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La scrittrice
Valeria Mocanaşu, nostalgia d'infanzia
A Torino da 5 anni, esordisce con "Il Sapore della mia terra", dedicato ai suoi anni da bambina in Romania. "E' un atto di amore per il mio passato, ma la mia vita qui è felice. Non tornerei indietro"
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Valeria Mocanaşu
(ASI) - 26 gennaio 2007 - TORINO - "Nel parco Ruffini qui a Torino si organizzano d'estate serate danzanti per tutte le età. Vedo donne anche di 80 anni, abbronzate e un po' scollate, che si muovono disinvolte, come se fossero ancora giovani. Anch'io a quell'età voglio andare a ballare al parco. Nel mio villaggio in Romania le nonne al massimo intrecciano le calze per i nipoti, si vestono di nero e aspettano la morte". Valeria Mocanaşu, 47 anni, originaria di un piccolo paese nella valle del fiume Moldova, vive a Torino dal 2000. Nel capoluogo piemontese ha messo radici. Ha trovato un buon lavoro come colf, ha un marito italiano che adora, si è fatta raggiungere dalle sue due figlie. Non ha rimpianti. Anzi, dopo tanti sacrifici, è serena.

Ora che si è stabilizzata, Valeria ha deciso di tirare il fiato e si è concessa il lusso di prendersi del tempo, sfruttando la sua straordinaria memoria fotografica, per guardare indietro, riannodare antichi fili e ricomporre il quadro dei suoi ricordi. Ne è appena nato un libro, "Il sapore della mia terra", (edizioni Angolo Manzoni). Dentro c'è uno spaccato suggestivo della sua infanzia contadina, una ricostruzione meticolosa di scenari, personaggi, ritmi di vita di un villaggio romeno nel dopoguerra comunista. Il libro è anche un atto di amore per la sua terra. "Mi sono lasciata invadere dalla nostalgia per i luoghi del mio passato, ma soprattutto per la mia infanzia, un'età che sento irrimediabilmente perduta, ma alla quale sono molto legata. Ed è venuto fuori così, di getto, questo libro. In fondo i ricordi della mia infanzia li porterò con me in qualunque posto del mondo. Nei boschi e nei campi del mio villaggio ho pianto, riso, sognato. Fanno parte di me".

Non è stata facile l'infanzia quella di Valeria, con un padre rinomato in tutto il villaggio per il suo carattere scostante e una madre "vittima" del marito. "Ma la mia famiglia - chiarisce la scrittrice - era lo specchio di quel contesto sociale in cui la donna è sottomessa all'uomo, i figli devono obbedire, non c'è spazio per la tenerezza e l'incoraggiamento, e l'unica cosa importante è lavorare. Ecco perché non ce l'ho con i miei genitori. Quelle persone, rotte dalla fatica nei campi, non potevano davvero dare di più. E poi, alla fine, sono stata anche fortunata, perché mio padre non voleva assolutamente che continuassi gli studi, ma proprio in quel periodo è nato il suo quarto figlio, il primo maschio, e per la felicità mi ha dato il permesso di iscrivermi al liceo".

Dopo il diploma superiore Valeria si trasferisce nella città di Roman, sempre nella regione della Moldova romena. "Qui ho lavorato per 21 anni in una fabbrica di trasformatori elettrici. Nel frattempo, dopo 11 anni di matrimonio con un marito romeno alcolizzato, avevo chiesto il divorzio. Ero sola (con le mie due figlie) da 9 anni, stanca di una vita ripetitiva in cui non succedeva nulla. E così ho preso coraggio e ho deciso di partire".

L'Italia è la meta di tanti connazionali. Torino è la città della famosa Juventus. E poi è al Nord che si può guadagnare di più. Gli inizi, però, come sempre, sono in salita. "Sono una persona ingenua - continua - appena arrivata credevo di trovare lavoro in 3 giorni. E invece ci sono voluti 3 mesi. Idealizzavo l'Italia e gli italiani. Immaginavo che tutti gli uomini fossero dei cantanti e dei grandi "romanticoni", e invece ho dovuto fare i conti anche con pregiudizi e ignoranza di chi mi chiedeva persino se in Romania esistono le forchette per mangiare".

Valeria, però, si sente una persona fortunata. E' felice di poter respirare un'aria di libertà impensabile a casa. "Nel mio villaggio il comunismo è finito diciassette anni fa, ma non è cambiato nulla. La mentalità è rimasta la stessa. Non si comunica. Ci si incontra solo per lamentarsi della salute e di tutto quello che non va, ma non si cercano le soluzioni. La mentalità delle persone è chiusa, non disponibile ai cambiamenti. Qui a Torino c'è un'atmosfera diversa. Tutto è più vitale".

E così la vita di Valeria Mocanaşu si gioca sul filo di questo apparente paradosso. Da un lato il bisogno di uscire da una gabbia che le stava stretta, dall'altra un tenace legame con un luoghi, campi, sentieri antichi, sentiti comunque come "casa".

(26 gennaio 2007)

Andrea Gagliardi