

Newsletter
periodica d’informazione
(aggiornata
alla data del 7 luglio 2010)
Emergenza
umanitaria: il Libia il calvario di 250 rifugiati eritrei

Sommario
o
Dipartimento Politiche
Migratorie – Appuntamenti pag. 2
o
Rifugiati: Il calvario
di 250 detenuti eritrei in Libia pag. 2
o
Sindacato – Verso
la costituzione del Coordinamento Nazionale UIL Immigrazione pag. 3
o
Società – Stagionali, una circolare per
combattere il lavoro nero pag. 6
o
Territori –
Film: “Non tutti i neri vengono per nuocere”: una iniziativa della UIL Campania pag. 7
o
Territori – Meno
rimesse, più integrazione? pag. 8
o
Dall’estero –
Obama: svolta sugli immigrati pag. 9
o Foreign
Press – The Economist: The price of entry pag.10
A
cura del Servizio Politiche Territoriali della Uil
Dipartimento
Politiche Migratorie
Rassegna
ad uso esclusivamente interno e gratuito, riservata agli iscritti UIL
Tel.
064753292- 4744753- Fax: 064744751
n.
283
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Dipartimento Politiche
Migratorie: appuntamenti
Roma, 09 luglio 2010, ore 12.00 Ambasciata di Georgia, Corso
Vittorio
Incontro con Ambasciatore della Georgia e firma accordo tra
UIL di Puglia e l’Associazione Italo - Geergiana
(Leopoldo Saracino, Giuseppe Casucci)
Roma, 13 luglio 2010, ore 10.30 sede Cnel
Conferenza Stampa: “VII Rapporto sugli indici di integrazione
degli stranieri in Italia”
(Angela Scalzo)
Cecina, 14 luglio 2010, ore 15.00
Meeting Antirazzista - Tavola Rotonda: “La cittadinanza
inferiore. Condizione giuridica degli immigrati regolarmente soggiornanti in
Europa”
(Giuseppe Casucci)
Rifugiati
di Carlo Ciavoni, La Repubblica del 05/07/ 2010
ROMA -
"Siete stati fortunati a prendere solo tante bastonate. Avete infranto la
legge libica e questo non è accettabile. Potevate pagare con la vita quello che
avete fatto, senza neanche il processo". Sono le parole del direttore del
carcere di Al Braq, 75 chilometri a sud di Sebah, temutissimo centro di
detenzione in mezzo al deserto dove, dal 30 giugno scorso, sono assiepati tra
gli altri 250 cittadini eritrei, fra i quali ci sono 18 donne e bambini,
arrivati lì dopo un viaggio di 12 ore in un camion-container infuocato dal
sole, senza acqua né cibo e con temperature fino a 50°. Erano stati
intercettati domenica 6 giugno scorso in mare, in acque internazionali, a circa
20 miglia da Lampedusa, da una nave militare libica, arrivata a prelevarli
"molto probabilmente dopo una segnalazione delle autorità italiane o
maltesi, che ormai, a quanto pare, non intervengono neanche più" - dice
Cristopher Hein, direttore del Consiglio Italiano per i Rifugiati -
evidentemente per consegnarli direttamente ai carcerieri libici. Come da
accordi. A denunciare questo ennesimo esempio di scempio dei più elementari
diritti umani da parte delle autorità libiche è stato il quotidiano l'Unità.
Rischiano la vita. La "fortuna di essere presi a
bastonate", torturati e insultati di continuo, le persone recluse l'hanno
avuta dopo essersi rifiutati di firmare dei moduli che i secondini del carcere
avevano loro sottoposto e che, secondo gli stessi detenuti, avevano tutta
l'aria di essere dei fogli di rimpatrio. Una specie di auto condanna a morte o,
nella migliore delle ipotesi, ai lavori forzati per diserzione. Le persone
recluse in condizioni che definire animalesche non rende perfettamente l'idea,
sono tutte fuggite dall'Eritrea per evitare - appunto - il servizio
militare, svolto in condizioni infami e in luoghi impervi e in modo permanente,
in un Paese chiuso, isolato e governato da una classe politica arroccata
e iper militarizzata nella delicata e complessa regione del Corno
d'Africa e che sembra voler stringere rapporti solo con Gheddafi.
Picchiati anche con le fratture. Le legnate sono state
inflitte - e vengono regolarmente ancora "garantite",
stando alla testimonianza di Moses Zerai, direttore dell'agenzia eritrea
Habeshia - ad ogni tentativo di protesta nel carcere di Al Brak, dove non c'è
cibo sufficiente per tutti, non c'è acqua, non ci sono servizi igienici e non
viene fornita la minima assistenza neanche alle persone che, per via delle
percosse, hanno subito fratture alle braccia, alle costole o alle gambe.
L'aiuto con un Sms. Tutto è cominciato con un Sms, proveniente
da uno dei pochi cellulari rimasti ancora, chissà come, nelle mani dei reclusi
nel carcere di Misurata, la città che s'affaccia sul Golfo della Sirte, dove
vengono deportati tutti gli immigrati provenienti dal Corno d'Africa, non
appena consegnati alla Libia, dalle navi italiane o maltesi. A ricevere l'sms è
stato Moses Zerai: "Ci stanno ammazzando", diceva il messaggio
"fate qualcosa". Si è temuto che, data la vicinanza di Al Brak con
Sebah, dove c'è un aeroporto, il rimpatrio in Eritrea fosse imminente. Invece i
contatti con i 250 disperati si sono avuti anche poche ore fa: si trovano
ancora nel carcere di Al Braq, ma temono la visita dell'ambasciatore eritreo
che, secondo loro, non annuncia nulla di buono. "E' la dimostrazione
- hanno raccontato al telefono - di un accordo scellerato fra
autorità libiche ed eritree per il nostro rimpatrio". Sarebbe urgente - ha
detto Moses Zerai - "che all'incontro partecipassero
altre figure "'terze', come l'Unhcr (che da poco ha riaperto i suoi uffici
a Tripoli, dopo la chiusura 1 di circa un mese fa)
o del governo italiano, che in storie come queste non ha poche
responsabilità".
Jean-Léonard Touadi. Il parlamentare del Pd ha detto che
"Prosegue in Libia la lenta e pianificata agonia dei 250 rifugiati eritrei
nel campo Al Braq e di Shebah, nel Sud della Libia. A più di tre giorni dalla
richiesta di soccorso, inviata con Sms dall'interno dei container e delle
roventi celle sotterranee del campo, il governo italiano ha scelto la linea
dura e cinica del silenzio. Un muro di gomma d'indifferenza che con il passare
delle ore diventa complicità e avallo implicito dello scellerato e criminale
operato del governo libico. Tacciono anche i "difensori della vita", solitamente molto
loquaci e con megafoni potenti" - ha detto ancora Touadi - "ma
noi non taceremo. Continueremo, anzi, a chiedere al governo
di vigilare sui diritti umani, attraverso l'ordine del giorno Marcenaro -
accolto al Senato- che impegna il governo italiano a monitorare l'applicazione
del Trattato di amicizia Italia-Libia."
Rita Borsellino. L'europarlamentare del Pd Rita Borsellino, ha
chiesto che "Il governo italiano non si macchi del sangue dei 250 profughi
eritrei e somali trattenuti sotto torture e pestaggi nelle carceri libiche di
Sabah e Al Braq. Ho sempre detto - ha aggiunto - che gli accordi bilaterali con
Tripoli non possono non prevedere delle garanzie sul rispetto dei diritti umani
e del diritto all'asilo, come sancito da quella Convenzione di Ginevra, che la
Libia non ha mai firmato".
L'impegno di Frattini. Il CIR - consiglio Italiano per i
Rifugiati, presieduto da Savino Pezzotta - fa notare che "tra le persone
ci sono numerosi
rifugiati eritrei respinti nel 2009 dalle forze italiane
dal Canale di Sicilia in Libia. Anche in riferimento al trattato di amicizia
italo-libico, lo stesso CIR aveva chiesto l'intervento del Presidente del
Consiglio Berlusconi e del Ministro degli Affari Esteri Frattini, di fronte
all'eminente pericolo di vita di molte persone. qualche ora fa, il capo della
Farnesina ha infatti telefonato a Pezzotta per rassicurarlo che il governo
italiano "si sta adoperando per i rifugiati eritrei".
L'appello a Napolitano. L'organismo di tutela per i
richiedenti asilo politico - e gli eritrei sono i cittadini che otterrebbero
quasi automaticamente questo status, se solo le autorità italiane consentisse
loro di parlare - ha inviato una lettera al Presidente della Repubblica Giorgio
Napolitano, appellandosi alla sua sensibilità per i diritti umani.
Contemporaneamente, ha scritto una lettera al Ministro dell'Interno Maroni
chiedendo che l'Italia si faccia carico di queste persone offrendo al governo
libico l'immediato trasferimento e reinsediamento nel nostro Paese.
Il reimpatrio dei nigerini. Nel frattempo la Libia si appresta
a rimpatriare più di 260 prigionieri provenienti dal Niger, un paese governato
da una giunta militare, ma soprattutto grande esportatore di uranio. Lo afferma
l'agenzia libica Jana. Diverse organizzazioni internazionali - ma nessun
governo - hanno attaccato la Libia per quello che ritengono un
"trattamento inumano" dei cittadini di altri Paesi africani, che
finiscono nelle sue carceri, mai considerati dei possibili rifugiati in fuga da
soprusi, violenze e guerre, e invece sempre, e comunque, trattati come
delinquenti immigrati illegali. Lo scorso mese la Libia ha siglato un accordo
sulla cooperazione giudiziaria con la giunta militare del Niger. Secondo
l'agenzia Jana, 111 prigionieri hanno già lasciato Tripoli e altri 150 sono in
partenza.
Sindacato
Verso la costituzione del
Coordinamento Nazionale UIL Immigrazione
Si è tenuto Giovedì 1° luglio
2010, presso la sede Confederale UIL a Roma, una riunione nazionale di quadri e
dirigenti UIL impegnati sul tema immigrazione. Due gli obbiettivi a breve:
riaprire il confronto con il governo in materia di governance migratoria e
lavoro; costituire formalmente il coordinamento nazionale UIL immigrazione,
organismo deciso nell’ultimo congresso UIL
Roma, 05 luglio 2010 –
Con la presenza di oltre 50 quadri e dirigenti provenienti da tutte le regioni,
nonché rappresentanti delle categorie UIL, si è tenuto a Roma – lo scorso
1° luglio, presso la sede della UIL – una riunione che ha dato l’avvio
alla costituzione di un Coordinamento Nazionale UIL Immigrazione. L’organismo,
deciso nell’ambito del XV Congresso UIL, sarà composto da quadri e dirigenti
UIL, immigrati ed italiani, provenienti da tutte le regioni, rappresentanti
delle Categorie UIl e del patronato ITAL. Il coordinamento verrà formalizzato
nell’ambito della 1° Assemblea Nazionale UIL Immigrazione che è stata
programmata per il prossimo autunno, e si propone, tra l’altro, di aprire all’interno della nostra
Organizzazione un dibattito ampio e
profondo sul futuro multi etnico della nostra società, sui cambiamenti
strutturali in corso nel mercato del lavoro oggi e nel futuro, nonché sulla necessità di aprire
maggiormente le strutture della nostra Organizzazione ai quadri e dirigenti di
origine straniera che si avvicinano o già operano all’interno della UIL, come
cerniere di mediazione culturale tra gli italiani ed i nuovi cittadini. La
riunione ha registrato presenze da quasi tutti i territori, nonché da
importanti categorie quali la Feneal, UILA, UILTUCS, UILCEM, UILM. Numerosa e
qualificata anche la presenza da parte dell’Ital. Presenti, infine, anche le
tre dirigenti donne di origine non italiana, elette nell’ultimo congresso al
Comitato Centrale UIL: Pilar Saravia, Ngo Tonye Felicité ed Eschly
Borgia. La riunione è stata strutturata in due parti: la prima aperta al
confronto politico in materia di immigrazione, con la presenza del nuovo
Direttore Generale per l’Immigrazione del Ministero del Lavoro, Natale Forlani;
la seconda, a carattere interno, volta a definire il profilo, i ruoli e le
funzioni che dovranno caratterizzare il nuovo Coordinamento.
Ha introdotto la prima parte Giuseppe
Casucci, Coordinatore del Dipartimento UIL Politiche Migratorie. Nel suo intervento
l’oratore ha tracciato un quadro dei cambiamenti che il processo migratorio sta
operando nella composizione stessa del mercato del lavoro: “processo che è
avvenuto in modo rapido ma disordinato ed in assenza di una vera governante,
provocando estesi fenomeni di dumping sociale, ai quali non è estraneo il clima
crescente di insofferenza di molti italiani nei confronti dell’immigrazione”.
Oggi in Italia risiedono quasi 5 milioni di stranieri regolari, tre
milioni lavorano regolarmente, due terzi dei quali nei servizi e nel commercio,
settori in cui il rapporto con il datore di lavoro è spesso individuale, ed in
cui la sindacalizzazione non appare semplice. E, inoltre, aree in cui
l’economia sommersa è particolarmente rilevante. Dopo aver ricordato che la
crisi economica ha colpito duramente il lavoro (anche) immigrato in Italia,
l’oratore ha ricordato le proposte fatte dalla UIL al Governo per un uso
adeguato degli ammortizzatori sociali a salvaguardia dei posti di lavoro, degli
italiani come degli stranieri, nonché la richiesta che i sei mesi per ricerca di
nuova occupazione, per uno straniero che perda il lavoro, scattino dopo il
godimento dell’indennità di disoccupazione o di mobilità. L’obiettivo è quello
di dare maggior tempo per ricercare un nuovo lavoro regolare, in modo da non rischiare di cadere in una
condizione di illegalità. Toccando il tema del pacchetto sicurezza (che la UIL
non condivide) l’oratore è tornato a richiedere l’estensione della
regolarizzazione a chi aveva un lavoro onesto al momento dell’entrata in vigore
della legge 94 (8 agosto 2009), nonché misure efficaci contro i gravi casi di
sfruttamento delle persone (Rosarno docet) garantendo un permesso di protezione
umanitaria per le vittime. In particolare, al nuovo direttore per
l’immigrazione del Welfare, Casucci ha chiesto se vi siano le condizioni per
l’apertura di un confronto produttivo in materia di immigrazione e lavoro,
mettendo fine all’assenza di dialogo sociale che ha caratterizzato il rapporto
con il presente Governo in materia
migratoria. Intervenendo subito dopo, Natale Forlani ha
colto l’occasione per annunciare un cambio di approccio da parte della sua
direzione, volta ad aprire momenti di confronto e di dialogo con le parti
sociali, a partire da un primo incontro con Cgil, Cisl e UIL che si terrà già
lunedì 5 luglio, presso il Ministero del Lavoro. <Una sensibilità, ha detto
l’oratore, che appartiene allo stesso Ministro Sacconi>. <In effetti, ha
osservato Forlani, il “piano per l’Integrazione nella sicurezza”, lanciato lo
scorso mese dal Consiglio dei Ministri, ha un approccio innovativo rispetto
all’immigrazione regolare e, al di là della rilevanza mediatica data
all’accordo per l’integrazione tra lo straniero e lo Stato (il cosiddetto
permesso di soggiorno a punti), il piano si propone tantissime azioni
innovative, in direzione dell’accoglienza e l’integrazione, che toccano temi
come l’educazione e l’apprendimento, il lavoro, l’alloggio, il governo del
territorio, l’accesso ai servizi essenziali, i minori e le seconde
generazioni>. Forlani ha ribadito che l’immigrazione è un problema solo
quando mette a nudo le debolezze storiche dell’Italia in materia di gestione
del mercato del lavoro, di competitività e di mobilità sociale. <Abbiamo
bisogno degli immigrati, ha detto l’oratore, ed abbiamo bisogno di una loro
presenza stanziale. Tutto ciò, comunque, si scontra con le caratteristiche di
forte flessibilità e mobilità che caratterizzano oggi il mercato del lavoro. A
questo va aggiunta l’incapacità cronica del mercato a garantire meccanismi
fluidi di incontro tra domanda ed offerta di lavoro, nonché con la tentazione
di molte imprese di utilizzare il basso costo della manodopera (spesso in
nero), piuttosto che l’innovazione e la qualità del prodotto, come strumento di
competitività. Questo produce concorrenza sleale e, nel caso dei lavoratori,
anche fenomeni di dumping lavorativo, che provoca tensioni tra immigrati ed
italiani>. L’oratore ha accennato che – stante la forte crisi
occupazionale, sarà improbabile per i prossimi due anni un decreto flussi
indiscriminato: <meglio ha detto, occuparci degli immigrati che sono già qui
e che rischiano il posto di lavoro>. Forlani ha ribadito che l’Italia, in
materia di immigrazione, deve cambiare rotta, dando spazio a quella di qualità:
<perché l’immigrazione sottopagata, ad 800 € al mese o meno, porta più
problemi che vantaggi e si traduce spesso in maggior disagio sociale, quando
non insofferenza da parte degli italiani>. Una risposta, in questo senso,
potrebbe venire dall’esperienza della formazione professionale fatta nei Paesi
d’origine dei migranti. Secondo il dirigente ministeriale: <creare una rete
di operatori capaci di monitorare e qualificare i flussi migratori, potrebbe
portare ad una maggiore governance dei flussi, oltre che contribuire a combattere
l’immigrazione clandestina>. Su questo versante, ha suggerito Forlani, i
patronati sindacali come l’Ital potrebbero dare un valido contributo. Per
quanto riguarda l’uso degli ammortizzatori sociali in funzione anti
disoccupazione per gli immigrati, il Direttore del Ministero del lavoro si è
detto disponibile al confronto. <anche perché – ha osservato –
l’uso della cassa integrazione, specie in deroga, ha già evitato tantissimi
rischi di licenziamento. Ma – naturalmente – non basta, in quanto
non dura in eterno. Bisogna dunque pensare ad altri interventi di contenimento
dei danni occupazionali della crisi>. Forlani ha concordato con la UIL che i
maggiori rischi di clandestinità non vengono dai boat people “fenomeno a forte
impatto mediatico, ma numericamente esiguo”, ma dalla perdita del posto di
lavoro a causa della forte crisi economica mondiale ed <i conseguenti rischi
per gli immigrati di cadere in condizione di irregolarità e di lavoro nero>.
Per questo motivo, ha concluso, vanno attivati tutti gli strumenti disponibili
per legge al fine di evitare la perdita di occupazione e di permesso di
soggiorno per chi lavora e vive regolarmente in Italia. Dopo l’intervento
dell’ospite del Welfare, sono seguiti alcuni interventi volti a richiamare
l’attenzione del Direttore
Generale sui problemi causati all’immigrazione dalla normativa attuale, in
particolare l’esistenza del reato di immigrazione clandestina e la limitazione
della regolarizzazione al solo settore di colf e badanti. Michele Berti,
resp.le immigrazione del Friuli,
ha richiamato l’attenzione di Forlani anche su di una circolare di
aprile 2010 del Ministero Affari Esteri che invita i consolati a negare il
visto d’ingresso per lavoro ai contratti a progetto: <una palese violazione
della legge Biagi, ha detto Berti, che si configura anche come discriminazione
degli stranieri nell’accesso al lavoro>. Terminata questa prima parte e
salutato l’ospite, proprio a Michele Berti è toccato il
compito di illustrare una bozza di profilo del Coordinamento Nazionale UIL
immigrazione, delineando compiti, prerogative, funzioni e mezzi, in rapporto
con gli organismi e le regole della UIL. Alla comunicazione di Berti sono
seguiti numerosissimi interventi che qui possiamo solo citare: Pilar Saravia,
della UIL di Roma e del Lazio; Qamil
Zejnati, della UIL di Prato;
Julia Andujar della UIL Marche; Maurizio Soru
dell’Ital di Roma e Lazio; Chabaani Abderazak, della UIL
Sardegna; Antonio Padovese della UIL Veneto; Aquilino
Mancini della UIL Abruzzo; Felicitè Ngo Tonye della
UILTUCS Lombardia; Vera Guelfi della Uil Puglia; Luciana
Del Fico, della UIL Campania; Gilbert Abasini della UILCEM
Nazionale; ; Maria Laurenza, della segreteria nazionale UILA; Franco
Gullo della Feneal nazionale. E molti altri. . I lavori della mattinata sono stati
conclusi da Guglielmo Loy, Segretario Confederale della UIL.
Loy ha ricordato come l’idea del coordinamento come struttura consolidata di
confronto, analisi, proposte ed azioni in materia migratoria venga da lontano e
sia il risultato del lavoro fatto in questi anni dal Dipartimento Politiche
Migratorie: <ne è testimonianza ad esempio – ha detto – la
newsletter settimanale Focus immigrazione, arrivata al suo 7° anno di vita
e molto apprezzata>. Un lavoro
moltiplicato dall’impegno degli uffici immigrazione UIL disseminati in tutto il
territorio, dagli sportelli Ital e, naturalmente, dalle categorie che sono le
prime testimoni dei cambiamenti nel mercato del lavoro e tra i loro stessi
iscritti. <Il manifesto per una immigrazione equa ed efficace, letto da
Michele Berti al Congresso, ha osservato Loy; la presenza di tre donne
immigrate nel Comitato Centrale UIL; la stessa idea di arrivare alla prima
assemblea nazionale UIl sull’immigrazione, sono importanti punti di passaggio
di un lavoro cresciuto negli anni e che vede nella tappa di oggi un momento di
svolta significativo>. <Non bisogna però essere ipocriti con noi stessi,
quando parliamo di immigrazione>, ha rilevato l’oratore: <sappiamo che è
cresciuto nel Paese un atteggiamento di insofferenza e, in qualche caso, di
razzismo nei confronti degli immigrati. Un atteggiamento anche figlio della
crisi economica e spesso pompato da campagne mediatiche o dalle dichiarazioni
imprudenti del politico di turno>. E’ un atteggiamento crescente di intolleranza,
che certo non condividiamo e che vogliamo modificare, ma che esiste e con il
quale dobbiamo fare i conti, se vogliamo essere efficaci nelle nostre
azioni>. E’ anche una battaglia di carattere culturale quella che di cui
necessitiamo dentro e fuori la UIL, ha detto Loy: <per questo la
comunicazione, la sua forma, i suoi contenuti, gli strumenti di diffusione del
nostro messaggio vanno curati ed affinati>. Intanto va considerato che non
tutti gli atteggiamenti di insofferenza sono razzismo. Sarebbe un errore
tragico scambiare per razzismo i malumori di chi attribuisce la colpa agli
immigrati del mal funzionamento della pubblica amministrazione o gli effetti
della crisi economica. Dobbiamo saper spiegare e dare le giuste risposte alle
domande ed alle necessità che vengono dai lavoratori (italiani e stranieri),
cercando di rimediare agli effetti negativi che possono venire da un mancato
governo dell’immigrazione, dall’assenza di processi veri ed equilibrati di
integrazione, e dunque dal dumping lavorativo e sociale che un’assenza di
controllo di questo fenomeno possono provocare. <Non bisogna dunque, ha
rilevato Loy, perdere il filo del rapporto con le persone che rappresentiamo,
che dobbiamo saper ascoltare anche quando si sembra siano portatori di sentimenti
che non condividiamo. Dobbiamo saper cercare risposte che uniscano le persone,
indipendentemente dal colore, ma senza nascondere i problemi, anche quando ci
appaiono scomodi>. <Ho rilevato nell’atteggiamento di natale Forlani
– ha osservato Loy - l’impostazione
giusta di chi sa ascoltare e vuole cambiare aprendo la sua istituzione al
dialogo con le parti sociali>. <Una cosa che apprezziamo molto>. Loy
ha poi parlato del ruolo importante che ha avuto l’Ital nell’avvicinare alla
UIL decine di migliaia di immigrati, nel territorio in maniera capillare, dando
risposte concrete ai bisogni espressi dai lavoratori stranieri, in forma
totalmente gratuita. <E’ una risposta questa importante che il sindacato dà
in contrasto col facile affarismo spesso fiorito sulla pelle degli
immigrati>. Anche il lavoro di
alcune categorie ha fatto grandi passi in avanti sull’immigrazione. Loy ha
citato la UIL (lavoratori agricoli), la Feneal (costruzioni) e la Uiltucs
(commercio e servizi), ma anche altri, per ricordare la forte presenza di
lavoro etnico in questi settori, ed anche la crescita di impegno che queste
categorie UIL hanno mostrato in materia di lavoratori stranieri. Per quanto
riguarda il Coordinamento immigrazione,
Loy lo definisce soprattutto un momento stabile di confronto, di
elaborazione di idee e proposte, nel rispetto delle regole della UIL. Per
quanto riguarda la sua composizione, il suggerimento è di un delegato per
regione geografica ed uno per le categorie, oltre all’Ital. In totale
l’organismo non dovrebbe superare le 30 presenze, anche per non soffrire in
operatività. Oltre alla preparazione dell’assemblea nazionale, il coordinamento
dovrebbe costituire alcuni gruppi tematici di lavoro. Ecco alcuni suggerimenti:
a) Legislazione
sull’immigrazione, che comprende la nazionale e l’europea, la produzione
amministrativa centrale e locale, con forte attenzione alla materia
antidiscriminatoria e alla categoria dei rifugiati;
b) Contrattazione,
bilateralità, formazione e sicurezza sul lavoro;
c) Servizi
UIL specifici sull’immigrazione e territorio;
d) Etnie
e Comunità straniere, anche in rapporto con i Paesi d’origine;
e) Monitoraggio
sulla presenza e rappresentatività degli immigrati nella UIL;
f) Comunicazione
interna ed esterna in materia di
immigrazione: contenuti e strumenti; multilinguismo nelle forme di
comunicazione.
Su questi temi e sul modo in
cui si vorrà procedere nella costituzione del coordinamento, verrà a breve
preparata una specifica circolare.
A cura del Dipartimento
Politiche Migratorie della UIL
Con
una circolare a firma congiunta del Ministero dell’Interno, ed il Ministero del
Lavoro (la circolare n. 3965 dello scorso 18 giugno 2010), il Governo ha inteso dare disposizioni
in merito ad alcune modifiche da apportare alla procedura per l’assunzione di
lavoratori stagionali prevista dal decreto flussi 2010 diramato lo scorso 1°
aprile.
Si
tratta di disposizioni impartite agli uffici periferici con il fine di dare
loro mezzi più idonei a contrastare il fenomeno del lavoro nero, tanto diffuso
in agricoltura, edilizia e nel commercio, con casi di sfruttamento estremo,
specialmente tra gli immigrati, come quelli registrati anche di recente nella
cittadina calabrese di Rosarno.
Nel
caso del lavoro stagionale. si tratta in genere di situazioni in cui, a seguito
della richiesta di nulla osta all’ingresso e del conseguente rilascio del
visto, il datore di lavoro, dopo la sottoscrizione del contratto di soggiorno
da parte del lavoratore, non ha perfezionato la procedura con l’assunzione
dello stesso, preferendo invece
impiegarlo irregolarmente, contravvenendo sia alla legge che alle normative contrattuali.
La
presente circolare, fa seguito alle n. 14 del 19 aprile 2010 e n. 3500 del 25
maggio 2010 (vedi link). Con quest’ultimo dispositivo si
chiede:
al
datore di lavoro, di accompagnare il lavoratore presso lo
Sportello Unico per la sottoscrizione del contratto di soggiorno
(normalmente era sufficiente la presenza del solo lavoratore) e, cosa ben più
importante, di procedere entro 48 dalla sottoscrizione del contratto di
soggiorno stesso alla comunicazione obbligatoria ai fini dell’ assunzione;
agli
Sportelli Unici, di valutare attentamente gli esiti di accertamenti
(frutto di specifiche indagini) in merito a precedenti episodi di mancata
assunzione da parte del datore di lavoro di lavoratori per i quali era stato
richiesto il nulla osta al lavoro stagionale;
di
consentire, in caso di giustificata rinuncia all’assunzione,
il subentro di un nuovo datore di lavoro per un contratto
della stessa tipologia e durata;
di
consentire la rinuncia al nulla osta solo nel caso in cui il visto di
ingresso non sia già stato rilasciato e soltanto in presenza di cause
di forza maggiore;
La
circolare comunica in fine che sono in corso le iniziative necessarie per dare
attuazione all’articolo 5, comma 3ter del Testo Unico che prevede il rilascio
di un permesso di soggiorno pluriennale per lavoro stagionale
Scarica
la circolare n°3965 del 18 giugno 2010
Territori
Il film prodotto dalla Associazione
Jerry Masslo, è stato proiettato lo scorso 17 giugno a Napoli
”Non tutti
i neri vengono per nuocere”
Giovedì
17 giugno presso la sede di P.le Immacolatella Nuova 5, Napoli, è stato
proiettato in prima cittadina il film “Non tutti i neri vengono per nuocere” ,
prodotto dall'Associazione Jerry Masslo grazie ai fondi di CSV Assovoce. La
proiezione è stata organizzata dalla UIL Campania in occasione della campagna
“IO ACCOLGO UN RIFUGIATO” promossa
dall'ONLUS LESS (il 20 giugno è la giornata mondiale del rifugiato). Dopo la
proiezione sono intervenuti alla tavola rotonda Luciana Del Fico, Responsabile
delle Politiche Sociali della UIL Campania, nonché organizzatrice dell'evento,
Renato Natale, Presidente dell'Associazione Jerry Masslo, Salvatore Nappa,
regista del film, Jean René Bilongo, mediatore culturale e attore del film e
Guglielmo Loy, Segretario Confederale della UIL. Il film tratta del tema
dell'immigrazione, del lavoro nero e dello sfruttamento. Un film onesto,
interpretato da attori non professionisti sempre credibili e guidati
dall'urgenza di raccontare questa realtà da loro ben conosciuta. Ciò che
colpisce è la semplicità con cui vengono messi in scena questi temi nella loro
complessità. Nella tavola rotonda Luciana del Fico ha ricordato l'importanza di
questa campagna e ha fatto notare un dato abbastanza preoccupante: da quando le
richieste di asilo politico non si possono inviare da un paese estero sono
sensibilmente diminuite; questo è il risultato della politica di respingimenti
adottato dal nostro governo; risale solo a un mese fa la l'impegno di Associazioni
e di Uil e CGIL di Napoli per
garantire la richiesta d'asilo politico a nove ragazzi africani, sei dei quali
minori, nascosti nella stiva della nave VERA D. Jean René Bilongo ha osservato che il film, ha molto a che
fare con i rifugiati poiché nella zona di Castelvolturno c'è una forte presenza
di richiedenti d'asilo. Renato Natale ha raccontato la propria esperienza come
medico: assistendo gli immigrati si scontra quotidianamente con i molti
ostacoli creati dal governo e da una politica sempre più d'esclusione. Ha chiuso il convegno Guglielmo
Loy sostenendo che un'iniziativa
del genere (con la visione del film) è una cosa nuova che può raggiungere i non
addetti ai lavori, ma i cittadini “normali”. -Iniziative come questa servono
per evitare e combattere la rassegnazione-, ha aggiunto. I rifugiati vivono in
condizioni diverse dagli altri stranieri e non ricevono assistenza come negli
altri paesi europei. “Non so se l'Italia è un paese razzista, di sicuro è un
paese in cui è cresciuta intolleranza verso l'ignoto e la paura del diverso” afferma il
Segretario Confederale UIL. Loy ha
concluso affermando che attualmente l'unica azione utile è impegnarsi per
accrescere la coscienza civile dei cittadini.
Uno
studio della Fondazione Moressa di Mestre
Meno
rimesse, più integrazione?
In
Veneto rallenta il flusso delle rimesse degli stranieri
Nel 2009 gli stranieri presenti in Veneto hanno inviato nei loro
paesi di origine oltre 427 milioni di €, pari allo 0,32% del valore aggiunto
regionale. Dopo anni di crescita costante, lo scorso anno la corsa delle
rimesse è rallentata registrando un aumento di appena lo 0,4% rispetto al 2008,
con un incremento in termini assoluti di 1,5 milioni di €. Questi i principali
dati che emergono da uno studio della Fondazione Leone Moressa che ha
analizzato consistenza, natura e destinazione finale delle rimesse degli
immigrati nel Veneto transitati attraverso i canali formali di intermediazione.
Da dove partono i soldi che escono dall’Italia?
Quasi un quarto del denaro che esce dal Veneto è localizzato
nella provincia di Padova (23,7%), seguito da Verona e Venezia. Quest’ultima
primeggia per l’aumento del volume delle rimesse sia nell’arco degli ultimi cinque
anni (130,3%), sia rispetto al 2008 (8,6%) Queste tre province mostrano inoltre
il più elevato rapporto tra le rimesse e il valore aggiunto prodotto dagli
stessi territori: si tratta dello 0,4% a Padova e dello 0,35% a Venezia e
Verona. Il rallentamento complessivo della corsa delle rimesse in Veneto è
causato principalmente dalla flessione nei flussi di uscita di denaro dal
territorio di Padova (-5,8%), di Treviso (-1,8%) e in parte marginale anche da Rovigo
(-2,3%).
A quanto ammontano le rimesse pro capite?
Nel 2009 ciascun straniero residente in Veneto ha fatto defluire
fuori dal nostro Paese mediamente 941 € (circa 78 € al mese), con una
diminuzione rispetto allo scorso anno di oltre il 10%. Questo a causa soprattutto
del maggior aumento della popolazione residente straniera rispetto
all’incremento percentuale delle rimesse. A livello provinciale gli stranieri
di Padova, Rovigo e Venezia hanno inviato nel corso del 2009 mediamente più di
mille € per ciascun residente straniero, mentre a Belluno e Treviso non si
superano i 700€.
Dove vanno i soldi che escono dal Veneto?
Il Paese che nel 2009 ha ricevuto più denaro proveniente dalla
nostra regione è la Romania, con un ammontare complessivo superiore a 63
milioni di €. Al secondo e terzo posto si collocano Cina e Bangladesh, che
assorbono rispettivamente il 14,4% e il 10,2% delle rimesse complessive.
Seguono a ruota, con incidenze inferiori, Marocco, Brasile, Senegal e Nigeria.
La Romania è il primo paese di destinazione delle rimesse nelle province di
Treviso e Belluno, mentre la Cina di Padova e Rovigo. In Bangladesh arrivano in
prevalenza le somme di denaro in uscita da Venezia e Vicenza e infine in
Brasile da Verona. “Il rallentamento della corsa delle rimesse degli stranieri
in Veneto potrebbe trovare in due ipotesi la sua spiegazione.” affermano i
ricercatori della Fondazione Leone Moressa “Da una parte la crisi avrebbe
imposto agli stranieri di diminuire quella parte di risparmio che avrebbero
destinato al proprio Paese di origine. Dall’altra, la realizzazione di un vero
e proprio processo di stabilizzazione permanente degli stranieri nel territorio
(testimoniato dall’incremento dei permessi di soggiorno per motivi familiari),
che avrebbe indotto gli stessi a investire nel Veneto quelle risorse che
altrimenti sarebbero defluite all’estero. Ciò testimonia che un progressivo
processo di integrazione sociale ed economica degli stranieri nel territorio è
funzionale a sostenere, anche se marginalmente, l’intero indotto economico
regionale: infatti quella parte di guadagno (ottenuto lavorando in Veneto) che
gli stranieri invierebbero come rimesse oltre confine (che rappresenta lo 0,32%
del valore aggiunto) potrebbe essere investito e speso in termini di consumo
nel
territorio veneto”.
Dall’estero
Di Mario Platero
NEW
YORK, 2 luglio 2010 - La quarta sfida. Dopo sanità, riforma finanziaria ed
energia, Barack Obama ha aperto ieri formalmente un nuovo capitolo nel suo
confronto con i repubblicani: ha lanciato il guanto sull'immigrazione. E ha
proposto una via di mezzo. Nel suo primo discorso dedicato esclusivamente a uno
dei temi più scottanti del momento sia dal punto di vista economico che da
quello etico e giuridico, ha chiesto al Parlamento di andare avanti con un
progetto di riforma che respinga gli estremi: «La deportazione è logisticamente
impossibile, ma la protezione dei confini può essere migliorata, di molto», ha
detto il presidente. Come dire: chi oggi si trova in America da un certo numero
di anni potrà scegliere percorsi agevolati per regolarizzare la sua posizione.
Ma chi cercherà di immigrare illegalmente a partire da ora, troverà un muro
invalicabile. Nel vero senso della parola, visto che vi sono molti progetti per
innalzare muraglie elettrificate lungo il confine con il Messico. C'è
ovviamente molta retorica. Anche George W. Bush aveva promesso ai più scatenati
dei suoi compagni di partito la costruzione del "muro" senza essere
poi riuscito a portarlo a termine. E in quei pochi tratti dove il muro esiste,
i trafficanti hanno scavato profonde gallerie sotterranee che consentono il
passaggio a centinaia di illegali. Quando una galleria viene scoperta, se ne
scava subito un'altra. Ma al di là della retorica, questa volta Obama ha per le
mani un progetto serio, con un approccio bipartisan, firmato dal senatore
democratico di New York Chuck Schumer e da quello repubblicano della Carolina
del Sud Lindsey Graham. I due non potrebbero essere più diversi, ma sono
rispettati e hanno già lavorato insieme a progetti congiunti, ad esempio quello
che minacciava l'imposizione di tariffe contro la Cina se lo yuan non si fosse
rafforzato. In America ci sono circa 11 milioni di immigrati illegali, ormai
radicati, con famiglie, in grado di vivere normalmente grazie alla tolleranza
di molti stati. Che, ovviamente, hanno bisogno di loro: questi 11 milioni sono
parte integrante dell'economia del paese, sono pronti a fare lavori umili a
basso costo. Ma rappresentano anche un peso. La maggioranza non paga le tasse
(c'è in realtà un programma del fisco americano che consente agli immigrati
illegali di pagare le loro tasse con "discrezione"). Quando non
stanno bene vanno al pronto soccorso e non pagano il conto. I figli usano il
sistema scolastico americano, ma i genitori non pagano le realtive tasse.
Insomma, il problema è enorme: «La riforma non può aspettare. Il sistema, e
questo lo sanno tutti, non funziona, è rotto...ma resta ostaggio del
posizionamento politico. Come mai repubblicani che appoggiavano il piano del
presidente George W. Bush oggi sono defilati?», ha detto Obama, invocando «un
approccio pragmatico». Il tempismo e l'azione e del discorso di Obama sono
calcolati in vista delle elezioni di novembre. A parte gli illegali, ci sono
decine di milioni di ispano-americani regolari e integrati che vogliono la
riforma per i loro cugini e vogliono uscire dall'impasse. Insomma c'è in ballo
il voto. E non soltanto il voto generico: con la sua sfida sull'immigrazione,
ad esempio, Obama aiuta il senatore Harry Reid, il capo della maggioranza
democratica al Senato, suo grande alleato nel processo per la riforma sanitaria
che oggi rischia di perdere nel suo stesso stato, il Nevada, a forte
percentuale di latinos. Obama, che ha parlato a Washington all'America
University davanti a una platea di politici, esperti, attivisti, sindacalisti e
uomini d'affari ha ricordato i punti forza dell'immigrazione in America, dagli
esempi di Albert Einstein a Sergey Brin confondatore di Google, ai flussi
migratori di italiani, polacchi, russi discriminati. Il problema però è uno:
tutti sono d'accordo sulla necessità di una riforma. Ma l'opportunità politica
potrebbe imporre un rinvio.
Foreign Press
Il prezzo per
entrare
Una nuova proposta di Gary Becker, Premio Nobel
per l’Economia, per creare un mercato dell’immigrazione
The
Economist, Jun 24th 2010
I Nordafricani rischiano la vita
per tentare di attraversare il Mediterraneo diretti verso l'Europa meridionale.
I Messicani affittano muli che li aiutino attraverso il confine con gli Stati
Uniti. Gli Afghani si accampano nei luridi sobborghi fuori Calais, in attesa di
attraversare La Manica ed entrare in Gran Bretagna. A quanto pare, ovunque, vi
sono persone che cercano di attraversare il confine di un Paese che non è il
loro. Anche quelli che scelgono un modo legale di viaggiare a fini di lavoro,
debbono fronteggiare ostacoli enormi per l'ingresso in alcuni paesi. La gente
in possesso di visto per lavoro rappresenta il 70% del totale degli immigrati
regolari in Germania, per esempio, ma sono solo il 5,6% di coloro che entrano
in America, la terra originale delle
opportunità. Gran parte degli altri entra in quanto un membro
della loro famiglia è già nel paese. La quota
annuale di visti americani diretti ai lavoratori più qualificati, in genere si
esaurisce in poche settimane. Sono molte di più le persone che vogliono
trasferirsi nei paesi ricchi, di
quanto non siano veramente in grado poi di farlo. In
una lezione tenuta il 17 giugno scorso presso l'Istituto degli Affari
economici, un think-tank di Londra, Gary Becker ha proposto una "soluzione
radicale" a questo disordinato e confuso problema. Opportunamente per
un premio Nobel che ha aperto la strada all'applicazione dell’economia in
settori come la discriminazione, la criminalità e la famiglia, le sue ricette
coinvolgono i meccanismi di mercato. Mr. Becker
sostiene che l'immigrazione è fuori controllo a causa della mancanza di un
prezzo che aiuti il “matching” tra domanda e offerta di manodopera etnica. I
governi, ha suggerito l’economista, potrebbero usare principi economici nel
concedere i visti, sia con la vendita del diritto di migrare a un prezzo a cui
risponda un desiderato numero di migranti, oppure attraverso vere e proprie
aste dei visti a fini di immigrazione per lavoro. Come succede per ogni prezzo,
quello attribuito all’immigrazione finirebbe per dare la possibilità di migrare
a chi lo desiderava di più. Gli immigrati di successo, ha sostenuto Becker,
sarebbero comunque avvantaggiati anche dopo aver pagato una tassa pesante per
questo privilegio. E ne beneficerebbe anche il Paese ricevente. Un aggiustamento del prezzo di anno in
anno, inoltre, permetterebbe ai governi di mantenere il controllo sul numero di
immigrati che attraversa i loro confini,
anche in risposta alle mutevoli condizioni del mercato del lavoro. E le
entrate economiche provenienti dalla tassa, potrebbero in qualche modo a
placare le preoccupazioni di coloro che si oppongono all'immigrazione,
soprattutto in questo momento in cui ogni buona idea è benvenuta ai fini di
migliorare le finanze pubbliche. Tassare 50.000 dollari il diritto di
immigrare, porterebbe agli USA un guadagno netto di 50 miliardi dollari per
ogni milione di immigrati lasciati entrare, più o meno la cifra annuale odierna
dell’immigrazione legale in America.
Ancora più importante, gli immigrati più tentati da tale sistema di
immigrazione a pagamento sarebbero
quelli intenzionati a raccogliere il maggior beneficio economico dalla
migrazione, come quelli i cui salari potrebbero aumentare maggiormente. Mr. Becker valuta che queste persone avrebbero altre
qualità desiderabili. Loro sarebbero il tipo di innovativo, laborioso ed
intraprendente che i paesi vogliono attirare, come gli ingegneri di origine
indiana o cinese che si sono assicurati la titolarità del 14% dei brevetti
rilasciati in America tra il 2000 e il 2004. Una bella quota se si considera
che questi gruppi etnici rappresenta meno del 5% della popolazione. Il
migrante giovane, secondo l’economista, sarebbe più interessato di quello più
attempato, in quanto avrebbe più anni per recuperare i costi pagati per il
visto. Un'idea interessante, forse, in una
Europa a rapido
invecchiamento. E che dire delle persone
di talento, però incapaci di affrontare un così esoso pagamento? A questo riguardo, Becker propone un sistema in cui i
potenziali migranti potrebbero chiedere un prestito al governo, qualcosa di
simile a un regime di prestito per studenti. O forse potrebbero essere i
datori di lavoro a prestare i
soldi ai lavoratori stranieri, prestito che il lavoratore potrebbe restituire
con gli straordinari. Ma se sono i governi a
dover prestare il denaro degli
immigrati, in una prima fase l’effetto non sarebbe molto benefico ai fini di
ridurre i deficit di bilancio. E l'idea di persone debitrici al proprio datore
di lavoro straniero dei fondi necessari a ripagare i costi per arrivare al
luogo di lavoro, per poi ripagare il debito attraverso il lavoro, è una
esperienza già sperimentata in passato. Nel 19 ° secolo questo
meccanismo è stato chiamato servitù a contratto. Tra i suoi lasciti ci sono i
molti cittadini caraibici discendenti di indiani che emigrarono per lavorare
nelle piantagioni. Come anche la proposta di
Becker che il lavoratore potrebbe sanare il proprio debito con il primo datore di lavoro,
accendendone un altro – se decide di cambiare - con un nuovo datore di
lavoro. Anche questa è storia vecchia degli indiani nei Caraibi. Perfino se i datori di lavoro non
dovessero ricorrere alle tattiche usate dai proprietari delle piantagioni di
zucchero caraibiche, secondo Abhijit Banerjee del Massachusetts Institute of
Technology il sistema potrebbe comunque avere problemi. Una ditta che “importi”
un lavoratore con un tale sistema, presumibilmente pagherebbe un salario
inferiore a quello che dovrebbe pagare a un equivalente locale (altrimenti
perché non assumere un indigeno?). Avremmo comunque un contratto reciprocamente
vantaggioso, poiché il lavoratore
guadagnerà comunque di più rispetto a casa. Ma una volta arrivato,
l’opzione migliore per l’immigrato sarebbe quella di farsi licenziare (per
esempio, non presentandosi al lavoro) ai fini di ottenere un nuovo lavoro a
salario di mercato. Per evitare ciò, il datore
di lavoro avrebbe bisogno di minacciare il lavoratore con mezzi quali la
deportazione. L'esistenza stessa di una simile minaccia consentirebbe al
datore di lavoro di ridurre ulteriormente i salari.
Emicrania da migrante
Sendhil
Mullainathan della Harvard University indica un altro problema dell’idea di
Becker. I prezzi conducono ad una
efficienza allocativa quando il beneficio di ciò che viene venduto (in questo
caso, di un visto), sono attribuiti interamente alla persona che lo acquista. Ma l'ingresso di un immigrato ha effetti sulla società
in generale, quello che gli economisti chiamano "esternalità". Quando
i benefici privati e sociali della presenza di una persona in un paese nuovo
differiscono, basare le decisioni di ammissione sulla disponibilità a pagare
non può essere l'approccio migliore. L’America
può volere un sacco di scienziati, per esempio, ma potrebbe finire invece per
ottenere un eccesso di indiani vicino all'età pensionabile, tentati dall'idea
di usare i loro risparmi accumulati per l'acquisto gratuito di cure mediche per
il resto della loro vita. Se i benefici dell'immigrazione dipendono più
dalle caratteristiche delle persone che dalla loro disponibilità a pagare, la
risposta potrebbe già esistere. Paesi come la
Gran Bretagna e Canada utilizzano un "sistema a punti”, che mira a
selezionare gli immigrati che hanno livelli di istruzione o di competenze
specialistiche, che siano ritenuti economicamente desiderabili. La politica
dell'immigrazione nei paesi ricchi è troppo velenosa per le idee radicali di
Mr. Becker. Ma non è chiaro se la radicalità sia davvero necessaria.