare nel suo paese

 

quale peso ha avuto la sua famiglia rispetto alla sua decisione di emigrare

 

 

nessuno

mi hanno aiutato, spinto…

mi hanno ostacolato

altro

 

No

%

35,2

59,3

1,9

3,7

 

Si

%

48,7

44,0

5,8

1,6

 

Indeciso

%

49,2

39,0

6,8

5,1

 


 

Tabella b.6.5

 

Pensa un giorno di tornare nel suo paese

 

Pensa che la sua famiglia voglia che continui a vivere in Italia

 

 

 

No

Si

non lo so

altro

 

No

%

21,4

71,4

7,1

0

 

Si

%

63,6

30,6

4,3

1,4

 

Indeciso

%

41,7

35,8

13,3

9,2

 

Tabella b.6.6

 

Pensa un giorno di tornare nel suo paese

Come è stata considerata in famiglia la decisione di emigrare

 

 

 

erano d'accordo

non erano d'accordo, con dolore, con sofferenza

erano contenti ma anche tristi

altro

 

No

%

76,9

16,9

4,6

1,5

 

Si

%

52,0

30,0

14,8

3,1

 

Indeciso

%

55,6

25,6

16,5

2,3

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

C - Le dinamiche del processo migratorio

 

§       La motivazione

§       Le difficoltà incontrate all’arrivo in Italia

§       Le difficoltà attuali

§       Come è cambiata la vita

§       I motivi della permanenza in Italia

§       Le trasformazioni del carattere

§       Le trasformazioni del rapporto di coppia

§       Le differenze con il paese d’origine

§       Cosa l’ha fatta sentire uno straniero immigrato

§       Cosa le manca di più del suo paese

 

 

 

 

Il concetto di migrazione, sfaccettato nella sua globalità, si presta all’analisi di numerose scienze sociali: la politica, la  geografia, l’economia, la demografia, e la stessa sociologia. Il fenomeno migratorio è un elemento dinamico quindiper il quale è necessario “adottare un impostazione multidisciplinare nei confronti del fenomeno” (Franchi, A. , 1991).

Generalmente il termine ‘migrazione’ è usato per definire la mobilità geografica di coloro che si trasferiscono in forma individuale, a piccoli gruppi o in massa.

Per qualificare le persone come emigranti, di solito, il trasferimento deve avvenire di norma da un paese all’altro, o da una regione all’altra sufficientemente distante e diversa, per un tempo che abbia una durata tale da rendere implicito il “vivere” nell’altro paese e lo svolgervi le attività della vita quotidiana (Grinberg, L. e R., 1990).

Le categorie del tempo distinguono le migrazioni temporanee da quelle permanenti, di breve o di lunga durata, mentre le categorie dello spazio, oltre a precisare l’ampiezza del tragitto, discriminano fra migrazioni interne e internazionali, migrazioni città-città, campagna-campagna, e campagna-città.

Le ultime tendenze confermano comunque l’inarrestabile processo, che, ben lungi dal tendere a una stabilizzazione sul breve o sul medio periodo, è in continua, se pur irregolare, espansione, e di questo l’Italia, è attualmente un testimone “privilegiato”.

Secondo una classificazione generica data da Mellina (1987), la spinta alla dislocazione può derivare da motivi di studio, da spirito di avventura, da sfollamenti di guerra, da ragioni politiche o religiose, da inospitalità del territorio, da miraggi di ricchezza, da tendenze erratiche, da persecuzioni etniche; “ma le cause più frequenti sono quelle economiche da lavoro per l’industria, l’agricoltura, il terziario. Il problema basilare di chi non detiene i mezzi di produzione consiste nella ricerca dei luoghi e delle persone che li possiedono”.

 

 

 

C.1) La motivazione

 

In seno all’approccio economico la sociologia individua due meccanismi, determinati dal divario e dall’arretratezza economica tra il “nord e il sud del mondo”, che  determinerebbero la migrazione: i fattori di espulsione o “push factors” e i fattori di attrazione o “pull factors”.

Il veloce mutamento che connota il processo migratorio rende rivisitabili le teorie, soprattutto quella del push-pull, che ritiene fondamentali le differenze economiche tra i paesi. Recenti ipotesi considerano anche la distanza, “lo hiatus tra aspirazioni e possibilità che i contesti socio-economici locali offrono e che si accompagnano all’oppressione politica nella spinta a partire, sia l’importanza della tradizione migratoria che si è costituita nei paesi d’origine” (De Micco, V. e Martelli, P., 1993).

Quindi anche il desiderio di un miglioramento economico e di una diversa qualità della vita, che sono state da sempre le molle che hanno attivato i processi migratori, si ritrova come motivazione principale del campione oggetto della ricerca.

 

 

 

Tabella  c.1.1

 

 

Motivi dell'emigrazione

%

 

 

Motivi economici

38,6

 

 

Motivi familiari

27,6

 

 

Progetto esistenziale

10,5

 

 

Motivi socio-politici

9,6

 

 

Motivi di studio

6,6

 

 

Motivi economici e socio-politici

2,3

 

 

Motivi economici e familiari

2,1

 

 

Motivi economici, socio-politici ed esistenziali

0,5

 

 

Motivi economici

38,6

 

 

Motivi familiari

27,6

 

 

Motivi socio-politici

9,6

 

 

Progetto esistenziale

10,5

 

 

Motivi di studio

6,6

 

 

Motivi economici e socio-politici

2,3

 

 

Motivi economici e familiari

2,1

 

 

Motivi economici, socio-politici ed esistenziali

0,5

 

 

Altro

2,3

 

 

Totale

100

 

 

Accanto ai motivi economici ( 38,6%) abbiamo anche un alta percentuale di motivi familiari (27,6%), segno di un alto numero di ricongiungimenti familiari, con i quali si assiste al passaggio da una emigrazione del ‘provvisorio congiunturale’ ad una emigrazione ‘durevole e strutturale’ femminilizzata e segnata dall’insorgenza di nuove generazioni; ma probabilmente si può parlare di “due facce di una stessa medaglia poiché il significato di un emigrazione per lavoro è volto a garantire una qualità di vita migliore per la famiglia nucleare e per quella allargata.

 

§       “Tranquilla e meno problemi, io ho preferito fare studiare i miei figli qui perchè il mio paese è troppo povero” (Tunisia)

 

Il ricongiungimento familiare come dato è quindi anche indice di un progetto migratorio di vita condiviso all’interno della coppia, per il conseguimento del benessere del gruppo famiglia.

Anche se la ragione più importante che sta alla base della decisione di emigrare dal proprio Paese mostra consistenti differenze tra uomini e donne (Tab.c.1.2) vediamo cosa dice una moglie del Marocco

 

§       “La povertà della mia terra, della famiglia di mio marito, lì non abbiamo una casa, non abbiamo da mangiare; ho venduto l’oro del matrimonio per farlo venire in Italia”

 

Infatti, fra quanti hanno risposto che il motivo di emigrazione è di tipo economico, il 65,7% è il marito; la percentuale sale ancora (oltre il 70%) per quelle persone che indicano motivi relativi alla condizione socio-politica alla base  dell’emigrazione.

Le donne hanno invece una percentuale elevatissima (84,3%)  fra quanti pongono alla base della spinta a migrare i motivi familiari.

Questo potrebbe farci pensare ad un maggiore attaccamento della donna ai valori familiari e culturali del proprio Paese;  dato quest’ultimo confermato dalla tabella successiva relativa alle Difficoltà difficoltà incontrate all’arrivo in Italia (tab. C.2.1): il doppio delle mogli, rispetto ai mariti, infatti risponde di aver trovato difficoltà esistenziali, legate al sentimento di  solitudine e di nostalgia per il del proprio Paese.

 

In numerose situazioni l’uomo risponde di emigrare per lavoro e la donna per il marito, il che è coerente con l’assetto relazionale della famiglia tradizionale.

Semmai, come vedremo in seguito, la moglie modifica la sua percezione rispetto al conseguimento di una vita migliore in funzione dei figli.

 

Tabella  c.1.2

 

 

Motivi dell'emigrazione

 

marito

moglie

 

 

Motivi economici

%

65,7

34,3

 

 

Motivi familiari

%

15,7

84,3

 

 

Motivi socio-politici

%

61,9

38,1

 

 

Progetto esistenziale

%

65,2

34,8

 

 

Motivi di studio

%

72,4

27,6

 

 

Motivi economici e socio-politici

%

70,0

30,0

 

 

Motivi economici e familiari

%

55,6

44,4

 

 

Altro

%

30,0

70,0

 

 

Le donne rispetto agli uomini danno un diverso significatouna diversa valenza, rispetto agli uomini nealla scelta di migrare, probabilmente in virtù del loro ruolo e del valore che rivestono nel dare continuità alla famiglia, ma il loro contributo è fondamentale nel rafforzare la concordanza con il marito per il progetto, che li vede affrontare insieme le difficoltà della migrazione.

 

§       l’idea L’idea principale è sempre seguire il marito, ma anche sapere che io vado in un altro mondo migliore, economicamente parlo. Loro sanno che io vado e che non mi mancherà mai da mangiare e posso comprare quello che mi serve …”(moglie del Marocco)

 

Anche perché, come vedremo più avanti nell’area del lavoro, molte donne iniziano a lavorare sul territorio italiano, ma spesso già sono portatrici di un idea che le motiva ad emigrare per aiutare membri della famiglia allargata rimasti in patria.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tabella  c.1.3

 

zona geografica di provenienza

motivi dell'emigrazione

 

 

 

motivi economici

motivi familiari

motivi socio-politici

progetto esistenziale

motivi di studio

motivi economici e socio-politici

motivi economici e familiari

altro

 

centro Centro e sud americaAmerica

%

41,4

19,0

5,2

24,1

0

5,2

0

5,2

 

orienteOriente

%

49,2

32,8

3,3

5,7

0,8

,8

4,9

2,5

 

nord Nord africaAfrica

%

32,7

40,0

3,6

14,5

5,5

0

1,8

1,8

 

medio Medio oriente

%

5,3

31,6

26,3

10,5

21,1

0

0

5,3

 

africa Africa subsahar. e centrale

%

29,6

25,5

12,2

11,2

20,4

0

1,0

0

 

europa Europa dell'est

%

43,0

19,8

21,0

4,7

1,2

7,0

1,2

2,3

 

 

I dati che emergono all’interno del nostro campione ci indicano, oltre che una diversità di motivazioni, alcuni trend caratteristici di alcune aree di provenienza: anche se tutti i paesi di provenienza individuano fattori economici nella spinta ad emigrare, emergono gli orientali con il 49,2%, i fattori socio-politici sono il motivo che determina la spinta migratoria dei mediorientali (26,3%) e dei  paesi dell’Europa dell’Est (21%), mentre quello  per motivi di studio è simile in percentuale tra il Medioriente e l’Africa subsahariana. I motivi familiari sono indicati dalla maggioranza della popolazione nordafricana.

 


 

C.2) Le difficoltà incontrate all’arrivo in Italia

 

Abbiamo chiesto alle famiglie quali sono state le difficoltà che hanno incontrato al loro arrivo in Italia e nell’analisi qualitativa le abbiamo distinte in: difficoltà di adattamento e difficoltà pratiche; ci è sembrato importante porre l’accento e distinguere tra una categoria che fosse più rappresentativa di effettivi bisogni e un’altra più ‘relazionale’.

Poiché l’adattamento è la risultante di una reale interazione tra due poli, individuo- ambiente, una condizione di equilibrio “fra l’azione dell’organismo sull’ambiente e l’azione inversa” dell’ambiente sull’organismo. E’ un astrazione quindi l’adattamento, è un concetto- punto di intersezione, che si situa tra due società, tra due culture, ma che non permette mai di arrivare in un “luogo” preciso, in un tempo determinato.

 E la relazione ‘con l’altro’ assume un significato ‘tra’ che può ottimizzare/rendere disagio il rapporto di integrazione reciproco uomo/contesto sociale: la lingua dell’altro, la cultura dell’altro, l’essere ‘con l’altro’.

Le difficoltà di adattamento sono la maggioranza (42%) e sono indicative delle più specifiche dimensioni relazionali che nell'impatto con un'altra cultura mettono in crisi gli schemi di riferimento socio culturali, e non solo, dell'individuo. La lingua è la prima 'barriera' (23%), ma anche la solitudine sociale ed affettiva, che possono ostacolare il percorso di inserimento dell'immigrato e rendere difficile l'integrazione sociale.

Le difficoltà sopraccitate sono particolarmente avvertite dagli stranieri provenienti dai Paesi orientali che, come abbiamo detto nella parte introduttiva, hanno modelli familiari di tipo inclusivo, con scarso accesso al contesto esterno.

Una seconda tipologia di difficoltà che gli stranieri accusano al primo impatto con la cultura italiana è costituita da difficoltà pratiche (36,6%), che vanno dalla ricerca della casa e del lavoro e ancora di più da quelle burocratiche che, se risultano un male italiano difficile da debellare per gli autoctoni, diventano un vero ostacolo per lo straniero, che non ha strategie operative valide per superare gli immensi intralci burocratici e organizzativi del nostro Paese.

Osserviamo anche come solo il 15,4% dichiara di non aver incontrato alcuna difficoltà.

 

Tabella  c.2.1

 

difficoltà incontrate all'arrivo in Italia

%

 

 

di adattamento (linguistiche/culturali/esistenziali)

§      linguistiche

§      culturali

§      esistenziali

42,0

23,0

9.5

9.5

 

 

pratiche (economiche/lavorative/alloggiative)

36,6

 

 

nessuna

15,4

 

 

altro

6,1

 

Totale

100

 

 

Quanto riferito da questo uomo eritreo che vive a Roma dal 1977 e lavora come meccanico è esemplificativo di quello che tutti gli emigrati lamentano (e gli italiani no?) e non solo all’inizio, ma come elemento di forte disagio, costante nel tempo:

 

§       Io faccio la mia vita e sto bene così senza amalgamarmi; però le più grosse difficoltà le trovi quando vai in ufficio, perché sembra che ti devono fare un favore invece che un servizio, sia alla posta che in banca che all’anagrafe, quando vai negli uffici vedi solo litigare, c’ero prima io, lei vuole fare il furbo, sembra di essere nella giungla! E poi devi sempre tornare domani perché ti dicono ogni volta che manca  qualche cosa”

 

E’ indubbio che le difficoltà aumentano quanto più ci si sente lontani e sradicati dal proprio Paese e si vive con grande intensità quello che viene descritto come lutto migratorio e si prova un sentimento di forte nostalgia per ciò che si è lasciato alle spalle e di conseguenza si vive una condizione di solitudine nel paese di accoglienza: ciò è avvertito con maggiore intensità dalle mogli.

 

Tabella  c.2.2

Quali difficoltà sono state incontrate all'arrivo in Italia secondo il sesso

sesso

 

 

marito

moglie

 

nessuna

51,5

48,5

 

di adattamento (linguistiche/culturali/esistenziali)

42,2

57,8

 

pratiche (economiche/lavorative/alloggiative)

63,1

36,9

 

altro

50

50

Totale

51,7

48,3

 

§       “All’inizio quando sono venuta sempre mi mettevo a piangere, non sopportavo certe cose, poi appena mi mancava qualche cosa, ricordo i miei, ..però piano piano mi sono abituata” (moglie nigeriana)

 

 

C.3) Le difficoltà attuali

 

Se il 15,4% del nostro campione afferma di non aver incontrato particolari difficoltà al primo impatto con l’Italia, vediamo che al momento attuale è notevolmente aumentata la percentuale di coloro che affermano di non incontrare difficoltà, 44,4%, il che sta a dimostrare che mediamente si assiste ad un notevole incremento nel processo di adattamento alla cultura italiana, anche se le difficoltà linguistiche ancora sussistono per alcune comunità orientali, come quella cinese.

 

Tabella  c.3.1

 

attuali difficoltà incontrate in Italia

%

 

 

nessuna

44,4

 

 

pratiche (economiche/lavorative/alloggiative)

21,1

 

 

di adattamento (linguistiche/culturali/esistenziali)

19,2

 

 

intolleranza/manifestazioni razziste

5,9

 

 

altro

9,4

 

 

Totale

100

 

 

Rimane ancora elevata la difficoltà ad integrarsi, anche per il persistere di intolleranze e manifestazioni razziste, che verranno meglio osservate in una tabella successiva (tab C.9.1) in cui si chiede agli intervistati di descrivere cosa li ha fatti sentire e li fa sentire tuttora come stranieri immigrati.

Vista nel tempo questa situazione tende  ad una evoluzione; la percentuale delle persone che non incontrano nessuna difficoltà in Italia aumenta progressivamente in relazione al tempo di permanenza: infatti dal 26,6% degli intervistati di più recente immigrazione, al 56,3% per quelli residenti da oltre 15 anni.

Lo stesso andamento risulta per le difficoltà di adattamento, come per quelle pratiche, anche se queste ultime restano in percentuale piuttosto alta a dimostrare una situazione problematica strutturale propria del contesto di accoglienza.

Da notare come rispetto alla tabella precedente entrano, in questa delle 'denunce' di episodi di intolleranza razziale che i nuclei di immigrati osservano attualmente più che in passato.

 

 

Tabella  c.3.2

 

 

attuali difficoltà incontrate in Italia

anni di permanenza in Italia

nessuna

di adattamento (linguistiche/culturali/esistenziali)

pratiche (economiche, lavorative, alloggiative)

intolleranza/manifestazioni razziste

altro

 

fino a 2 anni

%

26,7

30,0

30,0

3,3

10

 

da 3 a 5 anni

%

36,5

28,4

18,9

5,4

10,8

 

da 6 a 10 anni

%

41,9

21,0

21,0

7,2

9,0

 

da 11 a 15 anni

%

50,5

14,0

23,7

5,4

6,5

 

oltre 15 anni

%

56,3

6,3

14,6

6,3

16,7

 

 

C.4) Come è cambiata la vita

 

Inoltre gli intervistati affermano (76,3 %) che da quando sono in Italia la loro vita è cambiata: solo il 17,9 % afferma il contrario; i cambiamenti segnalati sono prevalentemente in meglio e sono equamente distribuiti tra i mariti e le mogli.

 

Tabella  c.4.1

 

E' cambiata la sua vita da quandto è in Italia

%

 

 

si, in meglio

41,5

 

 

si, in peggio

19,3

 

 

si, in generale

15,5

 

 

no

17,9

 

 

altro

5,8

 

Totale

100

 

Visto nel tempo (tab. c.4.2) il risultato della tabella precedente mostra una differenza tra gli individui che sono da meno tempo in Italia e che tendono a dare una risposta ‘si in peggio’ maggiore degli altri, probabilmente relativa alle difficoltà conseguenti all’impatto iniziale; dopo i sei anni di residenza la maggior parte dei soggetti risponde ‘sì in meglio’ (42,5%) e nel lungo periodo la risposta è ‘sì in generale’;


 

 

 

 

 

 

Tabella  c.4.2

Permanenza in Italia

 

E' cambiata la sua vita da quanto è in Italia

 

 

 

 

si,

in meglio

si,

in peggio

si,

in generale

no

altro

 

fino a 3 anni

%

42,9

32,1

3,6

21,4

0,0

 

da 3 a 5 anni

%

38,2

26,3

17,1

13,2

5,3

 

da 6 a 10 anni

%

42,5

18,8

13,1

19,4

6,3

 

da 11 a 15 anni

%

42,5

19,5

11,5

20,7

5,7

 

oltre 15 anni

%

34,7

8,2

32,7

16,3

8,2

 

Pur tuttavia se confrontiamo correliamo questi dati alla successiva tabella (tab. C.4.3) che si interroga su cosa manca di più del proprio paese, emerge che se sul piano della sicurezza economica e dei beni di consumo la vita è complessivamente migliore, lo è molto meno sul piano affettivo, sia per il peso inalienabile dello sradicamento familiare e della mancanza di familiari e amici, che per l’assenza di comprensione e di solidarietà da parte della società italiana, che ha più facilità ad integrare la forza lavoro dello straniero piuttosto che a entrare in contatto empatico e rispettoso con i valori (fatti anche di storie di perdite e di tagli emotivi) di chi arriva da fuori.

 

Tabella  c.4.3

 

cosa le manca di più del suo paese

%

 

 

la famiglia

43,0

 

 

tutto

17,0

 

 

i familiari e gli amici

14,2

 

 

gli amici

8,1

 

 

altro

17,7

 

Totale

100

 

 

Significativo e abbastanza frequente è quanto riportato da una moglie albanese:

 

§       ..guardando indietro quello che abbiamo lasciato, dalla parte materiale sto meglio qua, non ho una grande casa, ma vivo meglio... certo facendo dei grossi sacrifici… invece se devo parlare delle parti sentimentali, vivo male, mi manca l’affetto, mi manca la mia patria.

 

Assai frequente, pur nella percezione di un cambiamento complessivamente positivo, è quanto riferisce una moglie etiope:

 

§       ..si è cambiata, qua è tutto frenetico, correre, correre; qui si è sempre indaffarati, ognuno è preso dalla propria vita. 


 

C.5) I motivi della permanenza in Italia

 

Le motivazioni che spingono i soggetti intervistati a rimanere in Italia sono il lavoro (35,7%) e questo soprattutto i mariti (69,6% nella tab. C.5.2), la presenza della famiglia (25,3%), indicata prevalentemente dalle mogli (81,0% nella tab. C.5.2), la speranza di cambiare vita (9,4 %).

 

Tabella  c.5.1

 

cosa l'ha fatta rimanere in Italia

%

 

 

il lavoro/le possibilità economiche

35,7

 

 

la presenza della famiglia/coniuge/parenti

25,3

 

 

la speranza di cambiare modo di vita

9,4

 

 

per i figli

7,2

 

 

difficoltà socio-politiche nel proprio paese

7,2

 

 

perché mi trovo bene in Italia

7,0

 

 

lo studio

1,4

 

 

non lo so

1,4

 

 

altro

5,3

 

Totale

100,0

 

 

A questo proposito ci pare utile sottolineare come il 7,2 % degli intervistati afferma esplicitamente che rimane nel nostro Paese per i figli. Come già accennato nell’introduzione possiamo ipotizzare che i figli diventino il motivo di ancoraggio alla cultura ospitante e il ponte tra le diversità culturali. Ecco cosa dice una moglie filippina in proposito:

 

§       ..per i bambini, perché se fossimo solo io e lui da mò che ce ne saremmo andati! Loro sono ben inseriti e adesso è pure difficile farli tornare.

 

Tabella  c.5.2

 

cosa l'ha fatta rimanere in Italia

 

marito

moglie

 

 

il lavoro/le possibilità economiche

%

69,6

30,4

 

 

la presenza della famiglia/coniuge/parenti

%

19,0

81,0

 

 

per i figli

%

40,0

60,0

 

 

difficoltà socio-politiche nel proprio paese

%

63,3

36,7

 

 

perchè mi trovo bene in Italia

%

55,2

44,8

 

 

la speranza di cambiare modo di vita

%

61,5

38,5

 

 

lo studio

%

83,3

16,7

 

 

non lo so

%

50,0

50,0

 

 

altro

%

50,0

50,0

 

 

La presenza dei figli rompe l’equilibrio di progetti immigratori basati sull’economia per un ritorno in patria e le famiglie straniere diventano attori sociali intessendo scambi e relazioni in Italia e nello stesso tempo costruendo ‘ponti’  tra la propria e la cultura italiana, uno spazio necessario alla qualità della vita del "lavoratore migrante".

In questa ottica, 'la speranza di cambiare vita' per il 9,4% degli intervistati, rappresenta una categoria meno specifica, delle altre ma che ben trasmette una motivazione profonda e una determinazione all’insediamento.

 

C.6) Le trasformazioni del carattere

 

Tabella  c.6.1

 

quali aspetti del suo carattere ha scoperto

%

 

 

la resistenza/la forza/la volontà

25,3

 

 

nessuno

17,9

 

 

l'adattabilità/la flessibilità

14,2

 

 

la pazienza

7,6

 

 

la responsabilità - la maturità

7,4

 

 

il coraggio

4,7

 

 

la voglia di lavorare

3,4

 

 

altro

19,5

 

 

Totale

100,0

 

 

In questa tabella appaiono alcune caratteristiche comuni a chi ha vissuto un processo migratorio, indipendentemente dal Paese di provenienza. La stragrande maggioranza degli intervistati riferisce di aver scoperto aspetti del proprio carattere che non conosceva prima di partire.

Resistenza, forza di volontà, flessibilità, pazienza, maturità, coraggio ecc., tutte risorse positive che potremmo racchiudere nel termine psicologico, piuttosto recente, di resilienza.

Tale termine nasce in riferimento alla resistenza o alla elasticità di un materiale sottoposto ad urti improvvisi. In psicologia sono resilienti quegli individui che sopravvivono ad eventi fortemente stressanti e traumatici: violenze, malattie, gravi lutti, pesanti trascuratezze o rifiuti, facendo ricorso a risorse personali e relazionali, energie interne incredibili. Sentiamo alcune testimonianze dirette dei nostri intervistati per comprendere meglio quanto sopradetto.

 

Moglie filippina:

§       “..di essere forte, che non ho mai avuto veramente questo carattere giù in Filippine, lì sono molto fragile, piango facilmente e invece qua sono diventata forte..Affronto tutti problemi”.

 

Moglie albanese :

§       “..forte, la mia forza a lottare, a tirare la famiglia, a imparare, a registrare un nuovo mondo, un nuovo modo di camminare”.

 

Marito nigeriano :

§       “guarda per me sono diventato più maturo perché con la vita che ho vissuto qua quando sono venuto, certo che devi crescer per forza, perché se no come fai ?”.

 

  

C.7) Le trasformazioni del rapporto di coppia

 

All’incirca metà degli intervistati ha risposto che l’esperienza della migrazione ha migliorato la vita di coppia , aumentandone la coesione, dato questo già ipotizzato e discusso nella parte introduttiva, relativamente al fatto che un evento disgregante come il distacco dalle proprie appartenenze familiari e culturali, all’interno di un progetto comune di migliorare la propria condizione di  vita, aumenta il sentimento di unità di coppia

Tabella  c.7.1

 

Come ha influenzato la vita di coppia

%

 

 

è migliorata- ci ha uniti di più

49,9

 

 

nessuna

37,3

 

 

non avere amici e sfiducia negli altri

3,1

 

 

altro

9,7

 

Totale

100

 

Inoltre se l’affrontare insieme l’esperienza di emigrazione rende uomini e donne concordi nel rispondere che l'evento migratorio li ha uniti di più, sono soprattutto le coppie dell'Africa subsahariana e dell'Europa dell'Est a far emergere un reciproco sentimento di aiuto e sostegno condiviso nella relazione coniugale.

Nell'affrontare l'evento critico c'è un riconoscimento di un bisogno che si può esplicitare, e questo sembra essere meno vero per le culture orientali.

La relazione di coppia è nella migrazione lo spazio che funziona da 'ammortizzatore' quando la famiglia affronta le difficoltà presenti nel diverso ambiente culturale

Ci ha comunque sorpreso che nessuna coppia riportasse un peggioramento della propria relazione coniugale, abbiamo interpretato l’assenza di questo dato a più livelli: innanzitutto con l’inopportunità di parlare di eventuali aspetti negativi di coppia con un intervistatore estraneo che poneva le domande alla presenza di entrambi i coniugi ; inoltre , trovandoci di fronte a coppie con valori fortemente tradizionali e con l’obiettivo di far crescere bene i figli piccoli in un contesto diverso dal proprio, è probabile che le funzioni genitoriali siano più marcate e predominanti di quelle coniugali.

Tabella  c.7.2

 

 

 

E' cambiata la sua vita da quando è in Italia

Come ha influenzato la vita di coppia

si,

in meglio

si,

in peggio

si,

in generale

No

altro

 

nessuna

%

43,9

17,4

15,2

22,0

1,5

 

non avere amici, sfiducia negli altri

%

27,3

45,5

0

18,2

9,1

 

è migliorata, ci ha uniti di più

%

48,5

17,5

12,3

13,5

8,2

 

altro

%

21,2

24,2

21,2

21,2

12,1

 

Questi dati che mettono in relazione la vita di coppia con il cambiamento più generale di vita da quando si è in Italia confermano quelli precedenti: chi risponde che la vita di coppia 'è migliorata' risponde soprattutto che la sua vita è cambiata in meglio 48,5%, anche chi ha risposto che l’esperienza della migrazione non ha influenzato la vita di coppia ritiene che la sua vita sia cambiata in meglio. Chi risponde che la sua vita è cambiata in peggio evidenzia anche nella vita di coppia una mancanza di amici e una sfiducia nelle relazioni che la coppia può avere all’esterno della famiglia. Sono ancora le relazioni affettive, parentali e/o amicali a dare un senso ai progetti di insediamento, quindi di integrazione, posto che il loro valore positivo sia indice di una buona qualità della vita.

Questi dati confermano quelli precedenti: chi risponde che la vita di coppia 'è migliorata' è anche la maggioranza di chi ha risposto che la sua vita è cambiata in meglio 48,5%:, mentre la maggior parte di coloro che sentono la solitudine e la sfiducia negli altri confermano l'idea di un cambiamento negativo per la loro vita (45,5%). Sono ancora le relazioni affettive, parentali e/o amicali a dare un senso ai progetti di insediamento, quindi di integrazione, posto che il loro valore positivo sia indice di una buona qualità della vita.


C.8)  Le differenze con il paese d’origine

 

 

Tabella  c.8.1

Quali differenze rispetto al proprio paese al momento dell’arrivo

%

 

tutto

27,8

 

differenze culturali

21,6

 

differenze ambientali

15,1

 

il livello economico

14,4

 

la tecnologia avanzata

10,4

 

niente

5,8

 

lo sfruttamento lavorativo

1,9

 

altro

3,0

 

Totale

100

 

Alla domanda sulle diversità  rispetto al proprio paese si di origine, quasi un 30% degli intervistati risponde con un ‘tutto’, a voler  indicare una totale estraneità dal Paese di accoglienza. Solo un 5,8% dichiara il contrario, che niente è diverso; se le differenze ambientali (15,1%), economiche (14,4%), e di tecnologia avanzata rappresentano le caratteristiche fisiche e sociali dell’immagine che hanno gli stranieri arrivando in Italia, anche quelle culturali hanno il loro peso (21,6%). Queste, da sole, riproducono l’immagine diversa delle abitudini, dei comportamenti, dei costumi degli italiani e quindi anche il modo di gestire le relazioni che come abbiamo visto nella tab. C.3.1. sono proprio quelle a rendere più difficile il rapporto di insediamento.

Sono le relazioni sociali e le regole che le governano, nonché gli spazi, sia fisici che ambientali a marcare di più le diversità dal Paese d’origine. Questa diversità e le ore lunghe di lavoro dell’immigrato sottolineano la scarsa integrazione dello straniero con la comunità autoctona, come vedremo nella parte relativa all’uso del tempo libero. 

Così si esprime una moglie albanese:

 

§       .. qua è un mondo tutto diverso, pieno di luci, più vita. Poi mi colpisce moltissimo la libertà di esprimersi…poi la parte economica...tanti frutti”.

 

Il marito connota un rilievo fisico singolare per esprimere la diversità della vita italiana rispetto all’Albania :

 

§       la prima cosa che abbiamo visto tutti erano i poliziotti che erano lì ad aspettarci (a Brindisi la faccia era come plastica, bianca, siccome l’Albania è un Paese abbastanza sofferente avevamo tutti il viso stanco, invece qua vedevi tutti bianchi), poi gli italiani hanno tutti una faccia liscia. La prima cosa che colpì tutti, dicevamo: ma come sono bianchi, perché hanno la faccia così, sembrano proprio bambole! E poi le case sistemate, pitturate”.

 

Una moglie nigeriana sottolinea la grande diversità nei costumi e nelle regole sociali:

 

§       il modo di vestire è tanto diverso, perché voi ad esempio (riferito agli italiani) se fa caldo e vuoi mettere un vestito corto, da noi non va bene!”

 


 

C.9)  Cosa l’ha fatta sentire uno straniero immigrato

 

 

Tabella  c.9.1

cosa l'ha fatta sentire uno straniero immigrato

%

 

frasi offensive, atteggiamenti intolleranti, la poca accoglienza

36,3

 

problemi pratici (casa,lavoro, documenti)

14,8

 

la lingua

12,5

 

niente

12,0

 

problemi di inserimento

8,5

 

lo sfruttamento lavorativo

4,8

 

altro

11,3

 

Totale

100

 

Se il 14,8% è rappresentativo di quelli che hanno risposto che il sentirsi immigrati è fondato sull’inaccessibilità ai diritti di base, quali la casa e il lavoro, la lingua rappresenta il 12,5%. Il dato che emerge con forza sono gli atteggiamenti intolleranti, 36,3% e i problemi di inserimento correlati 8,5%, indici entrambi di una percezione negativa della vita di relazione con la popolazione italiana, che conferma quindi un orientamento di scarsa accettazione dell' immigrato rinforzando la sua identità sociale di 'straniero in terra altrui'.

Questa tabella ci fa capire indirettamente quanto ancora scarso sia l’interesse della comunità italiana nei confronti della ricchezza e della varietà culturale arrivata in Italia con l’immigrazione straniera. Se è vero che la manodopera straniera è fortemente richiesta, soprattutto in alcuni ambiti lavorativi – sia in aziende che famiglie italiane- e che con il tempo si crea un buon adattamento sul piano del lavoro, non è altrettanto vero per ciò che concerne una reale accoglienza dei ‘nuovi cittadini ’ nel tessuto delle relazioni sociali e amicali. Di fatto un elevata percentuale delle coppie del nostro campione , che da vari anni operano (con lavoro regolare)  e vivono nel nostro Paese con i loro figli (che frequentano le nostre scuole) , riferiscono di essere oggetto di atteggiamenti intolleranti e discriminatori, di comportamenti e linguaggi offensivi da parte della comunità italiana.

 

Tabella  c.9.2

 

 

 

cosa l'ha fatta sentire uno straniero immigrato

 

 

 

frasi offensive, atteggiamenti intolleranti, la poca accoglie

problemi pratici

la lingua

lo sfruttamento lavorativo

problemi pratici, la lingua e problemi relazionali/di inserimento

Niente

altro

 

fino a 2 anni

%

24,0

24,0

16,0

0

4,0

16,0

16,0

 

da 3 a 5 anni

%

27,5

15,9

17,4

1,4

11,6

18,8

7,2

 

da 6 a 10 anni

%

37,0

13,6

13,6

6,8

4,9

11,1

13,0

 

da 11 a 15 anni

%

49,4

12,9

7,1

7,1

14,1

4,7

4,7

 

oltre 15 anni

%

26,1

19,6

13,0

2,2

10,9

10,9

17,4

 

Notiamo ancora che le frasi offensive e gli atteggiamenti intolleranti acquistano più forza in relazione con il trascorrere del tempo di immigrazione, diventano più evidenti per quelli individui che vorrebbero ormai sentirsi accettati dalla popolazione italiana dopo almeno 10 anni di permanenza in Italia (49,4%).

Se i problemi con la lingua diminuiscono leggermente, la difficoltà di usufruire di  servizi resta invece piuttosto stabile nel tempo ponendo quindi una barriera che rende difficile una piena partecipazione ai bisogni di base; con essa anche l'accedere a casa e lavoro sono discriminanti che non modificano la percezione di una distanza e di una differenza dalle opportunità che hanno i cittadini non stranieri.

Dalle  risposte a questa domanda abbiamo isolato soltanto gli ambiti in cui via via  gli stranieri si sentono discriminati o non accolti : la Questura, la circoscrizione, gli Uffici pubblici, l’autobus, la stazione ferroviaria, la scuola dei bambini, le file per il rinnovo del permesso di soggiorno, i luoghi pubblici per chi è di colore ecc.  Tutto ciò dovrebbe farci riflettere su come modificare alla base alcuni stereotipi e pregiudizi sociali nei confronti di quelle comunità straniere, di cui da un lato abbiamo sempre più bisogno e dall’altro non sappiamo sufficientemente apprezzare sul piano dei valori più elementari.

In questo senso una maggiore conoscenza e curiosità nei confronti delle componenti familiari e relazionali dello straniero potrebbe portare a un rispetto e un’empatia maggiore nei loro confronti, mentre esiste ancora discriminazione quando si ricerca una casa, (tab.e.1.6)o il lavoro. Ma vediamo come invece nel caso di una donna nigeriana vari aspetti di intolleranza si fondono insieme nel suo racconto:

 

§       “Il mio colore per esempio, prima quando lavoravo ci sono alcuni lavori che non ti possono dare per questo colore, per esempio un africana che però è bianca la preferiscono a noi, quindi questo conta molto, a me piace il mio colore però la sento la differenza è tanta” (donna nigeriana)

 


 

C.10) Cosa le manca di più del suo paese

Le risposte a questa domanda ci fanno capire che il processo di sradicamento dal Paese d’origine al Paese di accoglienza ha a che vedere prevalentemente con il piano degli affetti familiari e con quello delle relazioni amicali (insieme assommano a più del 65%) . Il 17% di coloro che rispondono che dice ‘tutto’ si riferisce anche agli spazi fisici e alla casa; in realtà e lo vedremo più avanti  nel settore relativo alla situazione alloggiativa degli stranieri, viene dichiarato da molti un sentimento di perdita molto forte, rispetto alla casa dove si abitava nel proprio Paese;  pur tuttavia anche in questo caso la nostalgia è prevalentemente riferita agli  spazi affettivi della casa e alle relazioni di vicinato, senz’altro meno asettiche e formali dei nostri condomini. Rispetto a questo secondo aspetto , una delle osservazioni ricorrenti nelle nostre interviste è che la gente non saluta e non sifrequenta . Da notare che il sentimento di mancanza degli affetti familiari  non tende a diminuire nel procedere degli anni , come vedremo meglio successivamente.condomini . Una delle osservazioni ricorrenti nelle nostre interviste è che la gente non saluta e non si vede mai !! Da notare che questo sentimento di mancanza degli affetti familiari  non tende a diminuire nel procedere degli anni , come vedremo meglio successivamente.

 

Tabella  c.10.1

cosa le manca di più del suo paese

%

 

la famiglia

43,0

 

tutto

17,0

 

i familiari e gli amici

14,2

 

gli amici

8,1

 

altro

17,7

 

Totale

100,0

 

La domanda che era posta in modo generico ha sollecitato risposte uniformi e specifiche, che sia la famiglia nucleare o la famiglia allargata con le amicizie, sono le relazioni affettive a significare maggiormente le assenze e i percorsi dei nuclei immigrati.

 

Tabella  c.10.2

 

 

 

cosa le manca di più del suo paese

 

 

 

la famiglia

tutto

i familiari e gli amici

gli amici

altro

 

fino a 2 anni

%

42,3

7,7

7,7

26,9

15,4

 

da 3 a 5

%

44,1

14,7

17,6

11,8

11,8

 

da 6 a 10

%

43,4

13,8

17,1

5,9

19,7

 

da 11 a 15

%

43,7

25,3

12,6

3,4

14,9

 

oltre 15 anni

%

41,7

18,8

10,4

10,4

18,8

 

La famiglia, anche nel più lungo tempo di permanenza, è un valore stabile, al contrario degli amici che con il tempo mancano di meno, dal 26,9% nei primi due anni di permanenza al 10,4% intorno ai 15 anni (vedremo in seguito come si modificano nel corso del processo migratorio); le relazioni con i propri familiari restano quindi un punto fermo per l'individuo che nello stesso tempo ne denuncia l'assenza e la mancanza in modo significativo.


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

D - LavoroPercorsi lavorativi

 

 

Il lavoro da sempre assume un valore primario sia rispetto ai motivi del migrare che rispetto a gli indici che misurano la qualità di vita degli individui. Il valore del lavoro assume ancor più importanza all’interno di un sistema familiare in cui sono presenti i figli ed è per il futuro di questi ultimi , che si immagina migliore del proprio che vengono rimandate anche le decisioni rispetto al possibile ritorno, come abbiamo visto precedentemente. Nel nostro campione il dato che emerge riguardo la condizione formativa indica che le persone immigrate possiedono potenzialmente un bagaglio di conoscenze da mettere in gioco al momento dell’inserimento nel mondo del lavoro. 

     

Il titolo di studio dei soggetti intervistati è medio-alto: infatti, nel 41.6% dei casi hanno conseguito il diploma di scuola media superiore , nel 14.4% dei casi la laurea e una piccola percentuale ha un titolo di studio professionalizzante (scuola professionale o diploma universitario). Si tratta dunque di un campione piuttosto scolarizzato. Riteniamo che la disponibilità a farsi intervistare sia stata facilitata anche dal possedere un livello medio- alto di istruzione, questo elemento può portare ad una distorsione rispetto all’universo degli immigrati.  

 

Tabella  d.1.1

Grado di istruzione

%

 

inferiore

31,6

 

medio

50,3

 

superiore

15,3

 

nessuno

2,8

 

Totale

100

 

 

 

Tabella  d.1.2

Titolo di studio secondo la zona geografica di provenienza

 

Centro e Sud America

Oriente

Nord Africa

Medio Oriente

Africa Subsahar. e centrale

Europa dell’ Est

TOT

Elementari

0,0

2,1

3,3

0,2

1,2

0,7

7,5

Medie inferiori

2,3

10,0

3,3

0,0

4,8

3,7

24,1

Medie superiori

7,9

11,6

2,8

1,9

7,9

9,5

41,6

Laurea

1,9

2,8

0,9

1,6

4,2

3,2

14,4

Nessuno

0,0

0,7

0,2

0,7

1,2

0,0

2,8

Scuola professionale

1,6

1,9

1,4

0,0

0,7

3,1

8,7

Diploma universitario

0,2

0,2

0,0

0,0

0,2

0,2

0,9

TOTALE

14,0

29,3

11,9

4,4

20,2

20,2

100

 

 

La distribuzione per sesso dei titoli di studio mostra un andamento più o meno omogeneo, con una formazione leggermente inferiore da parte delle donne in particolare rispetto al conseguimento della laurea.

 

Tabella  d.1.3

Titolo di studio secondo il sesso

titolo di studio

 

 

 

inferiore

medio

superiore

nessuno

 

marito

 

29,9

50,0

18,3

1,8

 

moglie

 

33,3

50,7

12,2

3,8

 

 In Italia la domanda di lavoro qualificato è cresciuta negli ultimi anni, da una ricerca condotta dall’Isfol (dati Isfol - Centro statistica aziendale) emerge che nel I° semestre del 1999 le professioni più richieste sono state quelle intermedie, nello specifico la richiesta maggiore è stata quella di tecnici fatta da parte di società che svolgono attività di servizio alle aziende, seguite dal commercio e dall’industria meccanica. I tecnici di ufficio sono quelli maggiormente richiesti, seguono gli agenti, gli operatori informatici e statistici. In questa categoria sono inserite alcune professioni e tra queste al primo posto nelle richieste sono gli infermieri.

La richiesta maggiore di lavoro viene dal nord (46,5%), segue il centro con il 18,5% e chiude il sud con l’8,8%. 

 

 

I dati della ricerca Isfol evidenziano una richiesta sempre maggiore di personale in possesso di conoscenze linguistiche, in particolare l’inglese.

L’aumento della domanda di lavoro qualificato si va ad inserire in un quadro nazionale in cui il tasso di disoccupazione è sceso nel corso del 1999 all’11,4 anche se non in maniera omogenea per ripartizione geografica, settori produttivi, posizione professionale e genere sessuale (Caritas 2000) e che secondo delle previsioni avanzate dall’Isfol , su dati Istat e Eurosat, l’evoluzione all’anno 2006 del mercato del lavoro in Italia dovrebbe portare ad una diminuzione del tasso di disoccupazione al 9,2% (rapporto Isfol 1999).

 

Vediamo adesso come si inserisce il nostro campione in questo quadro generale.

  

Tabella  d.1.4

Qual è la sua attività lavorativa

%

 

lavoro manuale non qualificato

34,5

 

nessuna

16,7

 

piccolo imprenditore

13,5

 

lavoro manuale qualificato

12,6

 

impiegato di basso livello

10,1

 

professionista-imprenditore-dirigente

5,4

 

impiegato di livello medio

4,7

 

lavori vari precari

2,5

 

nessuna

16,7

 

lavoro manuale non qualificato

34,5

 

lavoro manuale qualificato

12,6

 

impiegato di basso livello

10,1

 

piccolo imprenditore

13,5

 

impiegato di livello medio

4,7

 

professionista-imprenditore-dirigente

5,4

 

lavori vari precari

2,5

 

Totale

100,0

 

 

 

 

 

 

Tabella  d.1.5

Le attività lavorative secondo l’area geografica di residenza

 

 

 

Area di residenza

 

 

 

Nord

Centro

Sud e Isole

 

nessuna

 

40,5

32,4

27,0

 

lavoro manuale non qualificato

32,7

32,7

34,6

 

lavoro manuale qualificato

37,5

42,9

19,6

 

impiegato di basso livello

60,0

26,7

13,3

 

piccolo imprenditore

18,3

70,0

11,7

 

impiegato di livello medio

38,1

52,4

9,5

 

professionista-imprenditore-dirigente

54,2

41,7

4,2

 

lavori vari precari

27,3

54,5

18,2

 

Al momento della somministrazione dell’intervista quasi tutti i soggetti della ricerca sono impiegati in una qualche occupazione (83.3%); solo il 16,7% dichiara di non aver nessuna occupazione al momento dell’intervista (la percentuale di donne disoccupate è del 29,5%). In particolare quello che emerge dal nostro campione è che il tipo di attività prevalente che occupa i soggetti nel mercato del lavoro è il lavoro manuale non qualificato (34,5%) oppure sono occupati in attività  manuali qualificate (12,6%) o sono impiegati di basso livello (10,1%). Sono dei piccoli imprenditori (13.5%) in particolare le persone provenienti dall’Oriente (il 33,1%). Il rapporto annuale Censis (2000) rileva che il 77,3% degli avviamenti al lavoro degli extracomunitari sono stati effettuati con la qualifica di operaio generico, il nostro campione non riflette dunque questo dato.

Il fenomeno della crescita del lavoro indipendente è in aumento come rilevato dal secondo rapporto sull’integrazione degli immigrati in Italia (Commissione per le politiche di integrazione degli immigrati) in particolare è aumentato il numero delle domande di iscrizione alla camera Camera di Commercio. Tra le varie ragioni individuate per questa crescita di lavoro autonomo c’è anche la difficoltà per i lavoratori stranieri di migliorare la propria condizione occupazionale nel lavoro dipendente attraverso normali carriere gerarchiche, sia per il difficile riconoscimento dei titoli di studio, che per le discriminazioni , che per le difficoltà legate ad una scarsa competenza linguistica.

 

Tabella  d.1.6

Le attività lavorative ripartite per aree geografica di provenienza

 

nessuna

lavoro manuale non qualificato

lavoro manuale qualificato

impiegato di basso livello

piccolo imprenditore

impiegato di livello medio

Professionista  imprenditore  dirigente

lavori vari precari

centro Centro e sud americaAmerica

13,3

45,0

11,7

10,0

6,7

3,3

8,3

1,7

orienteOriente

8,1

37,1

12,9

4,0

33,1

3,2

0

1,6

nord Nord africaAfrica

25,5

32,7

12,7

10,9

10,9

3,6

1,8

1,8

medio Medio oriente

42,1

10,5

0

5,3

0

5,3

31,6

5,3

africaAfrica subsahar. e centrale

18,2

25,3

11,1

18,2

9,1

9,1

6,1

3,0

europa Europa dell'est

18,4

40,2

17,2

10,3

0

3,4

6,9

3,4

 

 

 

 

 

 

 

 

Tabella  d.1.7

Le attività lavorative ripartite per sesso

 

nessuna

lavoro manuale non qualificato

lavoro manuale qualificato

impiegato di basso livello

piccolo imprenditore

impiegato di livello medio

Professionista  imprenditore  dirigente

lavori vari precari

marito

4,4

30,0

17,2

16,3

16,3

6,6

6,6

2,6

moglie

29,5

39,2

7,8

3,7

10,6

2,8

4,1

2,3