(ANSA) - ROMA, 6 NOV - (di Francesco de Filippo) - In Italia si è laureato, sposato e divorziato, è stato eletto in una circoscrizione, colto e aggiornato, si è impegnato in varie battaglie sociali, ha lavorato duramente. Oggi, a 56 anni, ha deciso di tornare in Iran perché in Italia non potrebbe più vivere dignitosamente.
"Se continuassi a stare in Italia diventerei un barbone, perderei ogni dignità, torno in Iran" dice.
Vahed Massihi Vartanian non è pervaso dall'ansia malinconica di ricongiungersi alle radici che coglie coloro che, lasciata presto la propria terra, vi hanno trascorso lontano tutta la vita.
Al contrario, Vartanian è combattivo, lucido e, soprattutto, stanco di serpeggianti discriminazioni, di un perenne stato di precarietà.
"Ho cominciato a percepire contributi per l'assistenza pensionistica nel 1989, a 34 anni - spiega - quindi non ho potuto costruire un sistema sociale pensionistico che mi consenta di ottenere una pensione dignitosa".
Vahed aveva 19 anni quando giunse a Roma nel 1964 per frequentare la Facoltà di Architettura. Veniva da Tabris, una città nella parte iraniana dell'Azerbaigian. Di fede cristiana di rito apostolico armena, si definiva, e si definisce tutt'oggi, un armeno iraniano-azero, non musulmano e pacifista.
Tanto pacifista da usare parole di comprensione nei confronti dei curdi che non riescono a trovare in Italia quell'assistenza che spererebbero. Quei curdi che qualche decennio fa compirono un
indimenticabile massacro proprio di armeni.
Non impiegò molto per integrarsi: "Sei anni - racconta - sposai Mariella Berardi, una nota annunciatrice televisiva di quegli anni, che per me, a causa delle restrittive leggi in vigore, perse la cittadinanza e anche il posto di lavoro". Un matrimonio senza figli e durato poco: due anni dopo erano separati.
L'autocritica non gli manca: "Per colpa anche del mio carattere". Forse influirono sulla coppia anche le difficoltà: "Non potevo firmare progetti, non potevo partecipare a concorsi pubblici per gli insormontabili problemi burocratici".
Polemico e a favore della democrazia, dopo vari tentativi in elezioni amministrative e politiche, Vartanian fu eletto in XV circoscrizione divenendo presidente della Commissione Urbanistica.
Da qui un nuovo controsenso: "Ho sempre dovuto arrangiarmi, fare qualche ristrutturazione, piccoli lavori, quasi sempre in nero. Quando avevo una occasione più importante mi dicevano 'ma chissa' come hai studiato tu l'architetturà". Quando fu modificata la legge per la quale si poteva votare indicando soltanto il numero di lista del candidato, Vahed Vartanian perse 500 voti per via del suo cognome difficile.
"Allora costituii una associazione di cognomi difficili con la proposta di tornare alla vecchia legge, ma non avemmo successo".
Qualche riconoscimento l' ha avuto, invece, quando varò il gemellaggio trilaterale tra Ponte Milvio a Roma, Ponte Allahverdi-Khan di Isfahan (Roma) e Ponte Sanahin di Alaverdi (Armenia).
Instancabile, Vartanian gira oggi con un libro in persiano che studia appena può: "Mi sto preparando per l'esame di Stato, così in Iran potrò essere un architetto a tutti gli effetti. Tra un anno mi trasferirò, il tempo di superare questo esame e di organizzarmi ma sarà duro. Sono stato un mese fa in Iran, ed è un po’ come essere straniero in patria, dovrò riabituarmi".
E gli italiani? "Sono misti ma non vogliono ammetterlo, a loro piacciono soltanto gli scandali e le emergenze. Lascerò qui alcuni amici, sarà una grande lacerazione".
La storia di Vahed Massihi Vartanian non è un caso singolo: "Molti miei connazionali, architetti - dice - sono tornati in Iran, oppure hanno cambiato vita: oggi vendono tappeti in Italia".
(ANSA). 06-NOV-01 17:40