mer09242014

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CONSIGLIO DI STATO

Consiglio Stato 24 feb 2009 Pericolosità sociale straniero desumibile condotta procedimento penale

Consiglio di Stato – VI Sezione  – Sentenza n. 1081 del 24 febbraio 2009 Pericolosità sociale straniero desumibile da condotta del procedimento penale.
E’ legittimo il diniego di rinnovo del permesso di soggiorno fondato su un giudizio di pericolosità sociale del richiedente, desunto da un fatto oggetto di un procedimento penale. Il giudice di primo grado ha ritenuto che da tale fatto e dalla sentenza di applicazione della pena su richiesta delle parti emergessero sufficienti elementi per ritenere sussistente la pericolosità sociale del ricorrente e, conseguentemente, per negare il rinnovo del permesso di soggiorno. Con l’impugnato provvedimento il Questore di Padova non si è limitato a richiamare la pendenza di un procedimento penale, concluso con sentenza di patteggiamento, ma ha fatto diretto riferimento ai fatti, oggetto di quel processo, per giustificare il giudizio di pericolosità sociale. In particolare, sono state richiamate le modalità del fatto (gravi lesioni personali causate ad un parente con un coltello da cucina) e i futili motivi che lo hanno determinato, per poi desumere che il cittadino extracomunitario sia socialmente pericoloso. Il giudizio di pericolosità del ricorrente è tratto correttamente da un fatto che, benché unico, risulta essere di particolare gravità ed obiettivamente idoneo a supportare il diniego del rinnovo del permesso di soggiorno

Consiglio Stato 17 feb 2009 Diniego carta soggiorno non è mera conseguenza diniego rinnovo permesso

Consiglio di Stato – VI Sezione  – Sentenza n. 896 del 17 febbraio 2009 Diniego carta soggiorno non è mera conseguenza del diniego permesso soggiorno.
Il Consiglio di Stato accoglie l’appello avverso il provvedimento di diniego di carta di soggiorno come mera conseguenza del diniego di rinnovo del permesso di soggiorno in ragione delle condanne riportate dall’interessato. In realtà l’art. 9 d.lgs. n. 286 del 1998, mod. dall’art. 9 legge n. 189 del 2002, anche nel testo vigente all’epoca dell’emissione del provvedimento impugnato (e quindi prima dell’entrata in vigore del d.lgs. 8 gennaio 2007, n. 3, che impone la considerazione della durata del soggiorno nel territorio nazionale e dell’inserimento sociale, familiare e lavorativo dello straniero), subordina il rilascio del permesso di soggiorno CE per soggiornati di lungo periodo (ex carta di soggiorno) a condizioni parzialmente diverse da quelle alle quali è ancorato il comune permesso di soggiorno. Se, infatti, per quest’ultima fattispecie, l’art. 26, comma 7-bis del d.lgs. n. 286 del 1998, introdotto dall’art. 21 comma 2, della legge 30 luglio 2002, n. 189, prevede che “la condanna con provvedimento irrevocabile per alcuno dei reati previsti dalle disposizioni del Titolo III, Capo III, Sezione II, della legge 22 aprile 1941, n. 633, e successive modificazioni, relativi alla tutela del diritto di autore, e degli articoli 473 e 474 del codice penale comporta la revoca del permesso di soggiorno rilasciato allo straniero e l'espulsione del medesimo con accompagnamento alla frontiera a mezzo della forza pubblica”, un tale automatismo non è previsto dalla specifica disposizione relativa al rilascio della carta per soggiornanti di lungo periodo, vale a dire, come detto, l’art. 9 del medesimo decreto legislativo n. 286. Del resto, ove fosse interpretato nel senso impeditivo del rilascio anche di quest’ultimo permesso, il citato art. 26 comma 7 bis sarebbe sospettabile di infrazione dell’art. 3 della Costituzione, dato che la situazione di chi è presente nel territorio dello Stato da lungo periodo non è assimilabile a quella di chi entra per la prima volta in Italia, o chiede il rinnovo del comune permesso di soggiorno, e quindi richiede un trattamento differenziato.

Consiglio Stato 29 gen 2009 Legittimo diniego rinnovo permesso attesa occupazione se manca lavoro

Consiglio di Stato Sezione VI Sentenza n. 478 del 29 gennaio 2009 Legittimo diniego rinnovo permesso attesa occupazione se manca lavoro.
E’ legittimo il diniego di rinnovo del permesso di soggiorno per lavoro se ne manca il presupposto principale, cioè l’effettivo svolgimento di una regolare attività lavorativa.  Nel caso di specie il TAR della Liguria ha respinto il ricorso del ricorrente, di nazionalità marocchina, contro il Ministero dell’interno per l’annullamento del provvedimento della Questura di Genova con il quale era stata rigettata l’istanza di riesame del diniego del  rinnovo del permesso di soggiorno per “attesa occupazione”, non avendo l’interessato prodotto nessuna documentazione attestante un’attività lavorativa in atto prima della scadenza del termine annuale del predetto titolo abilitativo a permanere nel territorio nazionale. Il Collegio ha confermato la sentenza di primo grado stabilendo che il rapporto di lavoro in essere alla data della domanda costituisce indefettibile presupposto per conseguire il permesso di soggiorno per lavoro subordinato e nessuna norma prevede che, a differenza del permesso di soggiorno per lavoro subordinato, quello per attesa occupazione possa essere rinnovato, perché diversamente verrebbe del tutto disattesa la disciplina vincolistica dell’immigrazione fondata sulle quote di accesso e sull’esistenza di un lavoro retribuito che consenta una vita decorosa.

Consiglio di Stato 3 dicembre 2008 Valutazione pericolosità straniero solo per richiesta Permesso CE


Consiglio di Stato – VI Sezione  – Sentenza n. 5924 del 3 dicembre 2008

Il Consiglio di Stato ha ritenuto legittimo il provvedimento con il quale la Questura di Firenze ha negato il rinnovo del permesso di soggiorno adottato a causa di una condanna in materia di stupefacenti anche in considerazione della condotta di vita tenuta dall’attuale ricorrente.
Nel caso di specie il Collegio conferma la motivazione dei giudici amministrativi i quali hanno ritenuto correttamente trattarsi di reato ostativo al rilascio del permesso richiesto, ai sensi degli artt. 4, comma 3, e 5, comma 5, d.lgs. n. 286/1998, non ravvisando alcun contrasto tra le norme citate e quelle di cui al d.lgs. 8 gennaio 2007 n. 3, emesso in “attuazione della direttiva 2003/190/CE relativa allo status di cittadini di paesi terzi soggiornanti di lungo periodo”, dato che solo in sede di rilascio del “permesso di soggiorno CE per soggiornanti di lungo periodo” (che ha sostituito la carta di soggiorno), presupponente la titolarità di un permesso di soggiorno almeno quinquennale in corso di validità, la legge esige che la p.a. proceda ad una valutazione di pericolosità dello straniero, tenendo conto di eventuali condanne penali anche non definitive (cfr. art. 9, d.lgs. n. 286/1998, come sostituito dal citato d.lgs. n. 3/2007); l’attuale appellante, infatti,  non avrebbe potuto avvalersi della normativa ex d.lgs. n. 3/2007, in quanto non titolare di un valido permesso di soggiorno almeno quinquennale, essendo essa entrata in Italia il 10 giugno 2002 ed essendo titolare di un permesso di soggiorno per lavoro autonomo valido solo fino al 30 dicembre 2006 (per l’applicabilità  dell’art. 4, comma 3, d.lgs. n. 286/1998, non occorre che la sentenza sia passata in giudicato: cfr. C.d.S., sez. VI, dec. 30 gennaio 2007 n. 359).
Il Collegio ha ritenuto altresì infondate le dedotte questioni di costituzionalità, rientrando nella discrezionalità del legislatore ordinario ogni valutazione circa i casi in cui imporre un apprezzamento dell’eventuale pericolosità sociale del soggetto interessato.

Consiglio Stato 8 agosto 2008 Fondato appello per sopravvenuta riabilitazione straniero con

Consiglio di Stato – VI Sezione  – Sentenza n. 3902 del 8 agosto 2008
Il Consiglio di Stato ha accolto l’appello presentato da un cittadino extracomunitario avverso la revoca del suo permesso di soggiorno, dovuta a una precedente condanna per furto aggravato, ostativa alla permanenza nel nostro Paese. Il ricorrente, nelle censure svolte ha ritenuto la sentenza illegittima in quanto viziata da errori di diritto. I Giudici di prime cure, infatti, non avevano valutato che la sentenza di condanna ( risalente al 1995) era stata resa ex art. 444 cpp; non avevano tratto  le logiche conseguenze  dalla circostanza che, decorsi cinque anni, detta tipologia di decisioni del Giudice penale ex art. 445 cpp, risultava estinta ed improduttiva di effetti giuridici ai sensi dell’ art. 445 cpp. Peraltro l’appellante svolgeva attività lavorativa regolare in Italia, quivi risiedeva la propria famiglia, ed aveva recentemente acceso un mutuo per l’acquisto di una casa. Aveva il diritto ad ottenere il richiesto titolo abilitativo al soggiorno. Sussisteva infatti ogni  idoneo elemento  legittimante la permanenza dell’appellante in Italia: in particolare, l’assenza di precedenti penali successivi a quello cui si erano riferiti i primi Giudici, consentiva di ritenere viziata l’azione dell’amministrazione ed ingiusta la sentenza appellata. In via di principio la Sezione condivide l’orientamento giurisprudenziale secondo il quale “lo scrutinio di legittimità di un provvedimento amministrativo deve essere condotto sulla base degli elementi di fatto e della normativa vigente al momento della sua emanazione.” Deve però al contempo evidenziarsi che nella particolare materia oggetto dell’odierno appello è stato lo stesso Legislatore a dare rilievo a particolari fattispecie di sopravvenienze, tra le quali rientra, ad esempio, il  sopravvenuto conseguimento del beneficio della  riabilitazione da parte dello straniero precedentemente condannato. Si è pertanto  coerentemente affermato, che “la sentenza di condanna costituisce motivo implicito di diniego dell'autorizzazione alla legalizzazione ex art. 1 d.l. 9 settembre 2002 n. 195, conv. in l. 9 ottobre 2002 n. 222, la quale esclude il divieto di regolarizzazione del rapporto di lavoro dello straniero nell'ipotesi in cui il procedimento penale si sia concluso con una sentenza assolutoria, con la conseguenza che, per converso, il divieto opera nel caso di denuncia seguita da condanna. La stessa norma fa salvi gli effetti della riabilitazione, il che consente agli interessati di rimediare all’ultrattività di sentenze di condanne risalenti nel tempo, consentendo, quindi, l'estensione dell'operatività della norma anche nei loro confronti. (Consiglio Stato , sez. VI, 31 maggio 2006, n. 3307).  Ritiene la Sezione di condividere l’orientamento secondo il quale  alla riabilitazione possa equipararsi l’automatica estinzione della condanna inflitta  in sede di “patteggiamento”, ai sensi dell’art. 445 cpp. Ritiene la Sezione che i primi Giudici abbiano omesso di valutare la circostanza che, risalendo la condanna subita dall’appellante all’anno 1995, si era già verificata, al momento in cui fu resa la appellata sentenza, la causa estintiva in oggetto prevista dall’art. 445 cpp.