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ROMA - Primo maggio, Festa del Lavoro.
Si avvicina una ricorrenza importante per tanti immigrati, lavoratori nuovi ma sempre più numerosi nel nostro paese.
Cgil, Cisl e Ul festeggeranno a Bologna, tra gli slogan di quest'anno: "No al terrorismo, per lo sviluppo e l'occupazione, si ai diritti".
Diritti, come quelli dei lavoratori immigrati, spesso soggetti più deboli nel mondo del lavoro, che chiedono di essere tutelati.
Gli stranieri iscritti ai sindacati confederali sono in aumento, e Cgil, Cisl e Uil non sono rimaste a guardare di fronte alle politiche del governo in materia di immigrazione.
Da qualche mese non c'è manifestazione dei lavoratori in cui non si chieda al governo di tornare indietro anche sul ddl Bossi-Fini.
Abbiamo fatto qualche domanda ad Alioune Gueye responsabile nazionale delle politiche per l'immigrazione della Cgil.
Signor Gueye, quali sono i punti della legge Bossi-Fini che preoccupano maggiormente il sindacato?
Il disegno di legge contrasta chiaramente con alcuni principi costituzionali, come l'articolo 13 sulla libertà personale, e l'articolo 35 sul principio di uguaglianza. Per suffragare questo ragionamento bisogna partire dal contratto di soggiorno, che introduce una forma di contrattazione tipizzata, a partire dalla nazionalità straniera e impone altri criteri per la determinazione di un contratto che si differenzia comunque dal contratto del lavoratore italiano.
Per cui è contro ogni principio di uguaglianza.
E la libertà personale?
Il principio della libertà personale è leso dalle procedure per le espulsioni: un prefetto può decidere l'espulsione di immigrato senza la sentenza di un giudice, e questo va contro l'articolo 13 della costituzione.
Per fortuna il governo, per correre a ripari, ha promosso un decreto di modifica, ma va studiato bene.
La convenzione 143 dell'OIL (Organizzazione Internazionale del Lavoro), inoltre, sancisce chiaramente che la perdita del posto di lavoro non può essere in nessun caso un motivo per la perdita del permesso di soggiorno.
La connessione fortissima che esiste nella Bossi Fini tra contratto di lavoro e permesso di soggiorno contrasta chiaramente questo principio.
Queste sono le ragioni di fondo per cui noi siamo contro un progetto di legge che non va ad aiutare nessun processo né di integrazione né di normalizzazione.
Una critica che colpisce, quindi, l'impianto generale della Bossi-Fini.
Noi abbiamo criticato l'impianto generale perché crediamo che la questione immigrazione non sia una questione isolata dalle altre questioni che travagliano la società italiana, va letta in concomitanza con queste e quindi bisogna trovare le soluzioni adeguate.
Il progetto Moratti della scuola, ad esempio, dice che a 13 anni bisogna scegliere tra la formazione professionale o gli altri percorsi scolastici. Gli immigrati si ricongiungono con i figli a partire da 8, 9, 10 anni.
Questo vuol dire che quasi il 90% dei figli degli immigrati,che avranno avuto solo 3 anni per imparare la lingua, saranno destinati burocraticamente alla fascia bassa della formazione professionale.
Il 16 aprile, contro l'abolizione dell'articolo 18 sono scesi in piazza anche molti immigrati, regolari ed irregolari. Un dato nuovo nella storia degli scioperi in Italia.
A loro volta, molti lavoratori italiani erano vicini agli immigrati nella manifestazione di gennaio contro la Bossi Fini. Crede che ormai italiani e immigrati portino avanti battaglie comuni?
Le ragioni che fanno scendere gli italiani per strada sono le stesse che inducono gli immigrati a manifestare.
Se il mio permesso di soggiorno dipende dal mio contratto di lavoro, e mi trovo davanti a un datore di lavoro che vuole licenziarmi senza giusta causa, divento completamente dipendente da questo datore di lavoro, che può ricattarmi, pena la perdita del mio lavoro e quindi della possibilità di rimanere in Italia.
A questo porterebbe la soppressione dell'articolo 18: il principio per cui i lavoratori italiani sono contrari a questa misura e lo stesso che ispira i lavoratori immigrati, per i quali implica una situazione materiale.
La perdita del posto di lavoro, con la conseguente espulsione, li colpirebbe doppiamente.
Cosa ci dice della partecipazione degli immigrati alla vita del sindacato? Ci sono molti lavoratori stranieri nelle rappresentanze?
Certamente. Con l'ultimo congresso abbiamo ormai più di 350 immigrati nei vari comitati direttivi, abbiamo 40 funzionari immigrati negli uffici per gli immigrati, 4 immigrati segretari di categoria e un esercizio che supera 200 delegati nelle aziende.
Eppure diciamo che c'è ancora molto da fare perché gli immigrati sono entrati nel panorama del mondo del lavoro, fanno ormai parte dei processi.
Gli immigrati sono fondamentali in molti settori, primi tra tutti quello metallurgico, l'agricoltura, l'edilizia e quello turistico alberghiero, senza dimenticare collaboratrici domestiche e badanti.
Da più parti si chiede infatti al governo di aumentare il volume dei flussi d'ingresso, eppure le intenzioni della maggioranza non sembrano andare in questa direzione…
I flussi non sono un optional, ma una necessità. Oramai gli immigrati sono diventati una risorsa strategica per le imprese.
Nonostante ciò, incomprensibilmente, l'immigrazione subisce in questi momenti un attacco su quattro fronti.
Sul fronte militare, con la decretazione dello stato di emergenza e l'uso delle navi da guerra, i rastrella menti della polizia, le espulsioni di massa.
Sul fronte ideologico, con le teorie di Baget Bozzo, le inquietudini identitarie del cardinale Biffi e gli orientamenti politici di alcuni partiti della maggioranza.
Subisce infine un attacco sul piano giuridico con la legge Bossi-Fini e un attacco sociale, per quanto guarda i provvedimenti del governo di cui abbiamo parlato.
Di fronte a questi attacchi bisogna dare una risposta meritevole, è questa la posta in gioco oggi, sennò rischiamo di andare incontro a ciò che è successo in Francia con Le Pen, i fermenti ci sono tutti.
Crede davvero che l'Italia rischi un'involuzione reazionaria e razzista?
Certo, c'è già una situazione di fatto. Un governo che ha nel suo seno partiti razzisti, e che promuove leggi razziste, non è più un rischio, è realtà.
A fronte di questo, però, le battaglie comuni di lavoratori italiani e immigrati sembrano un bell'esempio di solidarietà…
Solidarietà è ormai una parola che tende a perdere contenuti.
La lotta che i lavoratori italiani stanno facendo è una lotta di solidarietà, prima tra loro e i loro figli, poi tra loro e i lavoratori più deboli, cioè gli immigrati. Perché, come ho detto, quelle misure hanno un impatto ancora più drammatico sui lavoratori immigrati.
La questione immigrati deve smettere di essere un paradigma politico, e diventare un paradigma etico, etica della solidarietà, e una strategia per i diritti.
(27 aprile 2002)
Elvio Pasca
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