Unione Europea
In arrivo pene severe per chi sfrutta i clandestini
A breve la direttiva della Commissione Ue: previste sanzioni pecuniarie, amministrative e anche penali per chi sfrutta gli stranieri irregolari
BRUXELLES - Mezzo milione di clandestini, nonostante tutti i controlli alle frontiere, continuano ad arrivare ogni anno sul suolo europeo.
Contro chi sfrutta la loro manodopera e la loro posizione irregolare la Commissione Ue sta per proporre in questi giorni un giro di vite con un progetto di sanzioni pecuniarie, amministrative e anche penali per i casi più gravi.
"Ci potrebbero essere - hanno spiegato fonti della Commissione - provvedimenti come il rimborso della differenza fra il salario minimo legale e quello elargito in nero al lavoratore clandestino. Oppure il versamento dei contributi se l'immigrato sarà regolarizzato. In caso contrario, sarà il datore di lavoro a pagare anche le spese per il rimpatrio".
Il progetto di direttiva da sottoporre ai governi dei 27 era stato anticipato nel febbraio scorso dai servizi del commissario alla Giustizia, Libertà e Sicurezza, Franco Frattini, che è anche vicepresidente della Commissione.
L'intento, oltre a quello di lottare contro la piaga del lavoro nero, è di trovare una forma di coordinamento fra le diverse legislazioni europee. Infatti, se è vero che resta soltanto Cipro a non punire l'impiego di lavoratori clandestini , sono 14 i paesi che prevedono sanzioni penali per chi viola questa regola. Per gli altri, misure più o meno permissive, rese ancora più incerte dal fatto che i "sans-papiers" non possono di fatto presentare denuncia perché uscirebbero allo scoperto rischiando di farsi espellere.
La direttiva, secondo quanto trapelato, prevederebbe invece condizioni grazie alle quali i lavoratori sfruttati in nero potranno avere convenienza a rivolgersi alle forze dell'ordine: prima fra tutte, la possibilità di ottenere una carta temporanea di soggiorno per il periodo della procedura contro il datore di lavoro denunciato, a patto che - una volta risarciti - accettino di rientrare nel proprio paese.
(15 maggio 2007)