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Buone vacanze a tutti!
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periodica d’informazione
(aggiornata
alla data del 27 luglio 2010)
Legge
sull’immigrazione toscana: la Consulta boccia il ricorso del Governo

Sommario
o
Dipartimento Politiche
Migratorie – Appuntamenti pag. 2
o
Prima pagina – Legge
immigrazione Toscana: la Consulta boccia il governo pag. 2
o
Normativa – Conversione
permesso di studio a pds per contratto a progetto pag. 3
o
Società – Tagliati 1300 precari, sportelli a
rischio pag. 3
o
Società – Tra i fantasmi di Ponte Galeria
pag. 5
o
Discriminazioni
– Divieto di sposare un clandestino: la parola alla Consulta pag. 7
o Discriminazioni – Bergamo: il
comune ti aiuta solo se sei italiano. Stop del tribunale pag. 8
o
Discriminazioni
– Vietato escludere gli stranieri dalle prestazioni sociali pag. 9
o
Foreign Press – The
Economist: shanty life in Brazil pag. 9
A cura
del Servizio Politiche Territoriali della Uil
Dipartimento
Politiche Migratorie
Rassegna
ad uso esclusivamente interno e gratuito, riservata agli iscritti UIL
Tel.
064753292- 4744753- Fax: 064744751
n.
286
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Dipartimento Politiche Migratorie: appuntamenti
Roma, 9 settembre 2010, ore
11.00, Ministero Pari Opportunità
Costituzione cabina di regia
tra UNAR e parti sociali, in
materia di lotta alle discriminazioni sul lavoro e nella società
(Guglielmo Loy, Giuseppe
Casucci)
Prima pagina
Firenze, 25 luglio 2010 - "La Corte
costituzionale ha dichiarato inammissibile e non fondato il ricorso del Governo
Berlusconi sulla Legge regionale che norma l’accoglienza, l’integrazione e la
tutela dei cittadini stranieri in Toscana. E' una vittoria della ragione e
della civiltà". Lo dice Enrico Rossi, presidente della Regione Toscana,
insieme all'assessore al welfare Salvatore Allocca, dopo che la sentenza
riguardo alla legge sull'immigrazione stata depositata presso la cancelleria
della Consulta. "Accogliamo con estrema soddisfazione la decisione della
Corte – hanno continuato Rossi e l'assessore – perché stabilisce
una volta per tutte la legittimità costituzionale di una normativa basata su
principi di eguaglianza e di pari opportunità che ha l'obiettivo dichiarato di
rafforzare sul nostro territorio la coesione sociale e la solidarietà tra i
cittadini, qualunque sia la loro provenienza".
La legge regionale a tutela dei cittadini stranieri era stata approvata dal
Consiglio regionale toscano il 9 giugno 2009. Dopo poche settimane, a fine
luglio dello stesso anno, era stata impugnata dal Presidente del Consiglio dei
ministri Silvio Berlusconi per una presunta illegittimità costituzionale
dell’articolo 2, commi 2 e 4, e dell’articolo 6, commi 11, 35, 43, 51 e 55. Il
Governo sosteneva che la norma regionale contra stava la disciplina dei flussi
migratori di competenza esclusiva del legislatore statale e con i principi
costituzionali in tema di «diritto di asilo». Il Governo attaccava la Regione
Toscana anche sull'offerta di "servizi socio-assistenziali urgenti ed
indifferibili, necessari per garantire il rispetto dei diritti fondamentali
riconosciuti ad ogni persona in base alla Costituzione ed alle norme
internazionali" e sull'istituzione di "una rete regionale di
sportelli informativi" utile a semplificare i rapporti tra i cittadini
stranieri e la pubblica amministrazione.
Con la decisione di oggi la
Corte costituzionale, oltre a rigettare in toto le pretese del Governo
Berlusconi, afferma che "la norma regionale in esame non determina alcuna
lesione delle competenze legislative statali" e che "lo straniero è
[…] titolare di tutti i diritti fondamentali che la Costituzione riconosce spettanti
alla persona" e in particolare, con riferimento al diritto fondamentale
all’assistenza sanitaria, che esiste "un nucleo irriducibile del diritto
alla salute protetto dalla Costituzione come ambito inviolabile della dignità
umana, il quale impone di impedire la costituzione di situazioni prive di
tutela, che possano appunto pregiudicare l’attuazione di quel diritto".
Quest’ultimo deve perciò essere riconosciuto "anche agli stranieri,
qualunque sia la loro posizione rispetto alle norme che regolano l’ingresso ed
il soggiorno nello Stato".
Normativa
Prot. 23/II/0003351/06 del 22
luglio 2010
Conversione del permesso di
soggiorno per studio in pds per motivi di lavoro autonomo, in caso di contratto
a progetto
Circolare di Natale Forlani,
Direttore Generale per l’immigrazione, Ministero del Lavoro
Alle Direzioni
Regionali del Lavoro
Alle Direzioni
Provinciali del Lavoro
E p.c.
Al Ministero
dell’Interno, Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione –
Direzione Centrale per le Politiche dell’Immigrazione e dell’Asilo – ROMA
Oggetto:
Conversione del permesso di soggiorno per studio o formazione in permesso di
soggiorno per motivi di lavoro autonomo, in caso di contratto cd. a progetto
(art. 61 e seguenti del D.Lgs. 276/2003
Per
corrispondere a numerosi quesiti relativi all’oggetto, che pervengono dagli
Uffici territoriali e su cui si registrano contrasti interpretativi delle
Direzioni regionali e Provinciali del Lavoro, si precisa l’orientamento in
merito da parte di questa Direzione Generale. Per gli stranieri extracomunitari
già regolarmente soggiornanti in Italia è ammissibile la conversione del
permesso di soggiorno per studio o formazione professionale in corso di
validità in permesso di soggiorno per lavoro autonomo, anche in presenza di contratto
cd. a progetto. Le Direzioni Provinciali del Lavoro, ai fini del rilascio del
competente parere allo Sportello Unico, sono chiamate sia a verificare la
disponibilità – attraverso il sistema SILEN – della specifica quota
destinata alla conversioni per lavoro autonomo attribuita a livello locale, che
ad accertare, dalla documentazione presentata dallo straniero richiedente, il
carattere autonomo (e non subordinato o parasubordinato) del contratto a
progetto. Il lavoro a progetto non tende, infatti, ad assorbire tutti i modelli
contrattuali riconducibili in senso lato all’area della cd. parasubordinazione
(come affermato dalla Direzione Regionale del Lavoro di Milano prot. 4206 del
16. 2.2005). Ai fini del corretto inquadramento della fattispecie di contratto
cd. a progetto tra il lavoro
autonomo, per i quali è permessa la conversione del permesso di soggiorno per
studio/formazione in permesso per lavoro autonomo, è necessaria un’attenta
verifica da parte delle DPL circa i requisiti qualificanti della fattispecie. A
tal proposito si rimanda alle circolari del Ministero del Lavoro 1/2004,
17/2006 e 4/2008, che indicano in maniera dettagliata quando un contratto a
progetto può qualificarsi come contratto di lavoro autonomo. Si precisa,
inoltre, che l’orientamento su esposto non vale per i nuovi ingressi
dall’estero /ex art. 26 del T.U. e art. 39 del D.P.R. 394/99), in quanto la
specifica attività di lavoro autonomo deve essere riconducibile ad una delle
categorie individuate dall’art. 2 del D.P.C.M. 1.04.2010. Tra queste, allo
stato, ancora non figura la casistica relativa al lavoro cd. a progetto.
IL DIRETTORE
GENERALE
Natale
Forlani
Società
Immigrazione
Di Marco Noci, www.ilsole24ore.com/
Un
colpo che mette a rischio il funzionamento degli sportelli unici per
l'immigrazione delle questure italiane. Con un solo comma la manovra
finanziaria rischia di mandare in tilt gli uffici che si occupano delle
pratiche di regolarizzazione degli stranieri: il comma 28 dell'articolo 9 del
Dl 78/2010, infatti, impone alle amministrazioni dello stato e agli enti
pubblici di ridurre del 50% rispetto al 2009 la spesa sostenuta per il
personale a tempo determinato o assunto con convenzioni.
Questo significa, in pratica, l'impossibilità di rinnovare i contratti in
scadenza al 31 dicembre 2010 ai 643 precari assunti nel 2005 con concorso
pubblico, e quelli in scadenza al 31 luglio che interessano i 650 interinali
assunti dal ministero per rispondere all'emergenza-sanatoria che aveva inondato
di pratiche gli sportelli di tutta Italia.
L'8 luglio scorso il sottosegretario all'Interno Nitto Palma ha confermato che
la carenza di fondi non consente di procedere «al momento» alla stabilizzazione
del rapporto di lavoro. In via ufficiosa, però, dal Viminale fanno sapere che i
precari sono importantissimi per il funzionamento della "macchina" e
che si sta cercando una soluzione che permetta di rinnovare i contratti. A
mancare, quindi, non è la volontà, ma le risorse finanziarie.
Le quasi 300mila domande presentate per l'emersione di colf e badanti lo scorso
settembre sono state lavorate e in molte prefetture la sanatoria è stata
archiviata. Merito – anche – dei 650 interinali assunti dal ministero
proprio con questo compito. La ripartizione territoriale li aveva suddivisi in
base alle necessità delle prefetture: i rinforzi maggiori sono arrivati a
Milano, Roma e Napoli, dove gli interinali impiegati sono rispettivamente 32,
30 e 20. Nei mesi più "caldi" gli sportelli sono arrivati a vagliare
anche 250-300 pratiche al giorno.
Il supporto degli operatori (sia di quelli a tempo determinato che degli
interinali) potrebbe rivelarsi decisivo nel caso in cui il ministero decidesse
di varare un nuovo decreto flussi: non è in agenda (il ministro Maroni aveva
escluso questa ipotesi, almeno fino a quando non diminuirà la disoccupazione
degli italiani), ma le cose potrebbero cambiare. La scelta di rimandare a casa
gli operatori non stabilizzati ricadrà, quindi, soprattutto sugli stranieri, i
quali vedranno allungarsi i tempi per la convocazione e la consegna del
permesso di soggiorno.
«Oggi – spiega Cristiano Ceccotti, il presidente (insieme con Alessia
Pantone) del comitato dei precari – rappresentiamo l'80-90% del personale
addetto presso gli uffici immigrazione. Senza di noi sarà impossibile portare
avanti il lavoro. Oltretutto, il ministero ha speso soldi per formarci e adesso
ci manda via».
In effetti, in sette anni di lavoro i precari hanno acquisito competenze
indispensabili per il funzionamento della "macchina", eppure
«difficilmente spendibili altrove» lamenta Ceccotti, preoccupato del suo futuro
di quello dei suoi colleghi.
In attesa di una risposta dal ministero i precari provano a fare due conti: «È
impensabile che gli sportelli portino avanti il lavoro con il personale che
hanno. Il ministero potrebbe allora chiedere rinforzi a una società interinale,
come ha fatto per la procedura di emersione. Ma affidarsi a un'agenzia è più
costoso che rinnovare per un anno i nostri contratti». Senza contare che il
personale andrebbe formato e che si creerebbero altri precari.
E se i precari di lungo corso hanno ancora davanti cinque mesi di lavoro, gli
interinali hanno le ore contate. Il loro contratto scadrà il 31 luglio. Era
previsto che lavorassero complessivamente sei mesi nel corso dell'anno, ma per
lo più sono stati già utilizzati e andranno a casa a fine mese.
In più, i lavoratori a tempo determinato sono sul punto di perdere il posto
proprio quando il loro contributo sembra diventare ancora più utile: dal
prossimo dicembre, infatti, le prefetture dovranno gestire anche i test di
italiano per chi chiede la carta di soggiorno. Poi, probabilmente all'inizio
del 2011, entrerà in vigore l'accordo di integrazione, e le stesse prefetture
saranno chiamate a organizzare i corsi di educazione civica per gli immigrati e
a verificare gli obiettivi che questi raggiungono.
La manovra, infine, mette in difficoltà anche un altro settore legato agli
stranieri: i sindacati di polizia, infatti, lanciano l'allarme di fronte a
nuovi tagli, al blocco dei rinnovi dei contratti e al tetto sulle retribuzioni.
«La polizia potrà lavorare di meno – spiega Felice Romano, segretario
generale del Siulp (Sindacato italiano unitario lavoratori di polizia) –.
Di conseguenza diminuiranno i controlli sugli irregolari e su chi li sfrutta
facendoli lavorare in nero e in condizioni disumane».
In cifre
2.500.000 Le pratiche lavorate dai precari
Nel corso del 2003 gli allora interinali hanno vagliato 703mila istanze per la
sanatoria. Dal 2005 in poi hanno rilasciato nullaosta per ricongiungimento
familiare per circa 100mila ingressi all'anno, oltre ai 520mila nullaosta
previsti dai decreti flussi 2006 e 2006 bis; ai 170mila del decreto 2007; ai
150mila del decreto 2008 lavoratori subordinati, ai 160mila stagionali del 2008
e del 2009, e alle 300mila pratiche di emersione di colf e badanti
1.293 Interinali e precari
Sono in totale 1.293 i lavoratori precari (650 interinali e 643 contratti a
termine assunti dopo il concorso pubblico del 2005) che rischiano di perdere il
posto a causa dei tagli imposti dalla manovra finanziaria. Negli ultimi anni i
precari degli Sportelli unici hanno portato avanti il lavoro di vaglio delle
pratiche e consegna dei permessi di soggiorno agli stranieri. «Senza di noi
– dicono – le prefetture non riusciranno a svolgere queste
funzioni»
198 Il gruppo su Facebook
Geograficamente lontani, ma uniti dalla "battaglia", e ora anche da
Facebook. Sul social network i precari assunti a tempo determinato dal
ministero dell'Interno hanno fondato un gruppo: «Quei 650 ex interinali del
ministero dell'Interno». Nonostante il nome, però, gli iscritti sono solo 198.
Su Facebook si scambiano pareri, pubblicano gli articoli riguardanti la loro
vicenda e aspettano notizie dal ministero
Roma, 25 luglio 2010 - Dovendo rinnovare il permesso di
soggiorno, per mia moglie, circa un mese fa mi sono recato alle poste ho preso
il Kit gratuito e una volta compilato seguendo le relative istruzioni, l'ho
riconsegnato e tra spese di spedizione, fotocopie varie e altro, viene a
costare circa 50€. L'impiegato postale rilascia la ricevuta e addirittura
l'orario per l'appuntamento. Nel mio caso appuntamento per il 23 luglio ore
14,30. Perfetto. Alle 14 arriviamo all'uffico stranieri che cosi viene
descritto dal sito ufficiale della Polizia di Stato: "L'Ufficio
immigrazione della Questura di Roma cambia sede. Dallo storico edificio di San
Vitale si passa, a partire da mercoledì 26 maggio 2004, in via Teofilo Patini,
angolo via Salviati, nel quartiere di Tor Cervara - Tor Sapienza. Il
trasferimento è stato voluto dal Questore di Roma, Nicola Cavaliere, per
rendere più funzionale il servizio ed evitare code e disagi ai lavoratori
stranieri in aumento nel nostro Paese. Nella nuova struttura ci sono ampie sale
di attesa dove i cittadini, sia comunitari che extracomunitari, potranno
aspettare comodamente il loro turno con oltre 200 addetti impegnati a garantire
un rapido ed efficiente servizio agli utenti. Il nuovo Ufficio immigrazione,
che ha a disposizione un ampio parcheggio, è facilmente raggiungibile anche con
i mezzi pubblici. La linea 447 che parte dalla fermata metro B
"Rebibbia" è stata appositamente prolungata fino a via Salviati.
Alle 17.00 hanno fatto entrare il gruppo che aveva
l'appuntamento 14.00 e 14.30 e dopo circa un'ora tutti sono stati rimandati a
casa con appuntamento per il 12 agosto ore 09.00. Quelli che avevano
l'appuntamento successivo alle 14.30, onestamente non so che fine hanno fatto.
Gente è andata via piangendo disperata. Noi personalmente abbiamo fatto 800 km
per arrivare ad un appuntamento datoci un mese prima dalla Pubblica
Amministrazione. Naturalmente tutto questo "per rendere più funzionale il
servizio ed evitare code e disagi ai lavoratori stranieri ". A proposito
dell'ampia sala di attesa ci sarebbe da fare una accurata descrizione dello
stato di pulizia/igiene/manutenzione in cui si trova ma è meglio andare a
verificare di persona a chi interessa. Provare solo ad avvicinrsi, non entrare
nei servizi igienici che sono chiusi, è da svenimento. Hanno messo dei box
all'esterno, provate ad entrarvi con le temperature di questi giorni. Dico
soltanto che nonostante il caldo, la gente preferiva stare fuori sotto una
tettoia di plexiglass. Ci sono anche dei distributori di bevende a gettone.
Naturalmente vuoti. Allora o si obbliga la ditta a passare più volte al giorno
per riempirli o si aumentano o si tolgono. Vuoti non servono a nessuno,
consumano solo energia elettrica. Una disorganizzazione organizzata.
Se io fossi il Comandante/Responsabile/Direttore o
come si chiama di quella struttura mi vergognerei. Mia moglie dice che se
spedisco questa lettera non le rinnoveranno il Permesso di Soggiorno. Ma la
gente deve sapere. Distinti saluti
lettera firmata
I
paradossi del Centro identificazione ed espulsione di Ponte Galeria partono da
lontano. Il Galeria è un fiume antico che lambisce per 35 chilometri la
Capitale. Prende vita dalle alture del Trionfale e si getta nel Tevere poco
prima di Fiumicino. Era molto noto in passato: gli
etruschi lo usavano per portare il sale fin sotto le mura dell'antica Veio.
Oggi il Galeria nessuno lo vede più, perché scorre chiuso tra argini poderosi.
In compenso è il fiume più inquinato e velenoso d'Italia. Anche gli immigrati
che finiscono dietro le mura del CIE non li vede più nessuno. Sono chiusi da
argini di cemento. Scompaiono alla vista e in un certo senso anche alla vita.
In compenso trascorrono il tempo in uno dei posti peggiori d'Italia.
Tecnicamente
non sono detenuti. La loro colpa è quella di non essere in possesso di
documenti. E di dover quindi essere identificati. Una
procedura che con i mezzi moderni può richiedere qualche settimana, un mese al
massimo. Prima del recente pacchetto sicurezza, potevano essere trattenuti per
60 giorni. Un periodo difficile, visto che il regime detentivo è più duro di
quello di un carcere. Ma con il senno di poi, un periodo ancora accettabile.
Con il pacchetto sicurezza, invece, i CIE si sono trasformati in un incubo
lungo 6 mesi. Doloroso e inutile. Davanti al cancello blindato c'è un
maghrebino che discute con il poliziotto. Ha un amico dentro e gli vuole
portare dei soldi. “Per comprare qualcosa”, dice. Sono solo pochi euro, ma
immagino che possano valere un tesoro. La guardia spiega che non può
entrare. Solo madre, padre e fratelli. Sorrido amaro pensando a quanto devono
essere lontani i genitori e i parenti della maggior parte di quelli che
costretti a vivere dietro le sbarre di Ponte Galeria.
Faccio
parte di una delegazione parlamentare, che nel frattempo è arrivata. Quindi è
un giorno speciale. Dove tutto deve filare liscio. La
guardia parla al telefono e salta fuori un assistente sociale. Prende i soldi e
li porta con se. Speriamo che raggiungano il destinatario, e nel frattempo
entriamo.
All'ingresso
tutto è in perfetto ordine. La parte antistante è riservata alle forze
dell'ordine. La gestione interna del centro, invece, è di una cooperativa
privata.
Le stanze per
gli incontri con i magistrati e avvocati sono squallide e linde. Così come
l'infermeria e il refettorio. Sembrano verniciate di fresco. Nulla lascia
pensare che negli ultimi tre mesi ci sono state almeno quattro rivolte.
L'ultima il 4 giugno. Incendi, pestaggi e arresti. Più di 200.000 euro di
danni. Episodi di cui si sa poco o nulla all'esterno. Il direttore quando parla
dei reclusi li chiama “ospiti”. Evito di ricordargli che è decisamente
improprio quel termine. In effetti - lo ammette lui stesso – gli ospiti
preferirebbero essere portati in carcere. Perché la galera è meglio. Si
possono ricevere visite. Libri. Assistenza spirituale. Addirittura
un'istruzione. Nel CIE invece ci sono solo le mura di cemento macchiate
dall'umidità che arriva dal Galeria. Un nulla dilatato sei interi mesi. Quando
bastano poche settimane per identificare quelli che si possono identificare.
Per fortuna il viceprefetto mandato dal Viminale, a farci da guardia e da guida
turistica, decide che è arrivato il momento di visitare gli “ospiti”.
I
reclusi per prima cosa mostrano i loro luoghi di culto. La fede è proprio
l'ultima cosa a morire. Si trovano proprio vicino all'entrata. In un locale c'è
una moschea. I fedeli chiedono un aiuto. Vorrebbero una scopa per pulire. E un
battitappeto. Non di quelli che servono per le stanze e le latrine, ma solo per
la moschea, per pulire quei quattro stracci messi per terra. Il direttore
promette di provvedere immediatamente. Vorrebbero anche un imam della Grande
Moschea. Faremo il possibile. Poi vediamo la cappella. Una stanza vuota. Le
sedie e l'altare li portano quando arriva il prete. Altrimenti marcirebbe
tutto. L'umidità sale lungo le narici e segna le pareti con lunghe strisce
nere.
Spiegano
che il Centro è costruito su di uno stagno. Un pezzo è ancora visibile, in un
angolo lasciato scoperto. Ci sono resti romani. E le rane. Di
quelle che gracidano tutta la notte e non possono essere eliminate. Sono una
specie protetta. Quei poveretti che nemmeno possono dormire in pace, invece,
non li protegge nessuno.
Arrivano
altre richieste. Un uomo vorrebbe vedere la sua compagna. E suo figlio. Non
sono sposati e quindi non li fanno entrare. Faceva il panettiere. Poi lo hanno
preso perché senza permesso di soggiorno. Per identificarlo. Vallo a spiegare a
suo figlio.
In
una delle stanze, c'è un veterano. Ha scontato 26 anni di carcere. Quando è
stato rilasciato, lo hanno portato al CIE per l'identificazione. Tutti
quelli che escono dal carcere devono essere identificati. Una piccola
disfunzione del nostro sistema penale, che condanna senza identificare. Penso
ai lunghi anni di carcere. Il tempo ci sarebbe tutto, spiegano, ma non viene
fatto. Quindi dopo la pena, altri sei mesi. Più duri dei precedenti.
Qualcuno mi
si avvicina alle spalle. “Il mio compagno di stanza”, dice, “ha tentato tre
volte il suicidio negli ultimi giorni. Lo sorvegliamo giorno e notte, ma
abbiamo paura.” La maledizione di Ponte Galeria scuote l'anima delle persone.
Andiamo anche dalle donne. Sono in maggioranza nigeriane. Portate in Italia
perché vendessero i loro corpi. Anche dentro al Centro cercano di apparire
carine. Forse non hanno ancora capito la differenza tra la strada e il posto
dove si trovano. Una cinese sta parlando con un'assistente sociale. Forse
è incinta. Le portano un vocabolario per spiegarsi. Lei chiude il libro e continua
a parlare. Vedo che una componente della delegazione parlamentare vorrebbe
intervenire, ma non la fanno avvicinare. Lei il cinese lo parla. “Cerca di
spiegare che è analfabeta”, mi dice, “non sa leggere. Che le portano a fare un
vocabolario!”.
Le
donne incinta non possono essere detenute nei CIE. Così ci spiegano. Se quella
donna è incinta verrà immediatamente rilasciata. Potrei giurare di aver visto
anche un'altra donna con un pancione. Una donna dell'Est.
Poteva essere vicina al sesto mese. Quando mi volto per avere spiegazioni, non
la vedo più. È solo malata, dicono. Se non era incinta – penso - doveva
avere una cirrosi epatica all'ultimo stadio. Una di quelle che ti lasciano poco
tempo da vivere. Ma in fondo Ponte Galeria non è un posto per vivere. Con 42
euro al giorno che lo Stato paga ai gestori, c'è solo da sopravvivere.
Malamente. E cominciamo a star male anche noi. Non vediamo l'ora di uscire.
Alla
fine ci portano a vedere la mensa. Faccio in
tempo a notare che le razioni sono veramente striminzite. In quel posto non c'è
nemmeno bisogno di fare lo sciopero della fame. È compresa nel vitto. A quel
punto, però, abbiamo una nausea tale, che anche quelle due cucchiaiate di
spezzatino sarebbero troppe. Vorremmo solo uscire. Ma non dal CIE. Dall'Italia.
Discriminazioni

VENEZIA (25 luglio) - Al bando del Comune di Jesolo avevano partecipato come altre coppie per avere quei cinquemila
euro per la casa. Invece niente perché "lei" è moldava, straniera.
Qualcuno ha protestato e ieri è arrivata una lettera dell'ufficio nazionale
antidiscriminazioni razziali della Presidenza del Consiglio dei ministri che
spiega come quello del Comune possa essere considerato un atteggiamento
discriminatorio. Al punto che la Presidenza invita il Comune a pagare e ritiene
legittimo che la coppia ricorra al giudice per avere i soldi e chiedere i danni
morali.Il Comune ti aiuta se sei italiano
Ma l’ordinanza razzista diventa una beffa
A Villa d'Ogna, nel bergamasco, il sindaco stanzia 6mila euro per
chi è senza lavoro, ma solo se italiano e residente da 5 anni in paese. Il
Tribunale boccia il provvedimento.
Prima l’ordinanza razzista,
poi la marcia indietro. E infine la beffa. A Villa d’Ogna,
paesino di duemila anime della Val Seriana (in provincia di Bergamo), il
sindaco leghista Angelo Bosatelli
aveva deciso nel dicembre scorso di istituire un fondo da 6mila euro per
aiutare chi ha perso il lavoro a causa della crisi. Un aiuto da cui erano stati
però esclusi i migranti. Per godere del contributo comunale (300 euro al mese),
infatti, sarebbe stato necessario avere la residenza in paese da almeno cinque
anni, una famiglia monoreddito e due figli a carico, oppure un reddito non
superiore ai settemila euro. E, soprattutto, bisognava avere la cittadinanza
italiana. Un’ordinanza che non solo è stata bocciata dal giudice del Lavoro, ma
addirittura si è trasformata in un boomerang economico per il piccolo Comune,
che ha messo a disposizione 6mila euro e poi, dopo aver constatato che nessuno
dei cittadini rientrava in quei requisiti, ha speso due terzi della somma, cioé
4mila euro, per le spese legali. Il ricorso contro questa decisione del
consiglio comunale è stato presentato dall’Asgi (Associazione per gli studi
giuridici sull’immigrazione) insiene ad Anolf (Associazione oltre le frontiere)
e ai sindacati Cgil, Cisl e Uil a rivolgersi al Tribunale di Bergamo. Lo scorso
5 luglio la sentenza: la delibera del comune di Villa d’Ogna “è discriminatoria
perché prevede un trattamento sfavorevole per gli stranieri regolarmente
residenti, senza una razionale causa giustificatrice”. Il giudice del lavoro ha
inoltre aggiunto che la discriminazione nei confronti dei cittadini stranieri
viola gli obblighi relativi alla parità di trattamento tra lavoratori nazionali
e lavoratori stranieri, previsti da norme di diritto internazionale. Il sindaco
Angelo Bosatelli, raggiunto dal fattoquotidiano.it, difende la bontà della sua
scelta: “Abbiamo dovuto dare delle priorità e ci sembrava giusto aiutare prima
gli italiani, ma non c’era nessun intento discriminatorio”. La bocciatura, fra
l’altro, è arrivata nonostante la marcia indietro della Giunta che aveva
revocato, dopo meno di tre mesi, la sua stessa delibera approvata all’unanimità
dal Consiglio comunale (e con i voti del Pd). “Con questa sentenza –
commenta Alberto Guariso di Asgi – si danno indicazioni
importanti per tutti i comuni che creano complicati contenziosi attraverso le
ordinanze: non si possono fare differenze dove la legge impone la parità”. Al
Comune, infatti, è stato ordinato dal Tribunale di “astenersi da analoghi atti
di discriminazione per razza, origine nazionale o etnica”. Oltre al danno,
anche la beffa dei conti per Villa d’Ogna. E’ proprio il sindaco Bosatelli ad
ammetterlo: “Abbiamo stanziato 6mila euro, ma non abbiamo potuto accettare
nessuna domanda per mancanza di requisiti. E alla fine, le spese processuali,
sono state di 4mila euro”.
Brescia
– 23 luglio 2010 - Adro è un paesino da seimila abitanti in provincia di
Brescia salito agli onori delle cronache qualche mese fa, quando il
Comune ha escluso dalla mensa scolastica alcuni bambini perché i loro
genitori non pagavano la retta. Il caso si è poi risolto con l’intervento di un
benefattore che ha versato gli arretrati. Non servirà invece un benefattore, ma
una rapida marcia indietro , per far uscire la giunta leghista di Adro dal cul
de sac razzista in cui si è cacciata. Secondo il regolamento comunale, per
accedere ai contributi per l’affitto bisogna essere “cittadini di uno stato
facente parte dell’Unione Europea”, così come, per il bonus bebè, è richiesta
la “cittadinanza di uno Stato dell’Unione Europea di entrambi i genitori”. I
circa seicento immigrati extraue di Adro sono quindi esclusi. Lo scorso aprile
cinque di loro, assistiti dall'Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione e
dalla Fondazione Piccini, hanno portato il Comune in tribunale, avviando
un’azione civile contro al discriminazione. Ieri il giudice ha dato loro
ragione, stabilendo che quei requisiti sono discriminatori e quindi vanno
cancellati. Nella sentenza il giudice ha ricordato che per legge, per le
prestazioni sociali, si applica “il principio di parità di trattamento
senza distinzione di razza ed origine etnica”. Il Comune ha invece introdotto
requisiti che sono “esclusivamente mirati all’esclusione dei soggetti di razza
e nazionalità estranee all’unione Europea dal godimento di una prestazione
sociale”.
Le scelte
della giunta di Adro, quindi, vanno contro la legge. Il giudice ha ordinato al
Comune di eliminare il requisito della cittadinanza dai regolamenti,
pubblicizzare la novità sui giornali locali e pagare le spese processuali. Una
disfatta.
Interessante,
anche se perdente, la linea difensiva portata avanti dalla giunta comunale, che
in una memoria giustificava le sue scelte con la “linea di governo locale
premiata dal corpo elettorale locale”. In altre parole: “Ci hanno eletto?
Discriminiamo quanto ci pare”.
Elvio Pasca
Foreign Press
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Foreign-born labour
The Economist, Jul 15th 2010
As economies across the developed world fell into
recession in 2008, legal permanent immigration to the mostly rich members of
the OECD declined by 6%, after five years during which growth averaged 11%.
Despite the slowdown in the arrival of new migrants, the number of foreign-born
workers in most OECD countries rose in 2008 from a year earlier. In 2007 one in
every four workers in Australia was born abroad; in 2008 that share rose
further, to 26.5%. Among the 18 OECD countries for which 2008 data are
available, the share of the foreign-born in the labour force fell only in
Luxembourg (not shown), Austria, Belgium and France. The number of foreign-born
workers in America rose by 308,000 in 2008, to 25.1m.
Onward
and upward. To get out you need education, hard work and luck
Jul 22nd 2010 - Favela: Four
Decades of Living on the Edge in Rio de Janeiro. By Janice Perlman. OUP
In the mid-20th century Brazil was convulsed by a
flood of migration from the countryside to the city. This had happened before
in other places: millions of Americans moved from the fields into the cities in
the 19th and early 20th centuries, creating such marvels as skyscrapers and
jazz as they did so. But the scale and speed of the Brazilian migration was
something new. Over the four decades covered by “Favela”, 108m
people—more than half of Brazil’s population—went to town. Many
headed for Rio de Janeiro, lured by the new radio broadcasts and, later,
television, which depicted the city as a sun-kissed place where everybody seemed
to have a maid. Their timing turned out to be poor, though. Rio’s economic
decline, and the decline in the quality of politicians who got involved in city
politics, can be dated from when Brasília usurped Rio as the capital city in
1960. When the new arrivals got to Rio, often the only way to find a home was
to build one out of orphaned bits of timber and masonry. And the only available
land was either high up on the hills above the city, where the views are
unrivalled but the risk of landslides ever-present, or low down on the flood
plains. Still, for a while the occupants of the favelas made the best
of it, with the determination of people with the chutzpah to leave their home
villages far behind (and helped by the “economic miracle” that briefly came to
pass in Brazil during the third quarter of the 20th century). Talk to elderly Cariocas
(as present or former residents of the city are known) about the favelas of
the 1950s and they often turn misty-eyed, recalling peaceful places with the
best views in the city and plenty of good live music. The city authorities saw
things differently, particularly after the military coup that snuffed out
democracy for two decades in 1964. Favelas were cleared around the
lagoon between Ipanema beach and the hills behind and in Leblon, now the most
expensive part of town. Sometimes this was done by sending in the army,
sometimes, it seems, by starting fires. The people who lived there gathered up
their surviving family members and possessions and started again elsewhere,
occasionally separated according to their income and ordered into
government-built blocks on the edge of the city. Into this sadness, in the late
1960s, came Janice Perlman, a young American sociologist and self-confessed
lover of favelas. Despite arousing the government’s suspicion (in 1969
she was branded an international agent of subversion), Ms Perlman and her team
completed a study of 750 people. The book that came out of this, “The Myth of
Marginality” (1976), argued that far from being a cancerous growth that was
harming the city, favela dwellers actually kept the place going, by
doing all of the low- income jobs that a city needs to get done. Earlier this
decade Ms Perlman went back and tried to track down as many of the original
participants as she could, to see how they had fared. She managed to find just
over 40% of the original study group, and set about working out why some had
stayed poor while others had flourished, and whether the favelas were
the poverty traps that they seemed to be. Her findings were surprising. More
than half of the original study group had moved out of the favelas,
suggesting they are not the dead-end that many people suppose. In general, Ms
Perlman finds far more social mobility than the reams of favela studies
would suggest. Whereas education levels were the best prediction of whether
someone born in a favela would make it out, hard work and good luck
were also needed. The main brake on human achievement in Rio’s favelas,
however, is the drugs trade. Since the 1980s, when Rio became a transit point
for cocaine heading to Europe, the Brazilian state has given over the monopoly
of violence in these areas to drug gangs and militias. Many of Ms Perlman’s
study group, their children and grandchildren, have been caught in the
crossfire.
