gio04242014

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CONSIGLIO DI STATO

Consiglio Stato 28 aprile 2009 Legittima revoca pds lavoro autonomo presenza reati diritti d’autore

Consiglio di Stato – VI Sezione  – Sentenza n. 2560 del 28 aprile 2009
E’ legittimo il diniego di rinnovo del permesso di soggiorno per lavoro autonomo ex art. 26, co. 7-bis, d.lgs. n. 286/1998 fondato sulla circostanza che, con sentenza passata in giudicato, l’attuale appellante era stato condannato per il delitto di cui all’art. 474 c.p..
In base all'art. 26, d.lgs. n. 286/1998, nella formulazione introdotta dall'art. 21, l. n. 189/2002, la condanna con provvedimento irrevocabile per alcuno dei reati previsti dalle disposizioni del Titolo III, Capo III, Sezione II, l. 22 aprile 1941 n. 633, e successive modificazioni, relativi alla tutela del diritto di autore, e dagli artt. 473 e 474 c.p., quali la ricettazione e commercio di prodotti con segni falsi, comporta la revoca del permesso di soggiorno rilasciato allo straniero e l'espulsione del medesimo con accompagnamento alla frontiera a mezzo della forza pubblica. La revoca del permesso di soggiorno e la necessità di espulsione con accompagnamento alla frontiera, sono condizioni impeditive del rinnovo del permesso di soggiorno. La norma in commento non fa distinzioni in relazione al tipo di rito processuale penale seguito per giungere alla condanna definitiva del ricorrente: ne consegue che anche la sentenza di patteggiamento per i predetti reati legittima la revoca del permesso e l'espulsione.
La revoca del permesso non rappresenta un effetto penale ovvero una sanzione accessoria alla condanna bensì un effetto di natura amministrativa che la legge fa discendere dal fatto storico costituito dall'avere riportato una condanna per determinati reati, quale indice sintomatico della pericolosità sociale o, quanto meno, della non meritevolezza, ai fini della permanenza in Italia, del comportamento dello straniero.

 

Consiglio Stato 20 aprile 2009 Pericolosità sociale straniero valutabile in concreto non presumibile

Consiglio di Stato – VI Sezione  – Sentenza n. 2342 del 20 aprile 2009 Pericolosità sociale straniero valutabile in concreto  non presumibile.
E’ illegittimo il diniego di rinnovo del permesso di soggiorno fondato su errato giudizio di pericolosità sociale, la quale non sarebbe aprioristicamente presumibile, dovendosi, invece, ponderare caso per caso ed in concreto.
Il riferimento normativo alle condanne per delitti in materia di c.d. “tutela del diritto d’autore”, quale automatico dato preclusivo della possibilità per lo straniero di ottenere/mantenere il titolo abilitativo della propria presenza in Italia è contenuto nella disposizione di cui all’art. 26 comma 7 bis del D. lvo n. 286/1998. Detto articolo disciplina la posizione dello straniero richiedente il permesso di soggiorno per lavoro autonomo.
La fattispecie in oggetto non si attaglia, pertanto, alla posizione dell’odierno appellante, richiedente un titolo abilitativo motivato dal rapporto di lavoro subordinato.
Non ignora il Collegio, peraltro, che recente giurisprudenza di primo grado (T.A.R. Lazio Roma, sez. II, 08 marzo 2007, n. 2237) abbia ritenuto di ampliare  lo spettro di operatività della disposizione in oggetto, affermando che “l'applicazione dell'art. 26 comma 7, d.lg. 25 luglio 1998 n. 286 che prevede per il cittadino extracomunitario che commetta un reato legato alla tutela del diritto d' autore e dei marchi industriali, la revoca del permesso di soggiorno e l'espulsione del medesimo con accompagnamento alla frontiera a mezzo della forza pubblica, deve essere consentita anche nell'ipotesi in cui lo straniero che sia già titolare del permesso per lavoro subordinato alla scadenza ne chieda il rinnovo dopo aver riportato condanna per reato concernente il falso d'autore; ciò perché non è da escludere che il titolare di un rapporto di lavoro subordinato possa nel tempo libero (e cioè dopo l'orario di lavoro, nel fine settimana o nei periodi di ferie) dedicarsi alla vendita di articoli contraffatti.”
Il Collegio ritiene però che ciò non possa avvenire estendendo puramente e semplicemente l’ambito applicativo della disposizione medesima. Tale elemento, invece, può –e deve- essere valutato dall’Amministrazione  quale elemento che, unito ad eventuali altri, possa eventualmente comprovare la pericolosità del richiedente.
Nel caso di specie è stato del tutto omesso ogni accertamento sulla pericolosità dell’appellante; ci si è acriticamente richiamati al precedente penale in oggetto facendone discendere un effetto preclusivo automatico non discendente dalla disposizione di legge.

Consiglio Stato 25 mar 09 Ampia discrezionalità Amministrazione riconoscimento cittadinanza italiana

Consiglio di Stato – VI Sezione  – Sentenza n. 1788 del 25 marzo 2009 Ampia discrezionalità Amministrazione sul riconoscimento cittadinanza italiana
Nel caso di specie il Ministero dell’Interno ha respinto l’istanza volta ad ottenere la cittadinanza italiana ai sensi dell’art. 9 Legge n. 91 del 1992 richiamando per un verso i poteri ampiamente discrezionali spettanti all’Amministrazione dell’interno in relazione al vaglio delle istanze quali quella in parola e, per altro verso, il contenuto della nota istruttoria con la quale la Questura ha ritenuto l’odierna appellante non adeguatamente inserita nel contesto sociale, economico  lavorativo italiano (anche a causa di precedenti penali a carico della richiedente). Le censure svolte relative all’erroneità della sentenza appellata non possono trovare accoglimento. Al riguardo, occorre prendere le mosse dalla circostanza secondo cui a fronte dell’istanza volta alla concessione della cittadinanza, l’Amministrazione dell’Interno gode di un’amplissima discrezionalità potendo valutare con rilevanti margini di apprezzamento la sussistenza di uno specifico interesse pubblico al rilascio della concessione. Sotto tale profilo, le valutazioni poste in essere dall’Amministrazione dell’Interno in relazione alla sussistenza di uno status illesae dignitatis (morale e civile) in capo al richiedente, possono essere censurate in sede giurisdizionale solo se affette da profili di palese irragionevolezza o di evidente abnormità. Ad avviso del Collegio, tuttavia, l’esame del complesso delle circostanze nella specie rilevanti palesa l’insussistenza di elementi idonei ad infirmare la correttezza delle valutazioni operate dal Ministero dell’interno.
In particolare, si ritiene che dal complesso delle circostanze appurate in sede istruttoria e trasfuse nella nota della Questura (nota richiamata ai fini della motivazione per relationem del provvedimento impugnato in prime cure) non emergono profili di irragionevolezza in ordine alla scelta di ritenere l’insussistenza di un prevalente interesse pubblico alla concessione della cittadinanza in favore dell’attuale appellante.
Alla luce di ciò il Consiglio di Stato respinge l’appello.

Consiglio Stato 17mar2009 Riconoscimento asilo in presenza circostanze pericolose incolumità persona

Consiglio di Stato – VI Sezione  – Sentenza n. 1402 del 17 marzo 2009 Riconoscimento asilo politico in presenza di circostanze pericolose per incolumità persona
Il Consiglio di Stato conferma la sentenza del TAR con la quale è stato accolto il ricorso avverso il provvedimento della Commissione centrale di diniego di riconoscimento dello status di rifugiato politico, diniego fondato sulla circostanza che la renitenza alla leva non costituisce presupposto per il riconoscimento del predetto status. La Commissione, ha adottato tale provvedimento senza considerare che l’interessato aveva rappresentato il proprio timore di subire persecuzioni in caso di prestazione del servizio militare, ad opera di oppositori del regime politico algerino.
Il Collegio, nel caso di specie, afferma che "il concreto riconoscimento del predetto status è stato ritenuto connesso non, in via generale ed esclusiva, alla realtà politico-economica del Paese di origine del soggetto richiedente, ma alla situazione oggettiva rilevabile nel Paese stesso, in ordine alla sussistenza di circostanze, atte a determinare pericoli per l’incolumità della persona interessata (cfr. in tal senso, per il principio, Cons. St., sez. IV, 10.3.1998, n. 405 e 12.1.1999, n. 11; Cass. civ., sez. I, 20.12.2007, n. 26822; TAR Lazio, Roma, sez. I, 2.2.2007, n. 781)". Appariva corrispondente a fatto notorio la sussistenza nel Paese di appartenenza dell’appellante di conflitti interni, legati a motivi etnici e religiosi, che avrebbero dovuto suggerire un doveroso approfondimento della situazione di pericolo, denunciata dal soggetto interessato.
Il diniego di riconoscimento di cui si discute, quindi, non si sottrae alle censure di eccesso di potere per difetto di motivazione, contraddittorietà, perplessità e travisamento, accolte nella sentenza appellata, avendo l’istante segnalato di “provenire da una città dell’Algeria particolarmente interessata, negli ultimi anni, da attività criminali terroristiche”, nonché “di essere stato oggetto di gravi minacce da parte di integralisti, che intendevano dissuaderlo dall’ottemperare agli obblighi di leva, nella forma del servizio sostitutivo civile”, senza che ciò implichi una valutazione di deficit democratico. Pertanto, anche la sussistenza di gravi e conosciuti conflitti interni (non necessariamente implicanti vera e propria guerra civile) possono costituire presupposto per il riconoscimento dello status di rifugiato politico, quando la situazione socio-politica del Paese pur a regime democratico, renda plausibile il rappresentato pericolo per l’incolumità del singolo cittadino.

Consiglio Stato 9 marzo 09 Normativa sopravvenuta non si applica a fatti pregressi commessi extraue

Consiglio di Stato – VI Sezione  – Sentenza n. 1340 del 9 marzo 2009 Normativa sopravvenuta non applicabile a fatti pregressi commessi dal cittadino extraue.
Il Consiglio di Stato accoglie l’appello avverso il provvedimento di diniego di permesso di soggiorno fondato sulla sussistenza a carico del ricorrente di alcune sentenze di c.d. “patteggiamento” per reati in materia di stupefacenti, ritenute di per sé ostative al rinnovo del permesso di soggiorno ai sensi dell’art. 4, comma 3, del D. Lgs. n. 286/1998. Il giudice di primo grado ha ritenuto irrilevante il fatto che le condanne siano state emesse anteriormente al rilascio del permesso di soggiorno, di cui si chiedeva il rinnovo ed anteriormente anche all’entrata in vigore delle modifiche apportate al citato art. 4, dalla legge n. 189/2002, in quanto il legislatore avrebbe qualificato tali condanne come oggettivi indici della pericolosità sociale. L’appellante contesta tale interpretazione e sostiene che in tal modo la normativa sopravvenuta si applicherebbe retroattivamente a fatti pregressi, commessi quando il cittadino extracomunitario era in uno stato di clandestinità e che al massimo l’amministrazione poteva valutare in sede di rilascio del primo permesso di soggiorno. Con le modifiche apportate nel 2002 all’art. 4 della legge n. 189/2002, il legislatore ha inteso fare riferimento certamente anche a fatti commessi prima dell’entrata in vigore delle norme, ma, nel richiamare le sentenze emesse ai sensi dell’art. 444 c.p.p. (“patteggiamento”), ha voluto equiparare, ai fini dei presupposti per il diniego del permesso di soggiorno, tali pronunce alle altre sentenze di condanna. Tale equiparazione non può operare però per il passato, perché altrimenti verrebbe meno il presupposto su cui si fonda l’istituto del patteggiamento, che richiede che l’imputato sia consapevole della pena (che richiede e accetta) e delle sue conseguenze. Nel caso di specie, al momento del patteggiamento (1990 – 1992), tale pronuncia non comportava alcuna conseguenza automatica ai fini del rinnovo del permesso di soggiorno e da ciò consegue che una tale conseguenza automatica non può essere introdotta retroattivamente, fermo restando che i fatti oggetto della pronuncia possono essere valutati dall’amministrazione ai fini del giudizio sulla pericolosità sociale del cittadino extracomunitario.