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Nella puntata del 9 maggio di "Cominciamo bene" in onda su Raitre si è affrontata una tematica di grande importanza per gli stranieri. IL tema della puntata è stato infatti: Abbiamo bisogno degli extracomunitari? Ospite della puntata è stato Gianluca Luciano, amministratore delegato di Stranieri in Italia, che ha risposta ad una serie di domande sull'argomento.

QUAL E' LA SITUAZIONE DEGLI EXTRACOMUNITARI IN ITALIA?
Secondo l'Istat i cittadini stranieri che risultano essere titolari di permesso di soggiorno al 31 dicembre 2001 sono 1.464.000 con un aumento del 15,3% (+170.035) rispetto allo scorso anno. A questi devono aggiungersi più di 200.000 minori che non sono titolari di permesso di soggiorno a titolo personale ma che risultano da quello dei propri genitori e circa 100.000 permessi nuovi o rinnovati che di regola vengono registrati con un certo ritardo. Non è sbagliato, quindi, stimare la presenza regolare effettiva pari a 1.764.000 persone.
A cui vanno aggiunti i clandestini stimati (caritas/Ministero dell'Interno), con moltissima prudenza, in 300.000. Il totale fa 2.064.000 quasi il 4% della popolazione italiana più del 6% della popolazione attiva (fra i 15 e i 64 anni). Ma in verità la clandestinità è largamente sottostimata e un numero realistico non può essere inferiore alle 5/600.000 unità. Il PIL prodotto dai lavoratori extracomunitari, secondo una ricerca del 2000, è pari a 70.000 miliardi di vecchie lire.

QUALI SONO I SETTORI DOVE SI HA PIU' BISOGNO DI LORO… E PERCHE'?
La ripartizione dei 534.000 lavoratori stranieri dipendenti, regolarmente dichiarati, per settori può essere così stimata: 5% agricoltura (quasi in nove casi su dieci a tempo determinato), 32% industria, 63% servizi in particolare per alberghi e ristoranti (13.781) e per i servizi operativi alle imprese (18.547). Il livello di sindacalizzazione è notevole (223.000 persone). I lavoratori stranieri sono impiegati per metà nelle micro e piccole imprese e per il restante 50% vengono impiegati nella media(15%) e grande (35%) impresa.

Secondo una ricerca dell'Union camere che prendere in considerazione 15 mesi a cavallo fra il 2001 ed il 2002, il 20% delle domande di lavoro delle imprese italiane è rivolto ad extracomunitari. Questi dati confermano che i lavoratori extracomunitari si inseriscono in realtà "snobbate" dagli italiani: le domande di personale non qualificato sono rivolte agli stranieri nel 37,2% dei casi. Molto alte le percentuali tra gli addetti all'assistenza sanitaria e domiciliare (38,8% del totale), tra i camerieri e gli operatori di mensa (31,2%) e tra i cuochi (35,2%).
Significativa anche la percentuale delle richieste per le imprese di pulizia, che ricorrono alla manodopera straniera nel 41,3% dei casi. Di gran lunga inferiore il numero di stranieri richiesti per le professioni intellettuali, scientifiche e di elevata specializzazione (10,7% delle assunzioni 2001 per 4.392 persone), mentre tra i dirigenti e direttori, gli immigrati sono solo il 5% (251).
E' evidente che i cittadini italiani non vogliono fare più i mestieri cosiddetti non qualificati.

COME E QUANDO QUESTA RISORSA, INVECE , DIVENTA " IL PROBLEMA" DA RISOLVERE"?
L'immigrazione diventa un problema da risolvere quando invece di essere "governata" finisce per "governare".
Questo a partire dall'ingresso dei lavoratori stranieri che dovrebbero essere già formati e selezionati all'estero in base ai profili professionali richiesti dal nostro mercato del lavoro e ad una effettiva conoscenza della lingua italiana e sempre a condizione che abbiano un datore di lavoro disposto a fargli un contratto, un luogo in cui dormire quando non lavorano e l'assistenza sanitaria.

Il non governo dell'immigrazione continua anche dopo l'ingresso quando non ci si pone il problema di cosa fanno i cittadini stranieri terminato il loro orario di lavoro. Dove vanno a dormire, dove vanno a mangiare, a pregare, a divertirsi, a curarsi quando sono ammalati. Non si può considerare degli esseri umani come forza lavoro punto e basta. In questo i datori di lavoro e lo Stato si rimpallano le responsabilità.

E intanto nelle cinte urbane delle metropoli e in tantissime piccole città italiane (da quelle in cui si concentra l'attività industriale a quelle in cui si svolge l'attività agricola), la vita dell'intera comunità si fa sempre più difficile. Nascono tensioni e sempre più spesso esplodono conflitti e crisi che poche comunità sono in grado di fronteggiare se abbandonate a loro stesse senza adeguati inteventi economini, sociali e culturali. Inteventi che possono raggiungere un'autentica incisività soltanto se nascono da una iniziativa seria, e accuratamente pianificata delle imprese e dello Stato.

NON C'E' PERICOLO CHE CON IL TEMPO MOLTI ALTRI SETTORI POSSANO DIVENIRE AD ESCLUSIVO APPANNAGGIO DEI LAVORATORI EXTRACOMUNITARI, A SCAPITO DELLA NOSTRA OCCUPAZIONE?
Questo pericolo a mio avviso non esiste. Potrebbe presentarsi se si invertisse la tendenza degli italiani a non fare figli.

In sostanza in questa nazione ci sono molti più posti di lavoro che italiani disposti a ricoprirli. E' per questo che ci rivolgiano all'estero per trovare lavoratori. Il fenomeno non riguarda soltanto l'Italia ma tutte le nazioni più industrializzate e ricche. E non riguarda soltanto i lavori meno qualificati ma anche quelli alla cui base vi sono anni ed anni di studio (basti pensare agli USA dove ormai ci si rivolge ai lavoratori stranieri anche per ricoprire i posti da insegnante nelle scuole pubbliche).

La risposta che stiamo dando all'invechiamento della nostra società è proprio l'immigrazione. Questo sempre che si vogliano mantenere gli attuali livelli di crescita e di ricchezza.
E' per questo che abbiamo bisogno dei cittadini stranieri extracomunitari.

C'E' UNA DISTRIBUZIONE UNIFORME , DELLA LORO PRESENZA NEL NOSTRO TERRITORIO ? La distribuzione non è uniforme, ma segue la maggiore o minore offerta di lavoro. Infatti il 53% dei cittadini stranieri in Italia risiede al Nord, il 30% al centro, l' 11 al sud ed il 6 nelle isole. Le regioni più affollate sono la lombardia ed il lazio (il 18% del totale degli immigrati vivono nel Lazio con un rapporto superiore al 5% sulla popolazione residente) che insieme raccolgono quasi la metà dei cittadini stranieri residenti in Italia.
Roma e Milano sono di poli dei attrazione fortissimi per l'immigrazione e nel caso di Roma anche luoghi in cui i cittadini stranieri iniziano un vero e proprio radicamento (il 36% vi risiede da più di 5 anni). I dati relativi al sud sono però falsati perchè esiste una maggiore difficoltà a regolarizzare i lavoratori stranieri visto che negli annuali decreti flussi il sud viene, erronemente, quasi sempre cancellato stante il suo livello di disoccupati di nazionalità italiana.

QUALI SONO LE PROBLEMATICHE PIU' URGENTI DA RISOLVERE?
La problematica più urgente è quella di evitare che i costi di una manodopera necessaria al sistema produttivo vengano scaricati completamente su comunità che non hanno gli strumenti nè culturali, nè economici, nè sociali per farvi fronte.
Si fa presto a far nascere "mostri" come quelli di questi giorni in Francia (ma in ogni nazione europea ci sono questi mostri) se abbandoni nelle abbandonate periferie delle nazioni europee cittadini stranieri che non hanno nulla da perdere e che si trovano di fronte a cittadini europei che hanno poco più di loro da perdere e magari un'identità da guadagnare prorpio nello scontro con lo straniero "diverso".

COSA SI E' FATTO , FINO AD OGGI ?
Fino ad oggi si è di sicuro lavorato.
Tuttavia lo si è fatto più nel senso di creare in continuazione nuove norme. Anche se poi l'impianto di fondo della normativa sull'immigrazione, lo sarà anche dopo l'attesa riforma, resta sempre quello della legge Martelli datata ormai 1990.

COSA INVECE SI DOVREBBE FARE?
Ora bisognerebbe passare ad adeguare l'apparato amministrativo che si occupa dei vari aspetti dell'immigrazione. Maggiore personale per i controlli alle frontiere. Uffici centrali che riassumono le competenze dei vari Ministeri sul modello americano degli uffici sull'immigrazione.
Questo per evitare: 1) che gli immigrati siano trattati come cittadini di serie c; 2) di scaricare tutto il peso sulle questure che non sono adeguatamente attrezzate; 3) di fare aspettare un datore di lavoro per 5/6 mesi l'arrivo di un lavoratore assunto dall'estero.

Impegnare le aziende insieme agli enti locali affinchè creino alloggi, mense, luoghi di culto e di svago per i lavoratori stranieri.

Ed infine bisogna dare a chi viene in Italia a lavorare per l'impresa Italia la possibilità di integrarsi nel rispetto della propria cultura (nei limiti di ciò che è considerarto legale nel nostro Paese) fino a diventare un cittadino Italiano (una nuova legge sulla cittadinanza, evitare di rendere precari i lavoratori stranieri).

Tenendo sempre presente che i lavoratori stranieri non sono macchine che si "spengono" dopo l'orario di lavoro ma uomini e donne che vogliono vivere a pieno la propria esistenza e che il più delle volte si legano alla nostra Italia fino a sceglierla come il proprio Paese.
A queste persone bisogna offrire il modo di vivere un vita quotidiana in cui tutti i diritti fondamentali della persona umana siano autenticamente ed effettivamente garantiti.

(9 maggio 2002)