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ROMA - Tempo fa, sulle pagine di Panorama, Sergio Romano rifletteva sulla difficoltà di convivenza tra culture diverse.
Parlando degli italiani in America, Romano ricordava il loro difficile percorso di integrazione, che li portò a creare comunità "a parte", chiuse, nelle quali continuavano gli usi e i costumi del loro paese d'origine.

Alle riflessioni di Romano ha risposto Samah Heba, una giovane musulmana di origine egiziana che vive e lavora nel nostro paese.

Scrive Samah in una lettera a Panorama: "Sono una ragazza egiziana musulmana, lavoro per una società americana a Roma e, come altre musulmane, porto il velo sulla testa.
Facendo riferimento al suo articolo, trovandomi in queste condizioni, dovrei essere rifiutata dai miei colleghi, dai miei vicini di casa, dai miei amici… Invece le assicuro che è ben diverso. Se per gli italiani emigrati in America anni fa la situazione è stata difficile o impossibile […] ora le cose sono cambiate.
Tra le comunità c'è tolleranza e rispetto verso gli usi e i costumi degli altri e, come si suol dire in Italia, non è giusto fare di tutta l'erba un fascio.
Islam e Cristianesimo possono tranquillamente condurre vite parallele visto che gli uni rispettano gli altri."

Abbiamo chiesto a Samah di raccontarci la storia della sua integrazione.
"Ho 21 anni, e lavoro da due anni e mezzo alla Angelo Costa s.p.a. Ho iniziato al call center, come operatrice, poi sono diventata coordinatore.
Adesso sto aspettando di partire per l'Egitto, dove sono stata incaricata di seguire un nuovo progetto."

Samah è quella che si definisce un'immigrata di seconda generazione.
"Mio padre - racconta - è arrivato in Italia per lavoro più di vent'anni fa. Io sono nata in Egitto e inizialmente mio padre era solo, poi, quando avevo 3 anni, io e mia madre l'abbiamo raggiunto.
Ho vissuto sempre in Italia, sono cresciuta, ho studiato e mi sono diplomata qui".

Credi che anche gli altri immigrati vivano la tua situazione?


Purtroppo non è così per tutti. Anche per quel che riguarda il lavoro, solo il 5% degli immigrati fa lavori di una certa importanza. Gli altri fanno i lavori tipici per immigrati, quelli meno qualificati.
Questi spesso non parlano bene l'italiano, non riescono a farsi capire. Si trovano quindi ad essere esclusi dalla comunità.

Credi che la situazione internazionale abbia complicato la vita degli extracomunitari, e in particolare dei musulmani, nel nostro paese?


Credo che prima ci fosse più tolleranza. Adesso, oltre che essere emarginato, l'extracomunitario è guardato con più diffidenza.
Eppure da parte degli extracomunitari c'è tanta voglia di integrazione, perché comunque ormai vivono qui. Tornano al loro paese solo per le ferie, o comunque per brevi periodi. Quindi adesso è questa la realtà con cui si trovano a contatto. Non trovarsi bene in questa realtà vuol dire vivere male.

Integrazione vuol dire anche rinunciare anche alla propria cultura?


No, vuol dire condividere le stesse emozioni, lo stesso lavoro. Si possono trovare punti d'incontro, ma le mentalità rimarranno diverse.
Per esempio io sono venuta in Italia, ho studiato e sono cresciuta quindi con una mentalità europea. Ho però sempre fatto riferimento alla mia origine, quindi porto il velo sulla testa e frequento la moschea.

(27 febbraio 2002)

Elvio Pasca