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Newsletter periodica d’informazione

(aggiornata alla data del 27 luglio 2010)

 

Legge sull’immigrazione toscana: la Consulta boccia il ricorso del Governo

 

 

Sommario

o       Dipartimento Politiche Migratorie – Appuntamenti                                                                             pag. 2

o       Prima pagina – Legge immigrazione Toscana: la Consulta boccia il governo                                          pag. 2 

o       Normativa – Conversione permesso di studio a pds per contratto a progetto                                         pag. 3

o       Società –  Tagliati 1300 precari, sportelli a rischio                                                                             pag. 3

o       Società –  Tra i fantasmi di Ponte Galeria                                                                                        pag. 5

o       Discriminazioni – Divieto di sposare un clandestino: la parola alla Consulta                                          pag. 7

o       Discriminazioni – Bergamo: il comune ti aiuta solo se sei italiano. Stop del tribunale                            pag. 8

o       Discriminazioni – Vietato escludere gli stranieri dalle prestazioni sociali                                             pag. 9

o       Foreign Press – The Economist: shanty life in Brazil                                                                            pag. 9

 

A cura del Servizio Politiche Territoriali della Uil

Dipartimento Politiche Migratorie

Rassegna ad uso esclusivamente interno e gratuito, riservata agli iscritti UIL

Tel. 064753292- 4744753- Fax: 064744751

E-Mail polterritoriali2@uil.it    

                                                                                             n. 286



Dipartimento Politiche Migratorie: appuntamenti


Roma, 9 settembre 2010, ore 11.00, Ministero Pari Opportunità

Costituzione cabina di regia tra UNAR e parti sociali,  in materia di lotta alle discriminazioni sul lavoro e nella società

(Guglielmo Loy, Giuseppe Casucci)


 

Prima pagina


LO SCONTRO

Legge sull'immigrazione toscana. La Consulta boccia il ricorso del Governo

"Si tratta di una vittoria della ragione e della civiltà", commenta il presidente Rossi
La norma regionale era stata approvata dal consiglio il 9 luglio del 2009


  Firenze, 25 luglio 2010 - "La Corte costituzionale ha dichiarato inammissibile e non fondato il ricorso del Governo Berlusconi sulla Legge regionale che norma l’accoglienza, l’integrazione e la tutela dei cittadini stranieri in Toscana. E' una vittoria della ragione e della civiltà". Lo dice Enrico Rossi, presidente della Regione Toscana, insieme all'assessore al welfare Salvatore Allocca, dopo che la sentenza riguardo alla legge sull'immigrazione stata depositata presso la cancelleria della Consulta. "Accogliamo con estrema soddisfazione la decisione della Corte – hanno continuato Rossi e l'assessore – perché stabilisce una volta per tutte la legittimità costituzionale di una normativa basata su principi di eguaglianza e di pari opportunità che ha l'obiettivo dichiarato di rafforzare sul nostro territorio la coesione sociale e la solidarietà tra i cittadini, qualunque sia la loro provenienza". 

La legge regionale a tutela dei cittadini stranieri era stata approvata dal Consiglio regionale toscano il 9 giugno 2009. Dopo poche settimane, a fine luglio dello stesso anno, era stata impugnata dal Presidente del Consiglio dei ministri Silvio Berlusconi per una presunta illegittimità costituzionale dell’articolo 2, commi 2 e 4, e dell’articolo 6, commi 11, 35, 43, 51 e 55. Il Governo sosteneva che la norma regionale contra stava la disciplina dei flussi migratori di competenza esclusiva del legislatore statale e con i principi costituzionali in tema di «diritto di asilo». Il Governo attaccava la Regione Toscana anche sull'offerta di "servizi socio-assistenziali urgenti ed indifferibili, necessari per garantire il rispetto dei diritti fondamentali riconosciuti ad ogni persona in base alla Costituzione ed alle norme internazionali" e sull'istituzione di "una rete regionale di sportelli informativi" utile a semplificare i rapporti tra i cittadini stranieri e la pubblica amministrazione.

Con la decisione di oggi la Corte costituzionale, oltre a rigettare in toto le pretese del Governo Berlusconi, afferma che "la norma regionale in esame non determina alcuna lesione delle competenze legislative statali" e che "lo straniero è […] titolare di tutti i diritti fondamentali che la Costituzione riconosce spettanti alla persona" e in particolare, con riferimento al diritto fondamentale all’assistenza sanitaria, che esiste "un nucleo irriducibile del diritto alla salute protetto dalla Costituzione come ambito inviolabile della dignità umana, il quale impone di impedire la costituzione di situazioni prive di tutela, che possano appunto pregiudicare l’attuazione di quel diritto". Quest’ultimo deve perciò essere riconosciuto "anche agli stranieri, qualunque sia la loro posizione rispetto alle norme che regolano l’ingresso ed il soggiorno nello Stato".


 

 

 

Normativa

 


Prot. 23/II/0003351/06 del 22 luglio 2010

Conversione del permesso di soggiorno per studio in pds per motivi di lavoro autonomo, in caso di contratto a progetto

Circolare di Natale Forlani, Direttore Generale per l’immigrazione, Ministero del Lavoro


Alle Direzioni Regionali del Lavoro

Alle Direzioni Provinciali del Lavoro

E p.c.

Al Ministero dell’Interno, Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione – Direzione Centrale per le Politiche dell’Immigrazione e dell’Asilo – ROMA

Oggetto: Conversione del permesso di soggiorno per studio o formazione in permesso di soggiorno per motivi di lavoro autonomo, in caso di contratto cd. a progetto (art. 61 e seguenti del D.Lgs. 276/2003

Per corrispondere a numerosi quesiti relativi all’oggetto, che pervengono dagli Uffici territoriali e su cui si registrano contrasti interpretativi delle Direzioni regionali e Provinciali del Lavoro, si precisa l’orientamento in merito da parte di questa Direzione Generale. Per gli stranieri extracomunitari già regolarmente soggiornanti in Italia è ammissibile la conversione del permesso di soggiorno per studio o formazione professionale in corso di validità in permesso di soggiorno per lavoro autonomo, anche in presenza di contratto cd. a progetto. Le Direzioni Provinciali del Lavoro, ai fini del rilascio del competente parere allo Sportello Unico, sono chiamate sia a verificare la disponibilità – attraverso il sistema SILEN – della specifica quota destinata alla conversioni per lavoro autonomo attribuita a livello locale, che ad accertare, dalla documentazione presentata dallo straniero richiedente, il carattere autonomo (e non subordinato o parasubordinato) del contratto a progetto. Il lavoro a progetto non tende, infatti, ad assorbire tutti i modelli contrattuali riconducibili in senso lato all’area della cd. parasubordinazione (come affermato dalla Direzione Regionale del Lavoro di Milano prot. 4206 del 16. 2.2005). Ai fini del corretto inquadramento della fattispecie di contratto cd. a progetto  tra il lavoro autonomo, per i quali è permessa la conversione del permesso di soggiorno per studio/formazione in permesso per lavoro autonomo, è necessaria un’attenta verifica da parte delle DPL circa i requisiti qualificanti della fattispecie. A tal proposito si rimanda alle circolari del Ministero del Lavoro 1/2004, 17/2006 e 4/2008, che indicano in maniera dettagliata quando un contratto a progetto può qualificarsi come contratto di lavoro autonomo. Si precisa, inoltre, che l’orientamento su esposto non vale per i nuovi ingressi dall’estero /ex art. 26 del T.U. e art. 39 del D.P.R. 394/99), in quanto la specifica attività di lavoro autonomo deve essere riconducibile ad una delle categorie individuate dall’art. 2 del D.P.C.M. 1.04.2010. Tra queste, allo stato, ancora non figura la casistica relativa al lavoro cd. a progetto.

IL DIRETTORE GENERALE

Natale Forlani


 

Società

 


Immigrazione

Tagliati 1.300 precari: sportelli unici a rischio

Di Marco Noci, www.ilsole24ore.com/


Un colpo che mette a rischio il funzionamento degli sportelli unici per l'immigrazione delle questure italiane. Con un solo comma la manovra finanziaria rischia di mandare in tilt gli uffici che si occupano delle pratiche di regolarizzazione degli stranieri: il comma 28 dell'articolo 9 del Dl 78/2010, infatti, impone alle amministrazioni dello stato e agli enti pubblici di ridurre del 50% rispetto al 2009 la spesa sostenuta per il personale a tempo determinato o assunto con convenzioni.
Questo significa, in pratica, l'impossibilità di rinnovare i contratti in scadenza al 31 dicembre 2010 ai 643 precari assunti nel 2005 con concorso pubblico, e quelli in scadenza al 31 luglio che interessano i 650 interinali assunti dal ministero per rispondere all'emergenza-sanatoria che aveva inondato di pratiche gli sportelli di tutta Italia.
L'8 luglio scorso il sottosegretario all'Interno Nitto Palma ha confermato che la carenza di fondi non consente di procedere «al momento» alla stabilizzazione del rapporto di lavoro. In via ufficiosa, però, dal Viminale fanno sapere che i precari sono importantissimi per il funzionamento della "macchina" e che si sta cercando una soluzione che permetta di rinnovare i contratti. A mancare, quindi, non è la volontà, ma le risorse finanziarie.
Le quasi 300mila domande presentate per l'emersione di colf e badanti lo scorso settembre sono state lavorate e in molte prefetture la sanatoria è stata archiviata. Merito – anche – dei 650 interinali assunti dal ministero proprio con questo compito. La ripartizione territoriale li aveva suddivisi in base alle necessità delle prefetture: i rinforzi maggiori sono arrivati a Milano, Roma e Napoli, dove gli interinali impiegati sono rispettivamente 32, 30 e 20. Nei mesi più "caldi" gli sportelli sono arrivati a vagliare anche 250-300 pratiche al giorno.
Il supporto degli operatori (sia di quelli a tempo determinato che degli interinali) potrebbe rivelarsi decisivo nel caso in cui il ministero decidesse di varare un nuovo decreto flussi: non è in agenda (il ministro Maroni aveva escluso questa ipotesi, almeno fino a quando non diminuirà la disoccupazione degli italiani), ma le cose potrebbero cambiare. La scelta di rimandare a casa gli operatori non stabilizzati ricadrà, quindi, soprattutto sugli stranieri, i quali vedranno allungarsi i tempi per la convocazione e la consegna del permesso di soggiorno.
«Oggi – spiega Cristiano Ceccotti, il presidente (insieme con Alessia Pantone) del comitato dei precari – rappresentiamo l'80-90% del personale addetto presso gli uffici immigrazione. Senza di noi sarà impossibile portare avanti il lavoro. Oltretutto, il ministero ha speso soldi per formarci e adesso ci manda via».
In effetti, in sette anni di lavoro i precari hanno acquisito competenze indispensabili per il funzionamento della "macchina", eppure «difficilmente spendibili altrove» lamenta Ceccotti, preoccupato del suo futuro di quello dei suoi colleghi.
In attesa di una risposta dal ministero i precari provano a fare due conti: «È impensabile che gli sportelli portino avanti il lavoro con il personale che hanno. Il ministero potrebbe allora chiedere rinforzi a una società interinale, come ha fatto per la procedura di emersione. Ma affidarsi a un'agenzia è più costoso che rinnovare per un anno i nostri contratti». Senza contare che il personale andrebbe formato e che si creerebbero altri precari.
E se i precari di lungo corso hanno ancora davanti cinque mesi di lavoro, gli interinali hanno le ore contate. Il loro contratto scadrà il 31 luglio. Era previsto che lavorassero complessivamente sei mesi nel corso dell'anno, ma per lo più sono stati già utilizzati e andranno a casa a fine mese.
In più, i lavoratori a tempo determinato sono sul punto di perdere il posto proprio quando il loro contributo sembra diventare ancora più utile: dal prossimo dicembre, infatti, le prefetture dovranno gestire anche i test di italiano per chi chiede la carta di soggiorno. Poi, probabilmente all'inizio del 2011, entrerà in vigore l'accordo di integrazione, e le stesse prefetture saranno chiamate a organizzare i corsi di educazione civica per gli immigrati e a verificare gli obiettivi che questi raggiungono.
La manovra, infine, mette in difficoltà anche un altro settore legato agli stranieri: i sindacati di polizia, infatti, lanciano l'allarme di fronte a nuovi tagli, al blocco dei rinnovi dei contratti e al tetto sulle retribuzioni. «La polizia potrà lavorare di meno – spiega Felice Romano, segretario generale del Siulp (Sindacato italiano unitario lavoratori di polizia) –. Di conseguenza diminuiranno i controlli sugli irregolari e su chi li sfrutta facendoli lavorare in nero e in condizioni disumane».
In cifre
2.500.000 Le pratiche lavorate dai precari

Nel corso del 2003 gli allora interinali hanno vagliato 703mila istanze per la sanatoria. Dal 2005 in poi hanno rilasciato nullaosta per ricongiungimento familiare per circa 100mila ingressi all'anno, oltre ai 520mila nullaosta previsti dai decreti flussi 2006 e 2006 bis; ai 170mila del decreto 2007; ai 150mila del decreto 2008 lavoratori subordinati, ai 160mila stagionali del 2008 e del 2009, e alle 300mila pratiche di emersione di colf e badanti
1.293 Interinali e precari


Sono in totale 1.293 i lavoratori precari (650 interinali e 643 contratti a termine assunti dopo il concorso pubblico del 2005) che rischiano di perdere il posto a causa dei tagli imposti dalla manovra finanziaria. Negli ultimi anni i precari degli Sportelli unici hanno portato avanti il lavoro di vaglio delle pratiche e consegna dei permessi di soggiorno agli stranieri. «Senza di noi – dicono – le prefetture non riusciranno a svolgere queste funzioni»
198 Il gruppo su Facebook

Geograficamente lontani, ma uniti dalla "battaglia", e ora anche da Facebook. Sul social network i precari assunti a tempo determinato dal ministero dell'Interno hanno fondato un gruppo: «Quei 650 ex interinali del ministero dell'Interno». Nonostante il nome, però, gli iscritti sono solo 198. Su Facebook si scambiano pareri, pubblicano gli articoli riguardanti la loro vicenda e aspettano notizie dal ministero


 

 

 


Lettere al Messaggero

Rinnovo permesso di soggiorno


Roma, 25 luglio 2010 - Dovendo rinnovare il permesso di soggiorno, per mia moglie, circa un mese fa mi sono recato alle poste ho preso il Kit gratuito e una volta compilato seguendo le relative istruzioni, l'ho riconsegnato e tra spese di spedizione, fotocopie varie e altro, viene a costare circa 50€. L'impiegato postale rilascia la ricevuta e addirittura l'orario per l'appuntamento. Nel mio caso appuntamento per il 23 luglio ore 14,30. Perfetto. Alle 14 arriviamo all'uffico stranieri che cosi viene descritto dal sito ufficiale della Polizia di Stato: "L'Ufficio immigrazione della Questura di Roma cambia sede. Dallo storico edificio di San Vitale si passa, a partire da mercoledì 26 maggio 2004, in via Teofilo Patini, angolo via Salviati, nel quartiere di Tor Cervara - Tor Sapienza. Il trasferimento è stato voluto dal Questore di Roma, Nicola Cavaliere, per rendere più funzionale il servizio ed evitare code e disagi ai lavoratori stranieri in aumento nel nostro Paese. Nella nuova struttura ci sono ampie sale di attesa dove i cittadini, sia comunitari che extracomunitari, potranno aspettare comodamente il loro turno con oltre 200 addetti impegnati a garantire un rapido ed efficiente servizio agli utenti. Il nuovo Ufficio immigrazione, che ha a disposizione un ampio parcheggio, è facilmente raggiungibile anche con i mezzi pubblici. La linea 447 che parte dalla fermata metro B "Rebibbia" è stata appositamente prolungata fino a via Salviati.
Alle 17.00 hanno fatto entrare il gruppo che aveva l'appuntamento 14.00 e 14.30 e dopo circa un'ora tutti sono stati rimandati a casa con appuntamento per il 12 agosto ore 09.00. Quelli che avevano l'appuntamento successivo alle 14.30, onestamente non so che fine hanno fatto. Gente è andata via piangendo disperata. Noi personalmente abbiamo fatto 800 km per arrivare ad un appuntamento datoci un mese prima dalla Pubblica Amministrazione. Naturalmente tutto questo "per rendere più funzionale il servizio ed evitare code e disagi ai lavoratori stranieri ". A proposito dell'ampia sala di attesa ci sarebbe da fare una accurata descrizione dello stato di pulizia/igiene/manutenzione in cui si trova ma è meglio andare a verificare di persona a chi interessa. Provare solo ad avvicinrsi, non entrare nei servizi igienici che sono chiusi, è da svenimento. Hanno messo dei box all'esterno, provate ad entrarvi con le temperature di questi giorni. Dico soltanto che nonostante il caldo, la gente preferiva stare fuori sotto una tettoia di plexiglass. Ci sono anche dei distributori di bevende a gettone. Naturalmente vuoti. Allora o si obbliga la ditta a passare più volte al giorno per riempirli o si aumentano o si tolgono. Vuoti non servono a nessuno, consumano solo energia elettrica. Una disorganizzazione organizzata.
Se io fossi il Comandante/Responsabile/Direttore o come si chiama di quella struttura mi vergognerei. Mia moglie dice che se spedisco questa lettera non le rinnoveranno il Permesso di Soggiorno. Ma la gente deve sapere. Distinti saluti
lettera firmata


 


Tra i fantasmi di Ponte Galeria

Clandestini, siamo entrati nel Centro di identificazione ed espulsione alle porte di Roma (di Ahmad Gianpiero Vincenzo)

Intervista di Famiglia Cristiana


 

I paradossi del Centro identificazione ed espulsione di Ponte Galeria partono da lontano. Il Galeria è un fiume antico che lambisce per 35 chilometri la Capitale. Prende vita dalle alture del Trionfale e si getta nel Tevere poco prima di Fiumicino. Era molto noto in passato: gli etruschi lo usavano per portare il sale fin sotto le mura dell'antica Veio. Oggi il Galeria nessuno lo vede più, perché scorre chiuso tra argini poderosi. In compenso è il fiume più inquinato e velenoso d'Italia. Anche gli  immigrati che finiscono dietro le mura del CIE non li vede più nessuno. Sono chiusi da argini di cemento. Scompaiono alla vista e in un certo senso anche alla vita. In compenso trascorrono il tempo in uno dei posti peggiori d'Italia.

Tecnicamente non sono detenuti. La loro colpa è quella di non essere in possesso di documenti. E di dover quindi essere identificati. Una procedura che con i mezzi moderni può richiedere qualche settimana, un mese al massimo. Prima del recente pacchetto sicurezza, potevano essere trattenuti per 60 giorni. Un periodo difficile, visto che il regime detentivo è più duro di quello di un carcere. Ma con il senno di poi, un periodo ancora accettabile. Con il pacchetto sicurezza, invece, i CIE si sono trasformati in un incubo lungo 6 mesi. Doloroso e inutile. Davanti al cancello blindato c'è un maghrebino che discute con il poliziotto. Ha un amico dentro e gli vuole portare dei soldi. “Per comprare qualcosa”, dice. Sono solo pochi euro, ma immagino che  possano valere un tesoro. La guardia spiega che non può entrare. Solo madre, padre e fratelli. Sorrido amaro pensando a quanto devono essere lontani i genitori e i parenti della maggior parte di quelli che costretti a vivere  dietro le sbarre di Ponte Galeria.

Faccio parte di una delegazione parlamentare, che nel frattempo è arrivata. Quindi è un giorno speciale. Dove tutto deve filare liscio. La guardia parla al telefono e salta fuori un assistente sociale. Prende i soldi e li porta con se. Speriamo che raggiungano il destinatario, e nel frattempo entriamo.

All'ingresso tutto è in perfetto ordine. La parte antistante è riservata alle forze dell'ordine. La gestione interna del centro, invece, è di una cooperativa privata.

Le stanze per gli incontri con i magistrati e avvocati sono squallide e linde. Così come l'infermeria e il refettorio. Sembrano verniciate di fresco. Nulla lascia pensare che negli ultimi tre mesi ci sono  state almeno quattro rivolte. L'ultima il 4 giugno. Incendi, pestaggi e arresti. Più di 200.000 euro di danni. Episodi di cui si sa poco o nulla all'esterno. Il direttore quando parla dei reclusi li chiama “ospiti”. Evito di ricordargli che è decisamente improprio quel termine. In effetti - lo ammette lui stesso – gli ospiti preferirebbero essere portati  in carcere. Perché la galera è meglio. Si possono ricevere visite. Libri. Assistenza spirituale. Addirittura un'istruzione. Nel CIE invece ci sono solo le mura di cemento macchiate dall'umidità che arriva dal Galeria. Un nulla dilatato sei interi mesi. Quando bastano poche settimane per identificare quelli che si possono identificare. Per fortuna il viceprefetto mandato dal Viminale, a farci da guardia e da guida turistica, decide che è arrivato il momento di visitare gli “ospiti”.

I reclusi per prima cosa mostrano i loro luoghi di culto. La fede è proprio l'ultima cosa a morire. Si trovano proprio vicino all'entrata. In un locale c'è una moschea. I fedeli chiedono un aiuto. Vorrebbero una scopa per pulire. E un battitappeto. Non di quelli che servono per le stanze e le latrine, ma solo per la moschea, per pulire quei quattro stracci messi per terra. Il direttore promette di provvedere immediatamente. Vorrebbero anche un imam della Grande Moschea. Faremo il possibile. Poi vediamo la cappella. Una stanza vuota. Le sedie e l'altare li portano quando arriva il prete. Altrimenti marcirebbe tutto. L'umidità sale lungo le narici e segna le pareti con lunghe strisce nere.

Spiegano che il Centro è costruito su di uno stagno. Un pezzo è ancora visibile, in un angolo lasciato scoperto. Ci sono resti romani. E le rane. Di quelle che gracidano tutta la notte e non possono essere eliminate. Sono una specie protetta. Quei poveretti che nemmeno possono dormire in pace, invece, non li protegge nessuno.

Arrivano altre richieste. Un uomo vorrebbe vedere la sua compagna. E suo figlio. Non sono sposati e quindi non li fanno entrare. Faceva il panettiere. Poi lo hanno preso perché senza permesso di soggiorno. Per identificarlo. Vallo a spiegare a suo figlio.

In una delle stanze, c'è un veterano. Ha scontato 26 anni di carcere. Quando è stato rilasciato, lo hanno portato al CIE per l'identificazione. Tutti quelli che escono dal carcere devono essere identificati. Una piccola disfunzione del nostro sistema penale, che condanna senza identificare. Penso ai lunghi anni di carcere. Il tempo ci sarebbe tutto, spiegano, ma non viene fatto. Quindi dopo la pena, altri sei mesi. Più duri dei precedenti.

Qualcuno mi si avvicina alle spalle. “Il mio compagno di stanza”, dice, “ha tentato tre volte il suicidio negli ultimi giorni. Lo sorvegliamo giorno e notte, ma abbiamo paura.” La maledizione di Ponte Galeria scuote l'anima delle persone. Andiamo anche dalle donne. Sono in maggioranza nigeriane. Portate in Italia perché vendessero i loro corpi. Anche dentro al Centro cercano di apparire carine. Forse non hanno ancora capito la differenza tra la strada e il posto dove si trovano.  Una cinese sta parlando con un'assistente sociale. Forse è incinta. Le portano un vocabolario per spiegarsi. Lei chiude il libro e continua a parlare. Vedo che una componente della delegazione parlamentare vorrebbe intervenire, ma non la fanno avvicinare. Lei il cinese lo parla. “Cerca di spiegare che è analfabeta”, mi dice, “non sa leggere. Che le portano a fare un vocabolario!”.

Le donne incinta non possono essere detenute nei CIE. Così ci spiegano. Se quella donna è incinta verrà immediatamente rilasciata. Potrei giurare di aver visto anche un'altra donna con un pancione. Una donna dell'Est. Poteva essere vicina al sesto mese. Quando mi volto per avere spiegazioni, non la vedo più. È solo malata, dicono. Se non era incinta – penso - doveva avere una cirrosi epatica all'ultimo stadio. Una di quelle che ti lasciano poco tempo da vivere. Ma in fondo Ponte Galeria non è un posto per vivere. Con 42 euro al giorno che lo Stato paga ai gestori, c'è solo da sopravvivere. Malamente. E cominciamo a star male anche noi. Non vediamo l'ora di uscire.

Alla fine ci portano a vedere la mensa. Faccio in tempo a notare che le razioni sono veramente striminzite. In quel posto non c'è nemmeno bisogno di fare lo sciopero della fame. È compresa nel vitto. A quel punto, però, abbiamo una nausea tale, che anche quelle due cucchiaiate di spezzatino sarebbero troppe. Vorremmo solo uscire. Ma non dal CIE. Dall'Italia.


 

Discriminazioni


Venezia. La sposa è moldava, il Comune di Jesolo nega il contributo per la casa

di Fabrizio Cibin, http://www.ilgazzettino.it/


VENEZIA (25 luglio) - Al bando del Comune di Jesolo avevano partecipato come altre coppie per avere quei cinquemila euro per la casa. Invece niente perché "lei" è moldava, straniera. Qualcuno ha protestato e ieri è arrivata una lettera dell'ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali della Presidenza del Consiglio dei ministri che spiega come quello del Comune possa essere considerato un atteggiamento discriminatorio. Al punto che la Presidenza invita il Comune a pagare e ritiene legittimo che la coppia ricorra al giudice per avere i soldi e chiedere i danni morali.
Ora sotto tiro è il sindaco Francesco Calzavara, al governo dal 2002, che, dopo aver condotto una lista civica, da una settimana è passato col suo gruppo alla Lega Nord. Alla Presidenza del Consiglio dei ministri si era rivolto il Comitato per la difesa dei diritti civili, contestando la decisione del Comune di negare il contributo alla coppia (sposata con una figlia) formata da uno jesolano e una donna originaria della Moldova, ma che ormai avrebbe acquisito la cittadinanza italiana. Al bando per l'erogazione di sette buoni da 5mila euro si erano presentate cinque coppie.
«Corre l'obbligo - si legge ora nella lettera che l'ufficio antidiscriminazioni razziali ha inviato a Calzavara - segnalare che il bando e l'atto con il quale il Comune ha negato l'ammissione al contributo sembrano essere atti a contenuto discriminatorio, in contrasto con disposizioni normative nazionali e sovranazionali». Quindi si sottolinea come la prestazione sociale di sostegno alle famiglie «non può che essere assoggettata al principio di parità di trattamento. Trattandosi di comportamento discriminatorio legittima la vittima della discriminazione alla tutela giurisdizionale, consentendole di esperire l'azione innanzi al giudice ordinario». «Non ho ancora visto il documento - reagisce il sindaco - Quel bando ha preso spunto dal regolamento comunale e non ha intenti discriminatori. È teso a privilegiare le coppie jesolane. Se questo è il parere riporteremo il regolamento in discussione al consiglio comunale. Stiamo verificando le dichiarazioni fatte dalla coppia. Vedremo anche se esisteranno i presupposti per denunciarli». Voci dicono di una "autodenuncia" con nazionalità non corretta. Di sicuro c’è la soddisfazione di Salvatore Esposito, portavoce del Comitato diritti civili, che ora aderisce al movimento di Vendola: «Avevamo subito detto che quel bando era iniquo e razzista».



Divieto di sposare un clandestino: la parola alla Corte Costituzionale

Di Emmanuela Bertucci, Aduc Immigrazione


Il giudice di pace di Trento ha sospeso l'espulsione di una cittadina straniera clandestina “colpevole” di aver chiesto le pubblicazioni di matrimonio con il suo compagno italiano e ha rimesso gli atti alla Corte Costituzionale affinche' valuti se il divieto di contrarre matrimonio con un clandestino sia legittimo o meno.
Ci eravamo gia' occupati dell'argomento l'estate scorsa, all'indomani dell'entrata in vigore del cosiddetto pacchetto sicurezza (legge 94/09) definendo il divieto di matrimonio con straniero irregolare una norma da legge razziale. Secondo questa legge, per sposarsi in Italia lo straniero, al momento della richiesta di pubblicazioni, deve esibire “un documento attestante la regolarita' del soggiorno nel territorio italiano”. Dunque gli stranieri extracomunitari devono allegare copia del permesso di soggiorno, o della ricevuta (della Posta o della Questura) per il suo rilascio, o ancora, se in Italia per periodi inferiori a 3 mesi, copia della dichiarazione di presenza depositata in Questura entro 8 giorni dall'ingresso sul territorio italiano. Auspicavamo, un anno fa, che la Corte Costituzionale venisse investita della questione, poiche' il diritto di sposarsi e' un diritto fondamentale della persona riconosciuto sia a livello internazionale che dalla Costituzione italiana. Ci ha pensato il Giudice di pace di Trento, con ordinanza n. 1680 del 16 giugno 2010. Ad avviso del giudice, e come da noi auspicato un anno fa “il diniego di esercizio del diritto a contrarre matrimonio in virtu' del suo status di irregolare appare palesemente in contrasto con l'art. 29 comma 1 della nostra Costituzione, strettamente connesso all'art. 2 in quanto i costituenti hanno inteso garantire all'individuo, indipendentemente dal requisito della cittadinanza, l'esercizio di questo diritto umano fondamentale”. Non si puo' dunque vietare la celebrazione del matrimonio in assenza di esibizione del permesso di soggiorno, ma e' necessario verificare -caso per caso- se l'impedimento sia determinato da motivi contrari all'ordine pubblico che devono essere bilanciati con i diritti umani fondamentali, quali il diritto in questione, tutelati non solo dalla Carta Costituzionale, ma anche dalla Convenzione Europea dei diritti dell'uomo (articoli 8 e 12). Ancora, secondo il giudice, “la mera situazione amministrativa di irregolarita' del soggiorno sul territorio nazionale non puo' impedire di fatto l'esercizio di un diritto umano fondamentale quale e' quello di costituire una famiglia ed introduce pertanto una gravissima forma di discriminazione”
Ora la parola passa alla Consulta. La liberta' di sposarsi (o di non sposarsi) e di scegliere il coniuge autonomamente, riguarda la sfera dell'autonomia e della individualita': una scelta sulla quale lo Stato non puo' interferire. La norma in questione e' stata introdotta, a nostro avviso, con lo scopo di evitare matrimoni di comodo, fittizi, il cui solo scopo era quello di ottenere un permesso di soggiorno, ma lo strumento scelto ha invece l'effetto di negare un diritto fondamentale: una medicina peggiore del male.


 

 

 

 

 

 


Il Comune ti aiuta se sei italiano
Ma l’ordinanza razzista diventa una beffa

A Villa d'Ogna, nel bergamasco, il sindaco stanzia 6mila euro per chi è senza lavoro, ma solo se italiano e residente da 5 anni in paese. Il Tribunale boccia il provvedimento.


Prima l’ordinanza razzista, poi la marcia indietro. E infine la beffa. A Villa d’Ogna, paesino di duemila anime della Val Seriana (in provincia di Bergamo), il sindaco leghista Angelo Bosatelli aveva deciso nel dicembre scorso di istituire un fondo da 6mila euro per aiutare chi ha perso il lavoro a causa della crisi. Un aiuto da cui erano stati però esclusi i migranti. Per godere del contributo comunale (300 euro al mese), infatti, sarebbe stato necessario avere la residenza in paese da almeno cinque anni, una famiglia monoreddito e due figli a carico, oppure un reddito non superiore ai settemila euro. E, soprattutto, bisognava avere la cittadinanza italiana. Un’ordinanza che non solo è stata bocciata dal giudice del Lavoro, ma addirittura si è trasformata in un boomerang economico per il piccolo Comune, che ha messo a disposizione 6mila euro e poi, dopo aver constatato che nessuno dei cittadini rientrava in quei requisiti, ha speso due terzi della somma, cioé 4mila euro, per le spese legali. Il ricorso contro questa decisione del consiglio comunale è stato presentato dall’Asgi (Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione) insiene ad Anolf (Associazione oltre le frontiere) e ai sindacati Cgil, Cisl e Uil a rivolgersi al Tribunale di Bergamo. Lo scorso 5 luglio la sentenza: la delibera del comune di Villa d’Ogna “è discriminatoria perché prevede un trattamento sfavorevole per gli stranieri regolarmente residenti, senza una razionale causa giustificatrice”. Il giudice del lavoro ha inoltre aggiunto che la discriminazione nei confronti dei cittadini stranieri viola gli obblighi relativi alla parità di trattamento tra lavoratori nazionali e lavoratori stranieri, previsti da norme di diritto internazionale. Il sindaco Angelo Bosatelli, raggiunto dal fattoquotidiano.it, difende la bontà della sua scelta: “Abbiamo dovuto dare delle priorità e ci sembrava giusto aiutare prima gli italiani, ma non c’era nessun intento discriminatorio”. La bocciatura, fra l’altro, è arrivata nonostante la marcia indietro della Giunta che aveva revocato, dopo meno di tre mesi, la sua stessa delibera approvata all’unanimità dal Consiglio comunale (e con i voti del Pd). “Con questa sentenza – commenta Alberto Guariso di Asgi – si danno indicazioni importanti per tutti i comuni che creano complicati contenziosi attraverso le ordinanze: non si possono fare differenze dove la legge impone la parità”. Al Comune, infatti, è stato ordinato dal Tribunale di “astenersi da analoghi atti di discriminazione per razza, origine nazionale o etnica”. Oltre al danno, anche la beffa dei conti per Villa d’Ogna. E’ proprio il sindaco Bosatelli ad ammetterlo: “Abbiamo stanziato 6mila euro, ma non abbiamo potuto accettare nessuna domanda per mancanza di requisiti. E alla fine, le spese processuali, sono state di 4mila euro”.


 


"Vietato escludere gli extraue dalle prestazioni sociali"


Brescia – 23 luglio 2010 - Adro è un paesino da seimila abitanti in provincia di Brescia salito agli onori delle cronache qualche mese fa, quando  il Comune ha escluso dalla mensa  scolastica alcuni bambini perché i loro genitori non pagavano la retta. Il caso si è poi risolto con l’intervento di un benefattore che ha versato gli arretrati. Non servirà invece un benefattore, ma una rapida marcia indietro , per far uscire la giunta leghista di Adro dal cul de sac razzista in cui si è cacciata. Secondo il regolamento comunale, per accedere ai contributi per l’affitto bisogna essere “cittadini di uno stato facente parte dell’Unione Europea”, così come, per il bonus bebè, è richiesta la “cittadinanza di uno Stato dell’Unione Europea di entrambi i genitori”. I circa seicento immigrati extraue di Adro sono quindi esclusi. Lo scorso aprile cinque di loro, assistiti dall'Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione e dalla Fondazione Piccini, hanno portato il Comune in tribunale, avviando un’azione civile contro al discriminazione. Ieri il giudice ha dato loro ragione, stabilendo che quei requisiti sono discriminatori e quindi vanno cancellati. Nella sentenza il giudice ha ricordato che per legge, per le prestazioni sociali, si applica  “il principio di parità di trattamento senza distinzione di razza ed origine etnica”. Il Comune ha invece introdotto requisiti che sono “esclusivamente mirati all’esclusione dei soggetti di razza e nazionalità estranee all’unione Europea dal godimento di una prestazione sociale”.

Le scelte della giunta di Adro, quindi, vanno contro la legge. Il giudice ha ordinato al Comune di eliminare il requisito della cittadinanza dai regolamenti,  pubblicizzare la novità sui giornali locali e pagare le spese processuali. Una disfatta.

Interessante, anche se perdente, la linea difensiva portata avanti dalla giunta comunale, che in una memoria giustificava le sue scelte con la “linea di governo locale premiata dal corpo elettorale locale”. In altre parole: “Ci hanno eletto? Discriminiamo quanto ci pare”.

Elvio Pasca


 

Foreign Press

 


Foreign-born labour

The Economist, Jul 15th 2010


As economies across the developed world fell into recession in 2008, legal permanent immigration to the mostly rich members of the OECD declined by 6%, after five years during which growth averaged 11%. Despite the slowdown in the arrival of new migrants, the number of foreign-born workers in most OECD countries rose in 2008 from a year earlier. In 2007 one in every four workers in Australia was born abroad; in 2008 that share rose further, to 26.5%. Among the 18 OECD countries for which 2008 data are available, the share of the foreign-born in the labour force fell only in Luxembourg (not shown), Austria, Belgium and France. The number of foreign-born workers in America rose by 308,000 in 2008, to 25.1m.


 


Shanty life in Brazil

Onward and upward. To get out you need education, hard work and luck

Jul 22nd 2010 - Favela: Four Decades of Living on the Edge in Rio de Janeiro. By Janice Perlman. OUP


In the mid-20th century Brazil was convulsed by a flood of migration from the countryside to the city. This had happened before in other places: millions of Americans moved from the fields into the cities in the 19th and early 20th centuries, creating such marvels as skyscrapers and jazz as they did so. But the scale and speed of the Brazilian migration was something new. Over the four decades covered by “Favela”, 108m people—more than half of Brazil’s population—went to town. Many headed for Rio de Janeiro, lured by the new radio broadcasts and, later, television, which depicted the city as a sun-kissed place where everybody seemed to have a maid. Their timing turned out to be poor, though. Rio’s economic decline, and the decline in the quality of politicians who got involved in city politics, can be dated from when Brasília usurped Rio as the capital city in 1960. When the new arrivals got to Rio, often the only way to find a home was to build one out of orphaned bits of timber and masonry. And the only available land was either high up on the hills above the city, where the views are unrivalled but the risk of landslides ever-present, or low down on the flood plains. Still, for a while the occupants of the favelas made the best of it, with the determination of people with the chutzpah to leave their home villages far behind (and helped by the “economic miracle” that briefly came to pass in Brazil during the third quarter of the 20th century). Talk to elderly Cariocas (as present or former residents of the city are known) about the favelas of the 1950s and they often turn misty-eyed, recalling peaceful places with the best views in the city and plenty of good live music. The city authorities saw things differently, particularly after the military coup that snuffed out democracy for two decades in 1964. Favelas were cleared around the lagoon between Ipanema beach and the hills behind and in Leblon, now the most expensive part of town. Sometimes this was done by sending in the army, sometimes, it seems, by starting fires. The people who lived there gathered up their surviving family members and possessions and started again elsewhere, occasionally separated according to their income and ordered into government-built blocks on the edge of the city. Into this sadness, in the late 1960s, came Janice Perlman, a young American sociologist and self-confessed lover of favelas. Despite arousing the government’s suspicion (in 1969 she was branded an international agent of subversion), Ms Perlman and her team completed a study of 750 people. The book that came out of this, “The Myth of Marginality” (1976), argued that far from being a cancerous growth that was harming the city, favela dwellers actually kept the place going, by doing all of the low- income jobs that a city needs to get done. Earlier this decade Ms Perlman went back and tried to track down as many of the original participants as she could, to see how they had fared. She managed to find just over 40% of the original study group, and set about working out why some had stayed poor while others had flourished, and whether the favelas were the poverty traps that they seemed to be. Her findings were surprising. More than half of the original study group had moved out of the favelas, suggesting they are not the dead-end that many people suppose. In general, Ms Perlman finds far more social mobility than the reams of favela studies would suggest. Whereas education levels were the best prediction of whether someone born in a favela would make it out, hard work and good luck were also needed. The main brake on human achievement in Rio’s favelas, however, is the drugs trade. Since the 1980s, when Rio became a transit point for cocaine heading to Europe, the Brazilian state has given over the monopoly of violence in these areas to drug gangs and militias. Many of Ms Perlman’s study group, their children and grandchildren, have been caught in the crossfire.