Una ricerca
La condizione dei detenuti stranieri
600 questionari ditribuiti in 6 penitenziari descfrivono una situazione preoccupante. Uno su quattro ha compiuto atti di autolesionismo
ROMA - I detenuti stranieri sono vittime di un percorso di esclusione iniziato prima del carcere, ma che continua anche all'interno delle strutture che dovrebbero riabilitarli.
È quanto si evince dalle prime anticipazioni della ricerca "Le condizioni civili dei detenuti stranieri nelle carceri italiane", promossa dalla Facoltà di scienze sociali della Pontificia università S. Tommaso d'Aquino insieme alla Fondazione Migrantes e all'Ispettorato generale dei cappellani delle carceri. La ricerca si basa su seicento questionari multilingue distribuite dai cappellani di sei carceri italiane ad altrettanti detenuti stranieri.
Due intervistati su tre dicono che prima di entrare in carcere non avevano un permesso di soggiorno e uno su tre non conosceva o conosceva pochissimo la lingua italiana. Nel 30 % dei casi i futuri detenuti vivevano con conoscenti occasionali, e solo il 18% viveva con la propria famiglia in un nucleo stabile.
Anche l'inserimento lavorativo presentava molti problemi. Solo il 26% degli intervistati lavorava più o meno regolarmente, mentre per il 37% di loro il lavoro era in nero e saltuario. Una percentuale identica ha dichiarato che prima della carcerazione non lavorava affatto.
Una volta in carcere, per gli stranieri non è semplice partecipare alle attività ricreative, formative, o a lavorare. La percentuale degli "iperattivi" (il 26% degli intervistati), quelli cioè che partecipano a tutte le attività, è minoritaria rispetto a quella rappresentata da chi non fa niente (34%) o fa ogni tanto (40%).
Dal questionario risulta che i più attivi sono i detenuti che dovranno passare molto tempo dietro le sbarre, o che comunque hanno una condizione penale definitiva. Bisogna considerare che il 40% degli intervistati sono invece imputati in attesa di giudizio. Non sempre la mancata partecipazione alle attività è una scelta: buona parte degli intervistati fa riferimento ad un problema di autorizzazioni e al limitato numero dei posti.
Buona parte dei detenuti stranieri ignora cosa li aspetta una volta scontata la pena.
La ricerca svela che solo il 15% sa che probabilmente sarà espulso, mentre il 60% non lo sa, e il resto è sicuro di poter rimanere. I questionari evidenziano d'altronde che, più che dall'amministrazione penitenziaria, il detenuto straniero è educato dai suoi pari: ascolta i suoi connazionali, gli anziani di cella, e preferisce loro per apprendere le regole e i meccanismi del carcere.
C'è infine un dato drammatico: un detenuto straniero su quattro ha dichiarato di aver compiuto atti di autolesionismo. Le cause sono quelle comuni anche ai carcerati italiani ("perché reputavo ingiusta la mia vita in carcere", "perché volevo ottenere un lavoro"), ma ce n'è anche una tipica dei detenuti stranieri: "perché non riuscivo ad avere alcun contatto con la famiglia".
Secondo i dati dell'amministrazione penitenziaria, al 30 giugno scorso i detenuti stranieri in Italia erano 17mila e rappresentavano circa il 30% della popolazione carceraria. La maggior parte dei detenuti erano marocchini (4015) e albanesi (2806), seguivano tunisini (1953), romeni (1367) e algerini (1289).
(30 novembre 2004)
Elvio Pasca