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Il responsabile immigrazione del Cna: "Non abbiamo mai visto le imprese degli immigrati diversamente dalle altre. Il mercato non ha colore, non ha differenze se non quelle legate all'economia"
ROMA - Imprese artigiane gestite da stranieri.
Ne parlavamo qualche giorno fa presentando i dati elaborati dalla Confederazione dell'artigianato e della piccola e media impresa (Cna), che ne conta ben 17mila.
Siamo poco abituati agli immigrati che fanno gli imprenditori, troppo facile pensare a loro solo come forza lavoro, magari a basso costo, per le aziende italiane.
Eppure molti di loro hanno realizzato in Italia un piccolo sogno, e dopo un inizio da dipendenti, si sono messi in proprio.
Cerchiamo di capirne di più affidandoci all'esperienza di Giulio Baglione, responsabile dell'ufficio immigrazione del Cna ed iniziando proprio da un inevitabile confronto…
Le imprese degli immigrati hanno esigenze diverse rispetto a quelle con titolare italiano?
Sì, ma solo prima di diventare imprese: una volta entrate sul mercato hanno le stesse esigenze e possono incontrare gli stessi problemi della maggior parte delle imprese italiane.
Prima di costituire un'impresa gli stranieri incontrano alcune difficoltà che vanno dal non conoscere la legislazione ad un certo timore rispetto alla burocrazia italiana, che naturalmente si sommano ad una cattiva conoscenza della lingua italiana.
C'è poi un ostacolo di tipo culturale.
In che senso?
Nel senso che molte persone straniere non hanno un'idea molto chiara su cos'è l'impresa in Italia.
Non immaginano che ci siano tante persone che lavorano in maniera autonoma, perchè questa è una realtà che esiste solo da noi.
In altri paesi l'artigianato è ancora qualcosa di "storico", come dire, legato alla figura dell'"artista".
Invece in Italia l'impresa artigiana ha una dimensione, un mercato, una forza molto più grande rispetto agli altri paesi.
Gli stranieri non si aspettano, ad esempio, che il meccanico o il parrucchiere lavorino in proprio.
Quindi vanno prima di tutto informati sulla realtà imprenditoriale italiana?
Noi dobbiamo lavorare per far capire che, conoscendo un mestiere, conoscendo un tipo di meccanismo tecnologico che sia aggiornato e che possa consentire a chi attiva quell'iniziativa di avere successo, le difficoltà di termini di accesso al mercato sono le stesse per gli extracomunitari e per i cittadini italiani.
Ma la complicatezza delle norme in cui deve operare un imprenditore non rappresenta un ostacolo per gli stranieri?
In realtà la conoscenza ed il rispetto di tutte le norme è un ostacolo per tutti, italiani e non.
Come può una persona che gestisce una piccola attività imprenditoriale, magari con uno o due dipendenti, conoscere e gestire esattamente tutta la parte fiscale, legislativa, amministrativa, previdenziale e così via?
Dovrebbe dedicare una persona a tutte queste attività. Ma a quel punto sarebbe fuori mercato. La produzione non riuscirebbe a reggere in termini economici rispetto a tutti questi obblighi.
Di qui la necessità di appoggiarsi alle associazioni di categoria…
Certo, la soluzione è nel lavoro di consulenza che noi svolgiamo prima e dopo l'ingresso nel mercato. Le nostre sedi assistono tutte le imprese con servizi fiscali, di amministrazione generale servizi di gestione del personale, etc.
In generale, i sistemi di impresa permettono a chi non ha le risorse o il tempo per seguire tutte queste vicende di evitare problemi e cogliere le opportunità che esistono.
È un grande lavoro di intermediazione grazie al quale imprese anche piccolissime possono stare sul mercato nella maniera più adeguata possibile.
E per quanto riguarda la concessione di crediti? Le banche non sembrano fidarsi troppo degli extracomunitari…
Ma le banche non si fidano nemmeno degli italiani!
È però facile intuire che verso una persona extracomunitaria c'è qualche diffidenza in più.
Dobbiamo quindi portare gli immigrati nel mondo associativo, che ha strumenti speciali per ottenere i crediti. Ci sono ad esempio le Cooperative di garanzia per i credito, i Consorzi Fidi e Artigiancassa, che è una sorta di banca gestita dalle associazioni imprenditoriali.
Gran parte del credito che ottengono le nostre imprese per l'esercizio della propria attività imprenditoriale passa quindi attraverso canali controllati direttamente dal mondo associativo dell'artigianato.
Il vostro approccio verso gli imprenditori stranieri sembra sostanzialmente simile a quello verso gli italiani
Noi non abbiamo mai visto le imprese degli immigrati diversamente dalle altre.
A noi non piace molto l'idea dell'impresa "etnica" che si muove in un ambito di ghetto, in un mercato rivolto solo agli immigrati, fatto solo di immigrati.
Noi vogliamo che le persone che gestiscono le imprese si misurino col mercato, il mercato non ha colore, non ha differenze se non quelle legate all'economie.
Quindi un prodotto che costi in maniera adeguata rispetto alla domanda ed un mercato che sia di qualità consona alla richiesta dei clienti.
Come ha spiegato prima, però, qualche differenza tra imprese italiane e imprese straniere c'è…
Inevitabile, specialmente in fase di avvio dell'attività.
Noi però veniamo incontro a queste esigenze con servizi offerti anche agli italiani..
Abbiamo ad esempio Crea Impresa che, attraverso la formazione, l' analisi del progetto e della situazione, arriva fino alla definizione di un business plan, una sorta di accompagnamento nel mercato.
E riuscite a declinare questi strumenti secondo le esigenze di un neo-imprenditore straniero?
Certo, noi li personalizziamo e costruiamo un ulteriore gradino, che consente agli stranieri che vogliono affacciarsi sul mercato di colmare il gap che li divide dagli italiani.
È chiaro che se un immigrato ha difficoltà a capire come funziona la lingua, come funziona l'ordinamento civile italiano, bisogna che qualcuno glielo spieghi, perché altrimenti accompagniamo sul mercato una persona che commetterà errori sin dall'inizio.
Naturalmente, senza illusioni: formazione e analisi preventiva non danno comunque la certezza del successo.
Anche se per gli immigrati può esserci un grado di difficoltà maggiore, questo vale per tutti, in assoluto.
(1 marzo 2003)
Elvio Pasca
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