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Lavoro e integrazione. Ne parliamo con l'on. Maurizio Sacconi, sottosegretario al Lavoro e alle Politiche sociali.
Roma - Il lavoro regolare come passaporto per l'integrazione.
Questa la "ricetta" dell'on. Maurizio Sacconi, sottosegretario al Lavoro e alle Politiche Sociali, che abbiamo intervistato a margine del suo intervento alla conferenza: "L'immagine degli immigrati in Italia, tra media, società civile e mondo del lavoro".
On. Sacconi, la piaga del lavoro nero è diffusissima in Italia. C'è una correlazione diretta con la consistenza dei flussi migratori verso il nostro paese?
È una correlazione relativa, ma certamente l'abnorme dimensione di economia sommersa dell'Italia ha attratto flussi in quantità ma soprattutto in qualità tali da mettere a repentaglio l'obiettivo di una buona integrazione.
In che senso qualità?
Nel senso che si tratta di flussi destinati ad una quota di economia che resiste alla modernizzazione, che oggettivamente finiscono con l'incoraggiare le arretratezze del nostro sistema produttivo. E dall'altro lato sono persone condannate ad una emarginazione sociale, perché il lavoro nero si identifica con una certa emarginazione, con la povertà o l'assenza totale dei diritti.
Certamente nel lavoro nero la persona non può trovare ragioni di sviluppo e di arricchimento formativo.
Crede che questa regolarizzazione abbia contrastato efficacemente il sommerso?
La regolarizzazione aveva lo scopo di cercare di ridurre l'area del sommerso e della clandestinità.
Era facile prevedere che la regolarizzazione avrebbe funzionato meglio al nord che al sud, perché in certa parte del nostro paese la sommersione della condizione di queste persone non è legata al titolo in base al quale sono in Italia, ma al tipo di economia nella quale sono inseriti.
L'occasione che è stata data, in quelle circostanze, non era evidentemente sufficiente.
Che ruolo può giocare, nell'integrazione dei lavoratori immigrati, la formazione nei paesi d'origine?
Un ruolo importante, che mi piace definire di "integrazione in partenza"
La formazione nei paesi di origine consente, da un lato, di depositare una ricchezza in quel paese, arricchendo le sue risorse umane, dall'altro di selezionare le persone che appaiono corrispondenti ai bisogni del nostro mercato del lavoro.
Attraverso quali strumenti si porteranno avanti politiche di questo tipo?
Gran parte del lavoro lo possono svolgere le associazioni di categoria, che già stanno producendo, in modo crescente, esperienze di questo genere.
Noi siamo intenzionati a incoraggiare comportamenti che creano in partenza un incontro diretto tra domanda e offerta.
I lavoratori formati direttamente nei paesi di origine avranno percorsi privilegiati all'interno del sistema delle quote?
Le quote sono un vincolo della legge.
Io dico però che questi lavoratori sono "fuori quota", nel senso che le quote relative possono essere via via concesse senza timore del problema quantitativo.
La qualità di questi flussi è tale che è ragionevole pensare che l'integrazione sia data in partenza e quindi questi flussi possono essere incoraggiati, non frapponendo ad essi gli ostacoli di una quota che non c'è.
Un'integrazione, quindi, fondamentalmente legata al lavoro?
Il lavoro è il principale strumento di legittimazione sociale,
Nel lavoro quindi consiste non solo una ragione prettamente economica, ma anche una ragione di integrazione sociale, di accettazione del cittadino immigrato da parte della società nazionale.
Lo dimostra il fatto che l'autoimpiego, il lavoro autonomo, l'auto-imprenditorialità sono ancor più sentite come una forma di legittimazione del cittadino immigrato a risiedere nel nostro paese, perché appaiono ancor di più come forme di responsabilizzazione nel processo di inserimento all'interno della nostra società.
Non si rischia però di considerare l'immigrato solo come forza lavoro?
No, assolutamente. Il discorso che ho fatto vale per tutti, anche per i residenti.
La nostra è una repubblica fondata sul lavoro, e questa affermazione della carta costituzionale consiste in una scelta ben precisa: il lavoro come mezzo per lo sviluppo della persona, come modo si essere utili non solo a se ma anche agli altri, al complesso della società.
(28 novembre 2002)
Elvio Pasca
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