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ROMA - Quale legge per il diritto d'asilo?
Questo il tema del dibattito organizzato dal Consiglio Italiano per i Rifugiati, da "Opera" e dall'Unione Forense per la Tutela dei Diritti dell'uomo, che si è tenuto ieri a Roma presso la Sala delle Bandiere del Parlamento Europeo.

L'iniziativa ha voluto attirare l'attenzione del mondo politico, degli esperti e dell'opinione pubblica sull'urgenza di una legge organica in materia di diritto d'asilo, stimolando anche una maggiore riflessione prima dell'approvazione della legge "Bossi-Fini" sull'immigrazione, attualmente in discussione alla Camera.

Le tre associazioni organizzatrici del dibattito hanno chiesto che il governo accolga la richiesta di stralcio del titolo dedicato al dritto di asilo nel disegno d legge in discussione, dedicando a questa materia un provvedimento organico, partendo da testi già depositati da maggioranza e opposizione alla Camera e al Senato.

Per i promotori del dibattito il disegno di legge in discussione alla Camera introduce procedure semplificate e accelerate che rischiano di determinare un esame sommario delle domande di asilo.
Non è garantita inoltre la tutela giurisdizionale in caso di decisione negativa, perché si attiva immediatamente il procedimento di espulsione. Si dovrebbe invece introdurre l'effetto sospensivo dei ricorsi e prevedere termini per il ricorso adeguati a tutelare l'interesse di entrambe le parti.
In alternativa allo status di rifugiato i promotori chiedono anche che sia prevista la protezione umanitaria, come in tutti gli altri stati dell'Unione europea
Durante la procedura d'asilo poi, devono essere assicurate ai richiedenti le condizioni minime per una vita dignitosa. A questo proposito, la graduale cessazione del Programma Nazionale Asilo annunciata dal Ministero degli Interni, senza che la nuova legge preveda un sistema nazionale di accoglienza, desta particolari preoccupazioni.

Tra i relatori di ieri c'era anche Claudio Martelli, padre della famosa legge 39 del 1990, un punto di svolta importantissimo per la legislazione italiana in materia di immigrazione.
Attualmente l'on. Martelli è presidente del gruppo Liberal-Democratico del Parlamento europeo, nonché membro della Commissione esteri e Diritti Umani. A lui abbiamo rivolto alcune domande a proposito del disegno di legge Bossi-Fini.

Per quanto riguarda il diritto d'asilo, trova coerente la legge Bossi-Fini rispetto agli impegni presi dal governo italiano in ambito europeo?

No. Il governo italiano ha partecipato alla stesura di proposte di direttive europee sulla materia dell'asilo politico che sono ispirate a criteri diversi rispetto a quelli che ispirano l'attuale disegno di legge e dunque c'è un atteggiamento un po' "schizofrenico".

In cosa divergono le norme previste dalla nuova legge rispetto alle direttive europee?

Il punto cruciale è innanzitutto quello di non considerare la materia del diritto d'asilo nella sua autonomia rispetto alla materia complessiva dell'immigrazione. I richiedenti asilo sono soggetti vulnerabili, che secondo le convenzioni internazionali e la nostra stessa costituzione hanno diritto a una tutela da parte dello stato italiano.
Perchè sono in condizione di rischio, di pericolo, perché sono oggetto d persecuzione nel loro paese.
Se essi vengono trattati come degli immigrati economici clandestini e messi nei centri di permanenza nei quali si rinchiudono i clandestini, li si equipara già ingiustamente a cittadini stranieri che non hanno i loro medesimi dritti.
Se poi le loro richieste d'asilo vengono esaminate da commissioni territoriali che non sono competenti, considerata la loro composizione (un rappresentante di Pubblica sicurezza, uno del prefetto, uno degli enti locali), nessuno ha certezza che queste commissioni abbiano la competenza, la formazione la preparazione per conoscere, come dice la direttiva europea, qual è il contesto da cui provengono per valutare se effettivamente hanno ragione di temere per la loro incolumità, e dunque hanno diritto ad essere protetti in Italia, si compie un altro errore.
Se, nel caso cui la loro richiesta d'asilo venga respinta, si segue una procedura sommaria e urgente di rimpatrio forzato, magari senza esaminare se il paese da cui provengono è un paese in cui vige la tortura, o se rischiano il carcere o la continuazione delle persecuzioni a cui erano precedentemente sottoposti, o addirittura la pena di morte, si compie un'ulteriore lesione nei confronti dei loro diritti.
La richiesta d'asilo deve essere esaminata da commissioni competenti. Nel caso in cui venga respinta, ci deve essere un'istanza d appello, e nelle more del giudizio di un'istanza d'appello, non possono essere equiparati a degli immigrati clandestini.

Come si può distinguere concretamente la condizione dell'immigrato economico da quella del richiedente asilo per evitare strumentalizzazioni?

Innanzitutto occorre da parte nostra la conoscenza se nel paese di provenienza sono rispettati o no i diritti umani, se esistono esperienze in atto di persecuzione per ragioni razziai, politiche, sessuali e se il soggetto in questione fa parte di gruppi perseguitati nei paesi di origine.
Questo ci riporta alla questione della competenza di chi esamina . Le commissioni territoriali sostituiscono la commissione centrale che io avevo creato, e nella quale era rappresentato anche il nostro corpo diplomatico, con rappresentanti del Ministero degli Esteri, più competenti di quanto non possa essere un commissario di pubblica sicurezza in materia internazionale.
È evidente che viene meno un requisito fondamentale reclamato dalla direttiva dell'unione europea da noi sottoscritta: la formazione, la preparazione, la competenza delle commissioni giudicanti.

Rispetto alla media europea, la presenza di rifugiati in Italia è molto bassa. Basti pensare alla Germania, che ha 15 rifugiati ogni mille abitanti, contro lo 0,4 su mille italiano.
Eppure l'Italia, per la sua posizione geografica, dovrebbe richiamare molti richiedenti asilo dal mediterraneo.


L'Italia non è stata in tutti questi anni terra d'asilo. Non ha dunque fama di terra d'accoglienza per i rifugiati politici.
La spiegazione è duplice. Nell'area del mediterraneo le aree di lesioni tragiche dei dritti umani sono più limitate rispetto al passato, e in secondo luogo il nostro paese non esercita questa attrattiva proprio perché non ha ancora una legge organica sul diritto d'asilo a differenza della gran parte degli altri paesi europei.
Si sa dunque che questa richiesta avanzata in Italia è maggiormente esposta al non riconoscimento, e anche in caso di riconoscimento le garanzie di sussidio, di un minimo di tutela sono minori che negli altri paesi europei.
È questo ciò che la comunità europea ci rimprovera, chiedendo norme che abbiano uno standard minimo comune.

Come si può allora operare un'equa distribuzione dei richiedenti asilo tra i paesi dell'Unione europea?

Ci sono ragioni che non possono essere superate che creano questa differenza di attrattiva.
Ad esempio i curdi sono più attratti dalla Germania, perché c'è una comunità curda alla quale più facilmente si possono ricongiungere.
Per raggiungere un obiettivo di armonizzazione ci sono però due vie. La prima è creare uno standard minimo comune, e dunque per questa via scoraggiare il movimento secondario dei richiedenti asilo dall'uno all'altro paese europeo a seconda di dove meglio di sentono accolti o di dove più facilmente la loro richiesta viene accettata.
Il secondo aspetto raccomandato dall'Unione europea è quello di distribuire il costo economico dell'integrazione dei richiedenti asilo su tutti paesi comunitari indipendentemente da quelli che ne ospitano di più.

Al di là delle norme sul diritto d'asilo, cosa ne pensa della nuova legge sull'immigrazione?

Questa legge mi pare largamente carente, totalmente priva della parte dell' integrazione dei nuovi cittadini nella nostra società, cioè di quelle misure di "accompagnamento" culturale, sociale, in termini di diritti, che segnano un percorso di cittadinanza.

Noi abbiamo tutto l'interesse come italiani di avere nel nostro territorio cittadini stranieri che si integrano, e non che restano ai margini come cittadini di serie B, non delle enclave separate ed emarginate nelle quali poi inesorabilmente fermentano i gemi della ribellione e si alimentano i germi dell'insofferenza e dell'intolleranza da parte italiana.

Nella nuova legge sull'immigrazione non sono previsti "percorsi di cittadinanza". Il diventare cittadini deve essere reso possibile indipendentemente da quello che rimane purtroppo il fondamento della nostra legge sulla cittadinanza che è lo ius sanguinis: si è italiani solo se si è figli di italiani.
Chi è nato in Argentina da trisavoli italiani, ma è argentino a tutti gli effetti per cultura civiltà costumi e abitudini conserva paradossalmente il diritto di diventare italiano, mentre chi lavora in Italia da quindici anni non riesce ad ottenere la cittadinanza.

Non crede che collegare indissolubilmente, come fa la nuova legge, il permesso di soggiorno al contratto di lavoro, precarizzi eccessivamente l'immigrato, mettendolo in una condizione di inferiorità rispetto al lavoratore italiano?

Non c'è dubbio. Anche la mia legge era chiarissima sul punto che si può entrare in Italia solo se si dimostra di avere un lavoro e un alloggio. Questo però per l'ingresso, ma bisogna anche valutare la circostanza in cui chi ha lavorato in Italia per cinque, sei anni, come magari capita ad un italiano perde il lavoro.
Che facciamo, lo espelliamo? Questo mi sembra assolutamente inaccettabile.

(13 aprile 2002)

Elvio Pasca