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ROMA - L'immigrato come "mediatore per lo sviluppo" che, grazie ai risparmi che invia a casa, contribuisce in maniera rilevante alla crescita l'economica del proprio paese d'origine.
È questa la figura dell'extracomunitario che emerge dalla ricerca "Il risparmio degli immigrati e i paesi di origine: il caso italiano", curata dall'equipe del dossier statistico Immigrazione della Caritas e presentata ieri a Roma.
La presentazione della ricerca è stata l'occasione per un dibattito sulle virtualità economiche del sistema migratorio.
Nello scorso decennio, il trasferimento di rimesse a livello mondiale è arrivato quasi a 500 miliardi di dollari, più di 100 mila miliardi di lire, una somma che quasi compete con il valore monetario del commercio del petrolio.
Anche in Italia le rimesse inviate dagli immigrati assumono una dimensione sempre più rilevante.
Nel 2000 gli immigrati hanno inviato dal nostro Paese all'estero 588 milioni di euro. Questo però è solo il denaro trasferito attraverso il circuito "ufficiale" di trasferimento (banche, Poste etc.). Se a questo si sommano i soldi inviati attraverso parenti, amici, o "accordi di compensazione", la cifra addirittura raddoppia.
I canali ufficiali sono scelti, ad esempio, dai marocchini, mentre senegalesi e albanesi preferiscono affidare i propri risparmi ad amici e parenti.
Il 20% degli intervistati a Roma, provenienti da aree non lontane (Nord Africa, Balcani, Est Europeo), ha dichiarato di trasferire i risparmi personalmente.
La medaglia di migliori risparmiatori va ai Filippini, che secondo un'indagine condotta a Livorno, fanno rimesse per 8,5 milioni di lire l'anno. A Roma, dai risultati di un altro studio, sembra che albanesi e polacchi mandino nei loro paesi circa 5 milioni l'anno.
Circa un decimo degli intervistati afferma di spedire a casa metà dei risparmi, ma ci sono comunque da fare delle distinzioni in base alla situazione familiare dell'immigrato. I migliori risparmiatori sono i coniugati con il consorte all'estero, naturalmente chi ha il consorte in Italia spedisce meno soldi, così come chi è più avanti con l'età.
Le differenze di reddito tra aree di esodo e aree di immigrazione sono così significative che l'immigrato, grazie alle rimesse, diventa per il suo paese una risorsa economica di fondamentale importanza.
L'invio di rimesse si delinea allora sempre di più come una vera e propria "strategia comunitaria" a favore dei paesi in via di sviluppo.
Tutto ciò in un contesto mondiale con politiche migratorie sempre più restrittive e che vede spesso ridimensionati gli interventi di solidarietà economica internazionale.
"Le rimesse degli immigrati - ha sottolineato Claudio Le Noci, direttore dell'ufficio di Roma dell'International Labour Organization (che ha patrocinato l'indagine)- rappresentano per molti paesi un flusso superiore ai doni dei paesi industrializzati nelle politiche di sviluppo"
Mons. Guerino Di Tora, direttore della Caritas Diocesana di Roma, spera che i risultati di questa indagine portino a un cambiamento di immagine degli immigrati, che finalmente potranno essere "inquadrati in positivo", come soggetti economici attivi.
"Le rimesse inviate dagli immigrati in Italia - dice Di Tora -costituiscono ormai uno spazio economico transnazionale in grado di unire migrazioni e sviluppo: è importante sottolinearlo come aspetto positivo in questo periodo di globalizzazione non sempre convincente. L'espressione "mediatori per lo sviluppo" pare quanto mai appropriata per descrivere la funzione nevralgica che spetta agli immigrati nel mondo di oggi".
Il prelato si è soffermato anche sul disegno di legge per l'immigrazione presentato dal governo, criticando il collegamento eccessivamente strutturale tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro, che mette l'extracomunitario in una condizione di eccessiva vulnerabilità rispetto al proprio datore di lavoro.
La Caritas critica inoltre la restrizioni per i ricongiungimenti familiari, l'abolizione della figura dello "sponsor" e la normativa troppo dura in tema di espulsioni. Senza contare le nuove norme sul diritto d'asilo, che vanno contro le direttive europee.
Se, come sembra, le rimesse degli immigrati in Italia sono destinate ad aumentare, un ruolo decisivo lo giocheranno le banche.
Su questo tema è intervenuto Roberto Formentin, responsabile della divisione internazionale della Banca Antonveneta (che ha contribuito alla realizzazione della ricerca). La banca, grazie alle rimesse, può diventare un luogo di integrazione, a patto che si eviti il fenomeno di "emarginazione finanziaria" che la difficoltà di accesso degli immigrati ai servizi bancari può creare.
Un maggiore dialogo tra sistema bancario ed extracomunitari, potrà portare alla creazione di un rapporto di fiducia, che si concretizzerà anche nella concessione di prestiti agli extracomunitari, permettendo loro di avviare attività imprenditoriali in Italia o nei loro paesi di origine.
Non bisogna credere, infine, che gli immigrati siano una ricchezza solo per i loro paesi d'origine. In tal senso, i dati presentati da Massimo Saraz, dell'INPS, sono illuminanti.
Se nel 1999 sono usciti dalle casse dell'INPS meno di 200 miliardi a favore di lavoratori immigrati (per pensioni di anzianità e invalidità, cassa integrazione etc.), nello stesso anno, i contributi versati da lavoratori extracomunitari e dai loro datori di lavoro ammontava addirittura a 2650 miliardi. Gli immigrati nel nostro paese sono per lo più giovani, il che vuol dire che i loro contributi sono utili a pagare le pensioni di tanti italiani e possono giocare un ruolo importante nel risanamento del nostro sistema di previdenza sociale.
(15 febbraio 2002)
Elvio Pasca
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