ROMA - Ha due lauree, una in filosofia e l’altra in scienze politiche. Le ha conseguite entrambe in Italia, dove è diventato anche giornalista, dopo avere frequentato la Scuola Luiss. Fin dagli inizi della carriera, negli Anni ’80, ha lavorato alla Rai. E ora è diventato il volto simbolo degli stranieri nella televisione pubblica: racconta ogni mattina dal piccolo schermo chi sono, come vivono e cosa vogliono gli immigrati in Italia.
Jean Leonard Touadi, originario del Congo Brazzaville, è infatti uno degli autori e conduttore di "Un mondo a colori", programma in onda tutti i giorni, dal martedì al venerdì, dalle 10.15 alle 10.30, su RaiDue. Presto però la trasmissione si triplicherà.
"La novità quest’anno - annuncia Touadi - è che oltre alla messa in onda mattutina, ci saranno anche alcuni speciali di 30 minuti su RaiTre e pillole di 5 minuti sui RaiUno. Gli speciali saranno documentari, approfondimenti su realtà soprattutto straniere; le pillole, invece, una galleria di personaggi italiani e stranieri che, a vario titolo, hanno qualcosa da dire sui rapporti nord/sud del mondo e sull’integrazione culturale".
"Un mondo a colori", che ha una media costante di ascolto compresa tra il 5.5% e il 6.5%, con punte del 10%, è giunto quest’anno alla quarta edizione, dopo l’esordio il 14 aprile 1998.
"Siamo riusciti a portare un programma di Rai Educational per la prima volta su RaiDue - spiega Jean Leonard Touadi - ‘Un mondo colori’ arriva dopo un periodo di buio, dopo la chiusura di ‘Non solo nero’ (rubrica del Tg2, condotta da Maria De Lourdes Jesus, che ora conduce ‘Permesso di soggiorno’ alle 5.55 su RadioUno), l’unico programma su immigrazione e intercultura della Rai, dall’88 al ’94. Con la vittoria storica del Cavaliere, c’è stato il vuoto totale: per 4 anni l’informazione sul mondo degli immigrati è rimasta affidata unicamente alla buona volontà dei singoli giornalisti e alla cronaca, soprattutto alla cronaca nera. Un vuoto che giudico abbastanza grave, come fatto democratico, di non garantire una visibilità sociale alle minoranze e l’accesso per tutti ai mezzi di comunicazione di massa. Il fatto che gli stranieri siano diventati gruppi significativi della società italiana e che il loro impiego sia richiesto dagli imprenditori e dalle famiglie, per accudire bambini e anziani, non trova riscontro organico, strutturale. In questo campo rispetto alle altre tv pubbliche d’Europa (in Francia si discute di quote di persone straniere nei media), la Rai rappresenta un’anomalia, non c’è un dipartimento della multicultura".
Quali sono gli attuali argomenti in scaletta di "Un mondo a colori"?
"Abbiamo cominciato, e non potevamo non cominciare, con una settimana dedicata alle ‘Radici dell’odio’. I fatti dell’11 settembre hanno portato in Italia ad un’esasperazione delle relazioni sociali e culturali. Sono venute allo scoperto posizioni estreme, come quella del cardinale Biffi o di Baget Bozzo, che però sono paure che serpeggiano nella società. La seconda settimana, poi, ci siano chiesti quali sono le cose alle quali tengono gli italiani. E sono la famiglia, quindi i genitori, gli anziani, la casa e i bambini. Guarda caso proprio le persone e i beni che vengono affidati agli stranieri in stragrande maggioranza. Allora, questi sono i buoni, quali sono gli stranieri cattivi? Siamo andati a vedere come vivono le colf, gli stranieri che lavorano negli ospedali. Abbiamo incontrato delle belle tate straniere, che insegnano ai bambini italiani elementi della loro cultura, quindi, avere una tata straniera diventa un arricchimento multiculturale importante. La terza settimana, invece, abbiamo presentato i dati sull’adolescenza straniera in Italia, in realtà vostra: il problema della doppia identità e, in questo senso, l’importanza della musica etnica come strumento di integrazione. Abbiamo avuto ospite in studio il musicista Marco Bollito e presto ci sarà anche Barbara Palombelli, che parlerà della difficoltà a Roma di far recuperare al figlio adottato parte della sua identità non italiana. E poi lo scrittore di origine congolese Gangbo, che ha sempre vissuto a Bologna, ma rivendica e difende le proprie origini africane".
"La quarta settimana - annuncia Touadi - la vogliamo dedicare al cibo: la multicultura, alla fine, passa per cose semplicissime. Le tate, il cibo, appunto, assolutamente godibile e immediato, dietro il quale c’è tutto un mondo di persone, e un modo per avvicinarsi alle diversità. Nella prima puntata ci soffermeremo su che cosa significa andare in un ristorante non italiano. Nella seconda parleremo degli stranieri che ci cucinano, giocando anche sul doppio senso: cuochi egiziani che si sono impadroniti talmente bene della cucina italiana da diventare bravissimi chef; oppure la pizzeria della grande periferia romana, dove vanno a mangiare i giovani, senza sapere che il pizzaiolo è egiziano… La terza puntata sarà dedicata ai luoghi dove si riforniscono le famiglie straniere, dal punto di vista culinario. Nella quarta puntata, infine, si parlerà di contaminazione in cucina, ad alto livello. Andremo nei grandi alberghi per scoprire, magari, piatti italiani integrati con elementi argentini ed altre curiosità".
Dal tuo osservatorio, come sono cambiati i rapporti tra italiani e stranieri in questi ultimi anni?
"Nel ’79, quando sono arrivato in Italia per motivi di studio, eravamo pochissimi, c’era qualche maghrebino, l’immigrazione tradizionale dal Corno d’Africa ancora non c’era. E all’epoca c’era una grande ignoranza, però anche una curiosità benevola e la possibilità di avere rapporti abbastanza buoni. Secondo me, gli italiani pensavano che nel giro di pochi anni si sarebbero liberati del fenomeno, che invece è cresciuto, soprattutto dopo l’89. La svolta c’è stata nel ’91, con gli sbarchi degli albanesi: per la prima volta gli italiani hanno percepito l’immigrato come minaccia. Nel frattempo il fenomeno ha assunto connotati di stabilità, modificando volto e conformazione sociologica, nelle scuole, con i matrimoni misti ecc. La presenza degli immigrati viene accettata per il lavoro nei campi e in casa, però percepita come pericolo. C’è una situazione schizofrenica in Italia. In alcune zone stiamo già arrivando alla terza generazione, giovani che gli italiani si ostinano a chiamare stranieri, ma che ormai non hanno più niente a che fare con la patria di origine e ai quali non si può dire: farai i lavori che gli italiani non vogliono fare più…".
"Ho la sensazione - conclude Jean Leonard Touadi - che l’integrazione è un processo già in atto, contro il quale dire no è come dire no ai globuli bianchi e sì ai globuli rossi, o viceversa. Ci vogliono tutti e due, altrimenti si muore. E’ un dato di fatto, nessuno di noi l’ha voluto, nessuno sa i connotati che prenderà la società multiculturale, noi però possiamo documentare quello che sta accadendo".
(31 ottobre 2001)
Giovanni Senatore