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Rapporto Ue.
Lavoro e natalità:
l'immigrazione
non è la "panacea"
ROMA - L'immigrazione da sola non potrà controbilanciare gli effetti dell'invecchiamento della popolazione in Europa e non potrà risolvere i problemi del mercato del lavoro dell'Unione. Sono alcune delle indicazioni che emergono dal "Rapporto sulla situazione sociale 2002", reso noto di recente dalla Commissione europea. L'indagine, pubblicata per intera a fine luglio e consultabile tramite Eurostat analizza alcuni parametri di fondo, in particolare, quello della mobilità degli immigrati attraverso i territori degli stati europei.
Gli extracomunitari, si scopre, non hanno diritto alla libera circolazione nell'Unione. Ma anche l'istruzione, il lavoro, l'alloggio sono considerati problemi urgenti.
"Gestire il flusso di immigranti da paesi terzi rappresenta una sfida sempre più importante per le politiche sociali e dell'occupazione degli Stati membri e dell'Unione nel suo complesso - spiega il Rapporto - sebbene l'Europa abbia accolto afflussi di persone altamente qualificate in risposta a specifiche carenze dell'offerta di lavoro, giovani poco qualificati rappresentano la proporzione più elevata degli immigranti". Invecchiamento e riduzione della forza lavoro offrono una chiave di lettura anche sotto il profilo demografico: "se le componenti interne della crescita demografica stanno esaurendo il loro potenziale, la migrazione internazionale ha acquisito rapidamente importanza quale fattore di crescita della popolazione (negli ultimi cinque anni, essa ha rappre-sentato il 70% dell'aumento della popolazione dell'Unione). Nel contempo, l'ampiezza delle famiglie si sta riducendo…".
"La maggior parte dei ricercatori - si legge poi nel Rapporto - concorda nell'affermare che l'afflusso di immigranti sarà un fenomeno alquanto fluttuante ma duraturo, che merita una crescente attenzione da parte dei responsabili politici. La partecipazione alla vita economica e sociale costituisce il mezzo principale per integrare i gruppi di migranti e le loro famiglie. E, in tale contesto, è particolarmente importante la lotta alla discriminazione".
Il mercato del lavoro è un altro settore sul quale il Rapporto della Commissione europea punta il microscopio. "Per alcuni gruppi di migranti - affermano i ricercatori - i tassi di occupazione sono nettamente inferiori a quelli europei e di altre etnie, soprattutto per le donne provenienti dal Nord Africa e dalla Turchia. Nella classe di età 15-24 anni, il tasso di disoccupazione medio è del 16% per i cittadini comunitari, del 15% per i cittadini turchi, del 14% per i cittadini degli altri 12 paesi candidati e del 21% per i cittadini di altri paesi. L'immigrazione - aggiungono - viene spesso considerata come un fattore in grado di aumentare la flessibilità del mercato del lavoro. Tuttavia, esiste anche il rischio di un aumento della segregazione del mercato del lavoro con una sovrarappresentanza di cittadini di paesi terzi nelle occupazioni peggio retribuite. La grande maggioranza dei cittadini di paesi terzi occupati svolge impieghi che si situano nel segmento del mercato del lavoro contraddistinto da scarse competenze/bassa retribuzione".
Tuttavia "l'immigrazione mette anche in contatto diverse realtà culturali, creando in tal modo nuove opportunità di condivisione di conoscenze e di reciproco arricchimento tra differenti culture".
Una curiosità che emerge dal Rapporto, riferita agli europei, riguarda invece il rapporto con la lingua.
Secondo la ricerca "la lingua continua a rappresentare uno degli ostacoli più importanti alla mobilità verso un altro paese. Il 47% degli europei afferma di conoscere solo la propria lingua madre, mentre, da un recente sondaggio Eurobarometro, è emerso come solo il 29% dei cittadini europei sia disposto a vivere in un altro paese comunitario in cui la lingua sia diversa dalla propria".
E non sono rosee le prospettive sul fronte della natalità: secondo le previsioni Eurostat, infatti, la classe dei più giovani (15 -19 anni), sarebbe destinata ad un'ulteriore riduzione fino a raggiungere quota 17,8% entro il 2010.
Sull'altro versante, se nel 1998 gli immigrati in Europa erano 13 milioni, pari al 3,5% della popolazione dell'Unione, con un aumento del 50% rispetto al 1985, la prospettiva di un allargamento "potrebbe contribuire ad una maggiore mobilità transfrontaliera". "E' utile rilevare - spiega il Rapporto - come i precedenti ampliamenti a Grecia, Spagna e Portogallo non abbiano comportato aumenti dei flussi migratori da tali paesi verso gli altri Stati membri".
"La politica comunitaria per lo sviluppo intende contribuire, a lungo termine, alla normalizzazione dei flussi migratori - concludono i ricercatori dell'Ue - favorendo uno sviluppo economico, sociale ed ambientale sostenibile e combattendo povertà e disuguaglianza nelle regioni di provenienza dei migranti. Ma i vari aspetti della migrazione vanno anche presi in considerazione nello sviluppo delle relazioni esterne e della politica commerciale dell'Unione, nel quadro di un dialogo rafforzato con i paesi di origine".
(7 agosto 2002)
Giovanni Senatore
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