Lavoratori stagionali
Rapporto di Medici Senza Frontiere: paghe da fame e situazioni insostenibili
Alcuni lavoratori sono disposti a lavorare 12-15 ore al giorno per 15 euro
PALERMO - Sotto un albero di carrube, dentro case abbandonate che cadono a pezzi, dormono a terra in campi di patate senza luce e gas. I lavoratori "invisibili", la tribù di fantasmi che lo Stato non vede bivaccano per mesi con l'acqua a due-tre chilometri e le latrine costruite con pezzi di lamiera, per una paga di 20-25 euro al giorno.
Sono le storie degli immigrati che lavorano nei campi, raccolte da Medici senza frontiere in un'indagine che ha coinvolto cinque regioni del Sud Italia, Sicilia, Campania, Basilicata, Puglia e Calabria.
Nascosti dal muro dell'ipocrisia, migliaia di manovali stagionali raggiungono il Sud d'Italia in cerca di un sogno che non si avvera mai. "Sono venuto in Europa - racconta un immigrato del Sudan che lavora come bracciante - perché volevo una democrazia, una vita. Non questo".
Arrivano in Italia fuggendo da guerre, persecuzioni e miseria per continuare a lottare per la sopravvivenza in un paese straniero che li accoglie solo per sfruttarli. "Abbiamo iniziato a lavorare in Sicilia - spiegano due operatrici di Msf, Alessandra Oglino e Giulia Binazzi - nel gennaio 2003 quando fu firmato un protocollo d'intesa tra la nostra organizzazione umanitaria e l'Asl di Siracusa, per l'apertura di ambulatori dedicati agli stranieri privi del permesso di soggiorno".
Proprio alle porte di Siracusa, nei campi di Cassibile dove un gruppo di lavoratori subsahariani dorme a cielo aperto, comincia il viaggio di Msf in Sicilia che ha raggiunto anche Pachino (Siracusa), Punta Braccetto, Punta Secca e Vittoria in provincia di Ragusa, Alcamo e Campo Reale (Trapani) e Palermo. "E' stato un lavoro duro - racconta Alessandra Oglino - che ci ha portato a contatto con questa gente che vive ai margini, ignorata dalla società, senza conoscere l'italiano".
La maggior parte degli immigrati raggiunge infatti l'Italia solo per alcuni mesi per poi tornare nel proprio paese. La statistica fa però eccezione proprio in Sicilia, dove si registra rispetto ad altre regioni un maggior numero di immigrati che restano per anni e in molti casi decidono di trasferirsi definitivamente. Come Abdelh Amid Alaya, il tunisino vincitore qualche anno fa del "Couscous festival" di San Vito lo Capo (Trapani), che ha aperto un ristorante a Palermo. "Ci sono voluti 17 anni per avviare questa attività - racconta - prima ho fatto di tutto per mantenermi. La mia famiglia vive ancora in Tunisia e io ci torno due volte l'anno".
La maggior parte degli extracomunitari raggiunge la Sicilia soprattutto per lavorare nei campi e la presenza nell'isola di colture sia in serre che in campo aperto favoriscono gli stagionali "tout court", ovvero di quel nutrito gruppo di stranieri che ogni anno trascorre dai 6 ai 9 mesi nella regione".
Il 59% degli stranieri intervistati da Msf (194 in tutto) proviene dal Maghreb, il 33% dai paesi dell'Africa sub sahariana, infine il 7% dall'Europa orientale . I paesi di provenienza sono soprattutto il Marocco, seguito dal Sudan, Tunisia, Algeria, Albania e Romania. Nel rapporto stilato da Msf c'é anche qualche buona notizia: la Sicilia è la regione in cui è presente il maggior numero di manovali con contratto di lavoro (intorno al 15%). Si tratta di persone che hanno fidelizzato il rapporto di lavoro nel corso degli anni fino a regolarizzare la propria posizione. Purtroppo non è così per tutti e M., tunisino di 58 anni, da 13 trascorre nove mesi l'anno nell'isola. "Sono arrivato in Campania nel 1992, ma mi sono subito trasferito in Sicilia - racconta - Mi sono specializzato nella coltura della melanzana e sono diventato 'caporale'. Questo significa che il padrone ha fiducia in me e mi appalta la recluta degli operai". "In questi 13 anni - continua - mi sono ambientato ma tutti siamo ancora vittime del razzismo.
Un anno fa un ragazzo maghrebino, dopo essere stato rapinato, è stato picchiato a morte e poi abbandonato in una cisterna dove è morto annegato. Il suo corpo è stato ritrovato dopo tre giorni". L'unica strada per difendere i propri diritti è allearsi con la propria comunità come è successo in provincia di Ragusa dove i maghrebini un anno fa avevano creato un 'cartello', rifiutandosi di lavorare per meno di 30 euro al giorno. Un equilibrio durato appena poche settimane, "fino a quando - racconta Oglino - sono arrivati i romeni, disposti a lavorare 12-15 ore al giorno per 15 euro".
(20 maggio 2005)