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Un'altra Italia

La diciottenne novarese è salita sul podio del concorso Lingua Madre, narrando la storia della sua antenata albanese. “Ha affrontato guerre e ingiustizie senza perdere il sorriso”

Roma - 14 maggio 2013 – “Nacqui a Sarajevo nel 1918. Ero l’ultima di cinque fratelli e la nostra era una famiglia benestante. Mio padre era di Tirana, mentre mia madre era di Sarajevo. Entrambi lavoravano dalla mattina alla sera, ma riuscivano a trasmetterci l’affetto di cui dei figli hanno bisogno. Subito dopo la mia nascita ci trasferimmo in Albania…”

Inizia così il racconto “La mia bisnonna si chiama Gjylsyme: il valore della libertà”, con cui la diciottenne Lina Alushi si è aggiudicata il premio speciale del Rotary Club al concorso letterario Lingua Madre, dedicato alle donne straniere residenti in Italia. Lei, però, è tutt’altro che straniera.

“Quando ci siamo trasferiti in Italia da Tirana – spiega - avevo solo tre anni, ma avevo già iniziato a parlare la lingua albanese e una volta a Novara ho imparato anche l’italiano. Non mi sono fermata lì: frequento il quarto anno dell’istituto tecnico periti aziendali corrispondente lingue estere e oggi conosco anche lo spagnolo, il francese e l’inglese”.

Oltre a studiare, la scrittrice in erba, gioca a pallavolo da otto anni e nel tempo libero ascolta musica ed esce con gli amici.

“Caratterialmente sono una persona molto espansiva e socievole, forse ho un carattere fin troppo estroverso. Il mio rapporto con la scrittura è altalenante, riesco ad esprimermi solo quando sono davvero ispirata e le cose mi escono dal profondo. Infatti nei temi a scuola mi capita di prendere dei votacci, come cinque e sei, mentre altre volte prendo anche otto e nove; dipende tutto dalla traccia e da quello che mi trasmette”.

 “Non conoscevo il concorso, me ne ha parlato la mia professoressa di lettere e mi ha incoraggiato a partecipare, dicendomi che avrei potuto ottenere un buon risultato. Io ero molto dubbiosa e non sapevo cosa scrivere”.

“Una volta arrivata a casa ho condiviso questa cosa con la mia famiglia e loro mi hanno suggerito di  raccontare della mia bisnonna, Gjylsyme, la nonna di mamma. Era una persona di cui ho sentito parlare spesso nella mia famiglia, ma non conoscevo la sua storia.

Quando mia madre me la raccontò mi colpì subito e decisi che quella sarebbe stata la mia storia”.

“Di  Gjylsyme mi ha colpito la forza e la determinazione con cui ha vissuto. Nonostante abbia subito numerose ingiustizie e aver vissuto gli anni della guerra ha sempre affrontato la vita con il sorriso. Credo che una donna ‘normale’ non avrebbe potuto affrontare una vita così dura come lo ha fatto lei”.

“Dopo aver letto e riletto la storia e fatto mille modifiche e correzioni l’ho consegnata alla mia professoressa e assieme a lei l’abbiamo spedita per partecipare al concorso”.

“È passato un sacco di tempo da quando abbiamo imbucato la busta a quando mi hanno dato l’esito, da novembre fino ai primi di aprile, infatti non ci speravo più, ma la mia professoressa mi diceva sempre “vedrai che vincerai”, non mi convinceva mai abbastanza, ma un po’ di speranza me la trasmetteva. Lingua Madre è un concorso nazionale rivolto a tutti, non solo per le scuole, la mia insicurezza si reggeva sul fatto che ero messa a confronto anche con professionisti della scrittura”.

"Fino a quando un giorno ho ricevuto una telefonata. “Lina?” “Sì””Chiamo dal Concorso Lingua Madre, le passo il responsabile“”Si, grazie (nella mia testa ho pensato ‘Oh mio Dio’)””Le annuncio che ha vinto il premio speciale Rotary Club Torino Mole Antonelliana, mi raccomando non lo dica a nessuno!””Ovviamente il giorno dopo a scuola appena ho messo piedi in aula l’ho detto a tutti!”

Lina ha tante idee sul suo futuro e qualche progetto già in cantiere.

“Per l’estate sto aspettando una risposta per lavorare come animatore turistico e questa è una cosa che mi piace molto fare in futuro. Per quanto riguarda la scrittura non nego che mi piacerebbe fare qualche esperienza nel giornalismo, ma le lingue non le abbandono, infatti vorrei continuare a studiarle all’Università, magari all’estero”.

Samia Oursana