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Ven, Gennaio

L'intervento

In media, nell'Ue quasi un terzo degli originari immigrati ha ormai acquisito la cittadinanza del paese di destinazione, ma in Italia ci si ferma al 14%. Colpa di una legge troppo chiusa, quando una normativa comunitaria omogenea?




20 settembre 2012 - Spesso si sente ripetere che gli immigrati hanno avuto in Italia, una crescita rapidissima  dopo il Duemila, e che la loro percentuale di presenza ha superato la media europea.

 

C’è del vero in queste affermazioni, che però nascondono l’altra faccia del fenomeno: in quasi tutti i paesi europei (che pure hanno normative molto diverse tra loro: sia sul versante dello “jus sanguinis” che su quello dello “jus soli”) la concessione della cittadinanza (o processo di naturalizzazione) viene considerata lo sbocco naturale delle politiche di integrazione.

Infatti ormai anche la terminologia europea (e dell’ Eurostat) distingue tra stranieri immigrati (che hanno mantenuto la cittadinanza del paese di origine) e “nati all’estero”, concetto più ampio che comprende anche coloro che nel frattempo hanno acquisito la cittadinanza francese, inglese ecc.

La differenza tra i due valori è costituita appunto dai “naturalizzati”, cioè da coloro che (adulti e minori) hanno acquisito la cittadinanza di un paese dell’Unione Europea.

In Europa, quasi un terzo degli originari immigrati ha ormai acquisito la cittadinanza del paese di destinazione (dati EUROSTAT 2011). I nuovi europei hanno superato la soglia dei 15 milioni.

In due casi: Olanda e Svezia il loro numero ha già superato il 50%, cioè il numero di coloro che hanno ancora la cittadinanza di origine; in Olanda negli ultimi dieci anni, il processo è stato così rapido che formalmente la percentuale degli immigrati sulla popolazione residente è addirittura sceso dal 4,2% al 4,0%. Francia, Regno Unito e Germania rappresentano il blocco centrale del processo che è in atto in Europa. Complessivamente hanno naturalizzato quasi nove milioni di persone.

Tra i grandi paesi di immigrazione, Italia e Spagna sono i fanalini di coda con un processo di naturalizzazione attorno al 14% (nettamente sotto la media), già avviato ma ancora limitato. Sono dati che si spiegano con il fatto che in questi paesi il processo migratorio è più recente, ma anche (nel caso italiano) con una normativa assai chiusa come è la legge n° 91/1992.

Nei prossimi anni quindi in tutta Europa, il numero degli immigrati dipenderà sempre più non solo dal numero degli ingressi dai paesi terzi, ma anche dal processo di “uscita statistica” nella acquisizione delle nuove cittadinanze. Sempre più si dimostra auspicabile una normativa comunitaria omogenea, per dare sostanza, anche su questo versante, al concetto di cittadinanza europea.

Andrea Stuppini