BOLOGNA - Rischia di dover chiudere i battenti l’Osservatorio sull’immigrazione della Provincia di Bologna, tra i più antichi d’Italia - esiste dal 1994 - di sicuro il primo ad essere realizzato all’interno della struttura di un ente locale, con tanto di finanziamenti e un ufficio stabile, aperto due volte alla settimana: il lunedì e il giovedì pomeriggio dalle 15 alle 18. Una rarità, viste le innumerevoli iniziative messe in campo agli inizi degli Anni ‘90, nate come ricerche e terminate con la presentazione dei dati raccolti.
Il pericolo potrebbe arrivare dal nuovo testo di legge in discussione al Senato. La precedente normativa sull’immigrazione aveva previsto finanziamenti per progetti di integrazione. E ora non è sicuro che questi verranno confermati.
"Staremo a vedere - dice Maria Adriana Bernardotti, origini argentine, coordinatrice dell’Osservatorio sull’immigrazione, nato 7 anni fa per iniziativa del prof. Vittorio Capecchio dell’Università di Bologna - ci sono segnali allarmanti rispetto al modo in cui viene considerato il problema dell’immigrazione. La stessa idea dei contratti di soggiorno, di legare al solo lavoro la possibilità di restare in Italia, risponde ad un modello già visto in Germania negli Anni ’60, criticato da tanti e ormai considerato fuori tempo in Europa. Per cercare esempi simili - aggiunge - dobbiamo andare nei Paesi del Golfo, dove lo straniero è considerato solo come manodopera e non come parte della società civile. Tutti i progetti legati all’immigrazione perderanno peso".
L’Osservatorio, che ospita tra l’altro una biblioteca con 150 tesi universitarie sull’immigrazione e l’anno prossimo dovrebbe beneficiare dei finanziamenti del terzo triennio previsto dalla legge precedente, ha realizzato per anni anche una rivista, "Società Multietnica", un’esperienza che però si è conclusa perché è scaduta la concessione.
"Ora abbiamo una newsletter, che però è qualcosa di più di una normale newsletter - spiega Maria Adriana Bernardotti - trattiamo vari argomenti, soprattutto la scuola, l’integrazione sul territorio, i dati sulle presenze, i ricongiungimenti, le politiche di intervento da parte dei 60 comuni della Provincia di Bologna".
Una caratteristica dell’immigrazione nel territorio del capoluogo felsineo, infatti, a differenza di altre realtà metropolitane, è che il fenomeno è diffuso anche nei piccoli comuni dell’hinterland, fino alle pendici dell’Appennino.
I dati più recenti, riferiti al 2000, indicano una presenza di 32.630 residenti stranieri nella Provincia di Bologna, oltre un quarto (25.9%) della popolazione di immigrati che vive in Emilia Romagna (110.168). "L’immigrazione nel nostro territorio è fortemente occupata - dice Maria Adriana Bernardotti, fin dall’inizio tra i collaboratori dell’Osservatorio - con una forte presenza nell’industria metalmeccanica, chimica e del legno. Il problema più grave è l’affitto, molto caro a Bologna, ma non solo: è un mercato con molta concorrenza da parte degli studenti".
La comunità di immigrati più numerosa è quella dei marocchini (7.638), seguiti da albanesi (2300) e filippini (2300), poi i tunisini (2200), cinesi e pachistani (1500), ex jugoslavi (1300). "Ma negli ultimi anni a Bologna sono arrivati molti dal Bangladesh e dallo Sri Lanka - spiega Bernardotti - svolgono attività soprattutto nei servizi (ristoranti, agenzie di pulizie), presenze che si aggiungono a già forti nuclei di filippini e di cinesi. Anche la comunità albanese è numerosa, molti lavorano nelle industrie. Ci sono poi tanti ex jugoslavi: nel ’92 Bologna ha accolto molti profughi".
Una presenza quella degli immigrati i cui riflessi si manifestano anche nella popolazione scolastica. Nel 2000 c’erano 900 bimbi, figli di immigrati, nelle scuole materne di Bologna, 1500 nelle elementari, 850 nelle medie e 350 negli istituti superiori.
"Il problema abitativo resta il nodo centrale - dice la coordinatrice dell’Osservatorio sull’immigrazione di Bologna - ma emergono anche nuove esigenze legate alle nuove immigrazioni, sempre meno di passaggio. E con le seconde generazioni ci sono nuove richieste di integrazione. La sfida è più evidente nelle scuole medie e alle superiori, in cui i ragazzi adolescenti sentono molto il problema della convivenza. E’ comunque forte la richiesta di diritti da parte dei giovani immigrati - conclude Maria Adriana Bernardotti - diritti politici compresi. Basti pensare che i figli di immigrati in Italia sono stranieri fino a 18 anni e questo non crea una situazione facile per le nuove generazioni".
(14 dicembre 2001)
Giovanni Senatore