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Intervista
"Siamo tutti bastardi"
L'ultimo libro di Gad Lerner è una riflessione sul concetto di identità e sui pericoli di una sua cattiva interpretazione. Il primo appuntamento del Dionysia Festival
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ROMA - Siamo tutti bastardi. Solo riconoscendo il nostro meticciato, un' infinita stratificazione di origini, culture, sentimenti ed esperienze personali potremo vincere e raccogliere i premi della sfida della convivenza. Lontano da chi predica lo scontro di civiltà e alza muri spacciando falsi miti di purezza e tradizione per identità da difendere.

"Tu sei un bastardo. Contro l'abuso delle identità" è l'ultimo libro di Gad Lerner, una riflessione sul concetto di identità e sui pericoli di una sua cattiva interpretazione, in cui l'esperienza personale del giornalista (nato in Libano da una famiglia ebrea, con genitori e nonni nati in Palestina, Turchia, Lituania e Ucraina, cresciuto in Italia come apolide per trent'anni prima di ottenere la cittadinanza…) diventa il paradigma di una condizione che in realtà può accomunarci tutti.

Ne abbiamo parlato con l'autore, che leggerà alcuni passi del suo libro questa sera (28 giugno) a Roma nel corso del primo appuntamento del Dionysia Festival.

Gad Lerner, a chi ha dato del "bastardo"?

Bastardi siamo noi, io in primo luogo e anche chi ha la pazienza di seguire lo sfogo raccolto nel mio libro. Alla fine della lettura potrà sentirsi dire "tu sei un bastardo" senza prenderlo per il peggiore degli insulti ma avvertendolo al contrario come un segno di affratellamento, di capacità di riconoscere senza paura che questo nostro intreccio di destini che ha superato da tempo le barriere della consanguineità è qualcosa che ci accomuna, un'esperienza vitale già ben conosciuta e sperimentata.

Il meticciato contro cui Marcello Pera voleva alzare barriere è insomma già un dato di fatto?

Si, e infatti tanti si sono riconosciuti del libro e mi hanno inviato delle lettere per dirmi "anch'io sono un bastardo" magari perché avevano i genitori provenienti da due diverse regioni italiane. Ora che arrivano in Italia sempre più persone nate in Paesi lontanissimi, io sono sereno e ottimista. Sono convinto che il dato prevalente della società italiana sia quello di riconoscere e accompagnare questa ibridazione, sapendo che è anche faticosa e complicata ma che è una dato ineliminabile della nostra esperienza

Che vuol dire invece "abusare"dell'identità?

Quello è il mestiere degli imprenditori della paura, che escogitano la riesumazione di miti della purezza, della tradizione, dell'autenticità delle nostre radici. Agiscono in un mondo che è già andato oltre, quindi la loro manipolazione e il loro abuso di identità deve necessariamente agire per costruzioni artificiali. Fingono nostalgia di un mondo che non c'è mai stato e quindi sono dei truffatori. Con questo non nego che ciascuno di noi sente il bisogno e deve far i conti con la propria identità.

Come?

L'identità è una cosa seria e multiforme, a più livelli, ciascuno di noi è tante cose insieme, è la sedimentazione delle sue origini, dei suoi sentimenti, delle sue esperienze personali, ma quando l'identità diventa un marchio di appartenenza, un'armatura per esaltare la nostra differenza dagli altri e ragionare nella logica del noi e loro contrapposti, siamo di fronte ad una truffa, purtroppo molto usata in politica, in economia, nelle religioni, persino nello sport. Questo è un espediente molto usato dal potere.

Per tanti stranieri in Italia, magari di seconda generazione, guardare alla cultura della comunità di origine può anche essere un modo per trovare una propria identità…

Spesso noi abbiamo nostalgia di luoghi e di comunità che non abbiamo mai conosciuto, che esistono come tali solo nella nostra testa. Anch'io ho nostalgia e sento le suggestioni della Beirut in cui sono nato, dei luoghi dei miei nonni in giro per l'Europa oltre che per la sponda sud del mediterraneo. Dobbiamo sapere che questa è un'operazione modernissima, che riguarda l'oggi non il ieri anche quando prende le forme di passione culturale per certe musiche, per certi cibi o letteratura. È una condizione esistenziale sempre più frequente nel mondo contemporaneo, dove le diaspore sono tante, ma questa sensazione di appartenere a più luoghi e a più realtà va vissuta laicamente.

Altrimenti?

Il pericolo è un integralismo identitario, una mania peraltro spesso necrofila tutta rivolta al passato, che reinventa la storia. È l'inizio della nostra separazione dagli altri, il chiuderci sempre di più in noi stessi. Noi non dobbiamo avere paura della scomparsa delle nostre identità, in realtà queste storicamente si trasformano, subiscono continue evoluzioni e non sono certo cancellate dal fatto che i matrimoni siano sempre più misti, che le seconde e terze generazioni conoscono altri stili di vita e crescono in altri luoghi. Io non penso che quest' incubo dell'invasione, della scomparsa della nostra civiltà sia un buon consigliere.

Si possono insomma costruire identità future, anche alla luce di quelle degli altri?

Alla luce dell'identità degli altri, ma anche delle proprie fedi religiose. Nella storia le grandi religioni non si sono mai poste il problema di rispondere a bisogni di identità, anzi, semmai comprendevano e si adattavano alle diverse identità, non pensavano di modellare il crociato di turno.

In questi giorni si torna a parlare di identità italiana a proposito della riforma della legge sulla cittadinanza. Che ne pensa?

È un tema che ho vissuto in prima persona. Sono diventato italiano solo all'età di 30anni, pur vivendo qui da quando ne avevo tre. Ventisette anni di attese tra file infinite agli uffici stranieri per rinnovare il mio permesso di soggiorno da apolide e tante domande respinte. Alla fine ho ottenuto la cittadinanza solo grazie al matrimonio con una cittadina italiana.

Cosa cambierebbe?

Quello che trovo più odioso nella legislazione italiana è l'incertezza del diritto, la totale discrezionalità unilaterale da parte del ministero dell'Interno per la naturalizzazione, che quindi presta il fianco a raccomandazioni, privilegi e clientelismi. Ci vogliono regole certe e uguali per tutti: si sappia che un cittadino che risiede legalmente un congruo numero di anni, non sta a me stabilire quanti, pagando le tasse in questo Paese ne acquista la cittadinanza. A diciotto anni, quando ero ancora apolide, mi chiamarono alla visita di leva. Insomma andavo bene per servire l'esercito, lavorare e pagare le tasse in Italia, mentre soltanto più di dieci anni dopo sarei andato bene per esercitare i diritti politici. Questa è una cosa che deve finire.

(28 giugno 2006)

Elvio Pasca