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Il ministro del Welfare, Maroni, non esclude che gli immigrati possano diventare cittadini italiani, ma solo se inseriti nelle strutture produttive
Il lavoro come unico percorso di integrazione in Italia, senza altre scorciatoie. Non rifiuta l'idea di una società multietnica il ministro del Welfare Roberto Maroni, né esclude che gli extracomunitari, dopo avere ottenuto la carta di soggiorno, possano chiedere e ottenere la cittadinanza italiana. Ma a condizione che chi viene in Italia cerchi di integrarsi attraverso il lavoro.
Agli imprenditori Maroni lancia, ora, un "ramoscello d'ulivo": una proposta che vede impegnato il Governo a superare il decreto annuale sui flussi con una programmazione come quella già prevista per gli stagionali. Ma sulla regolarizzazione Maroni è tassativo: questa, dice, sarà l'ultima occasione per mettersi in linea con le norme della Bossi-Fini. Quanto alle domande finora presentate, non c'è stato l'assalto che si temeva, dice il ministro, anche perché si è riusciti ad evitare un'azione che avrebbe portato all'emersione di migliaia di "sans papiers" italiani. Sulla possibile mediazione con i centristi del Polo per regolarizzare gli espulsi, il ministro è convinto che, nelle prossime ore, un accordo equilibrato sarà raggiunto.
Maroni afferma che con la nuova legge, dopo sei anni, l'immigrato regolare possa ottenere la carta di soggiorno. Nulla vieta che, a quel punto, un cittadino exatracomunitario che si è integrato nella società italiana possa chiedere la cittadinanza italiana. Questo è il percorso, tutto il resto sono scorciatoie. Scorciatoie di chi chiede da una parte manodopera a basso costo senza regole e scorciatoie di chi dice: "Facciamoli venire e forziamo il processi di integrazione dando loro il voto amministrativo". Sono scorciatoie che portano ghettizzazione, mentre noi vogliamo garantire percorsi di integrazione fino alla cittadinanza.
(17 settembre)
Il Sole 24ore
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