La ricerca
Censis: nel nord-est immigrati più ottimisti
Il 55% di chi vive nel nordest ha un conto corrente bancario, il 51% un bancomat e solo il 19% non usa strumenti finanziari
BOLOGNA - Il futuro in Italia lo immaginano più ricco, stabile, e magari con un'attività propria ben avviata, nonostante per ora il reddito sia ancora basso.
Gli immigrati che vivono nel nord est (Emilia-Romagna e Triveneto) sono più ottimisti verso il futuro non solo rispetto agli italiani ma anche ai loro connazionali residenti in altre regioni (74% contro la media nazionale del 69%).
A rivelarlo è un'indagine realizzata dalla società di consulenze strategiche E-st@t del gruppo Delta, holding bolognese sostenuta dalla Cassa di Risparmio della repubblica di San Marino, insieme col Censis su stili di vita e accesso al credito degli immigrati. Prima ricerca nazionale sull'argomento illustrata a Roma nel marzo scorso, mentre ieri a palazzo Re Enzo a Bologna è stato presentato il focus sul nordest.
Dallo studio condotto nell'autunno scorso con interviste fatte personalmente agli stranieri, emerge che nonostante il minore potere d'acquisto di coloro che vivono in Emilia-Romagna e Triveneto per via di un reddito più basso (in media tra i 600 e i 1000 euro al mese), il 74% di loro pensa di migliorare in futuro il proprio stile di vita e il 65% di aumentare i consumi contro il 61% nelle altre regioni. In linea con il resto della popolazione straniera, negli acquisti di generi alimentari e vestiti preferiscono il prezzo alla qualità (il 60% fa la spesa nei discount e il 53% nei mercati rionali), ma consumano gran parte dello stipendio in vitto e alloggio, a discapito delle rimesse (53,4% manda denaro a casa contro il 67% del campione totale).
Altra differenza è lo stato di bancarizzazione: il 55% di chi vive nel nordest ha un conto corrente bancario, il 51% un bancomat e solo il 19% non usa strumenti finanziari, valore che a livello nazionale sale al 33%.
"Questo è il segno di un maggior interesse all'integrazione sociale - ha commentato Roberta Gallato, amministratore delegato E-st@t-gruppo Delta - e alla stabilità, come dimostrano le richieste di mutuo fatte per l'acquisto di una casa in Italia, e non nel Paese di origine. Decisive in questo senso soprattutto le donne e le seconde generazioni che ormai si sentono più vicini allo stile di vita italiano".
In particolare alla domanda: se avessi più denaro che cosa faresti, il 30,4% degli stranieri del nordest ha risposto che avvierebbe un'attività in Italia. Per Giuseppe De Rita, segretario generale del Censis e relatore a palazzo Re Renzo, non è un caso: "In primo luogo nelle piccole e medie città come quelle di Emilia e Veneto i meccanismi di identificazione sono maggiori che altrove - ha spiegato - Inoltre il fatto che qui ci sia un'esperienza di piccole imprese rappresenta un modello per loro specie se hanno un livello di istruzione elevata come è nella maggioranza dei casi. Insomma hanno una voglia di imprenditorialità che gli italiani non hanno più o l'hanno delegata".
L'indagine ha quindi delineato due anime negli immigrati del nordest: i cosiddetti "proattivi" ossia giovani con un alto livello di istruzione e un'attività artigianale che non aspettano l'occasione ma la creano, e gli "adattivi", per lo più famiglie che sfruttano occasioni e servizi per modificare il proprio stile di vita in vista dell'integrazione sociale seguendo la stessa dinamica degli italiani nell'accesso ai consumi.
Tra i relatori anche il vicepresidente della Regione Emilia-Romagna, Flavio Del Bono che ha ricordato come nel 2005 gli immigrati residenti in regione rappresentavano il 6,3% rispetto al totale della popolazione, di cui il 20% con meno di 14 anni e il 75% non superiore a 40. Inoltre a oggi le imprese individuali intestate a immigrati sono 17mila mentre nella scuola primaria i bambini stranieri sono oltre il 10% sul totale. Più centrato sulla domanda di credito l'intervento del professore Stefano Zamagni, docente di Economia politica all'ateneo bolognese: "Gli istituti finanziari devono capire che oggi gli immigrati non sono come i nostri nonni che appartenevano al ceto basso - ha detto - Molti hanno un titolo di studio, voglia di affermarsi ma hanno bisogno di vedere gestito il proprio risparmio. L'esclusione finanziaria è una delle cause dell'esclusione sociale".
(21 giugno 2006)