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Il presidente Smolizza "Per l'Inps i 700mila posti di lavoro sono assolutamente regolari". "Aiutiamo i paesi più poveri a costruire una previdenza sociale".
ROMA - Una "mano inattesa", un "toccasana", addirittura un "business".
A leggere i giornali la regolarizzazione sarebbe stata per l'Inps quasi un terno al lotto.
Nel balletto delle cifre sui contributi versati dai lavoratori immigrati non è facile orientarsi, ma si può star certi di una cosa: gli stranieri in Italia, quasi tutti giovani, solo tra molti anni busseranno alle casse dell'istituto per riscuotere una pensione.
Abbiamo parlato del rapporto tra Previdenza Sociale e lavoratori stranieri con Aldo Smolizza, presidente del Consiglio di Indirizzo e Vigilanza dell'Inps.
Presidente Smolizza, si sente spesso dire che gli immigrati sono un toccasana per l'Inps…
Su questo punto è necessaria una precisazione.
L'inps non è un'azienda privata che trae del beneficio se incassa di più o spende di meno. L'Inps è un'azienda che offre dei servizi che sono fissati per legge, se incassa 100 lire e ne spende 120 non è il suo bilancio ad essere in difficoltà, ma è quello dello Stato.
Perché noi le prestazioni le dobbiamo comunque dare per legge, se ci sono dei deficit tra entrate ed uscite il bilancio dello stato integra con la fiscalità generale.
Quindi dovremmo allargare lo sguardo alle casse dello Stato?
Certo, e sotto questo punto di vista è necessario che la base occupazionale di questo paese cresca.
Non c'è dubbio che in Italia la popolazione si sta rapidamente riducendo, e guardando le proiezioni nei prossimi anni, si capisce con chiarezza che l'economia del paese non può essere salvata con la nascita dei figli.
Quindi è indispensable che entrino altre popolazioni nel nostro paese.
Abbiamo bisogno di loro solo economicamente?
Credo che l'immigrazione sia necessaria anche dal punto di vista socio-culturale.
In tutte le vicende della vita del mondo le comunità che non si mescolano con altre comunità sono destinate a scomparire sul piano culturale, economico e sociale.
Il caso italiano è un caso che ha creato le condizioni di approccio più in ritardo rispetto ad altri paesi europei. È successo quando l'economia si è messa in grado di poter assorbire personale in attività nel nostro paese.
E crede che il nostro Paese si sia dotato degli strumenti giusti per gestire questo fenomeno?
Da questo punto di vista condivido la linea di Stranieri in Italia: il flusso d'ingresso non andrebbe regolato da un governo centrale con decisioni centrali.
A livello nazionale non si può percepire dettagliatamente l'esigenza di lavoratori stranieri: si ragiona su grandi numeri, "medie del pollo" che non hanno nessuna logica.
È indispensabile un decentramento.
Dovremmo dare più spazio alle Regioni?
Penso che la dimensione più adeguata non sia nemmeno regionale, ma sia piuttosto quella provinciale.
Nella provincia si trovano le strutture sociali più attive, quelle che conoscono il territorio, le imprese e i lavoratori.
È lì che si deve decidere quanti devono arrivare.
Coinvolgendo anche le associazioni di categoria….
Assolutamente sì. Ci si può rifare ad esperienze già fatte in passato, ad esempio con la legge 285 dell'80.
Da un accordo tra le parti sociali sul territorio si esaminavano con le imprese le previsioni degli anni successivi, si verificavano quanti posti di lavoro si sarebbero liberati e si avviavano processi di formazione professionale per quei posti.
I giovani uscivano da un percorso formativo scolastico, entravano nel percorso formativo professionale, ne uscivano ed avevano il posto.
E questi progetti riguardarono anche gli immigrati?
A Belluno si studiò una sperimentazione con dei lavoratori croati per le occhialerie.
Si pensò di fare della formazione professionale direttamente in Croazia, e nella formazione erano coinvolte il doppio delle persone necessarie a Belluno.
In questo modo, metà dei lavoratori formati restava in patria, diventando un elemento di opportunità per quella realtà. L'altra metà arrivava a Belluno già in possesso della professionalità richiesta.
La provincia nel frattempo aveva avuto anche il tempo per creare le condizioni abitative ottimali.
Ripeto, la dimensione territoriale può approcciare l'insieme del fenomeno.
Gestendo i flussi a livello locale, potremmo far entrare più lavoratori regolari, abbattendo anche il fenomeno del sommerso?
Indubbiamente con un governo di dimensione territoriale avremmo un flusso più governato e, per coloro che pensano solo alla sicurezza, meno "rischioso". Se poi lo impostassimo con la formazione fatta nel loro paese d'origine arricchiremmo anche pezzi di comunità nel loro paese
Non so però se diminuirebbero gli ingressi clandestini: il fatto che vengono più stranieri a lavorare regolarmente in Italia potrebbe anche fare anche da richiamo…
Passiamo alla regolarizzazione. Lo status di chi ha fatto domanda, indefinito sotto tanti aspetti, è poco chiaro anche per quanto riguarda l'Inps?
C'è una certa tendenza a dire che i 700mila non possono essere considerati lavoratori come gli altri.
Questo è errato: nel momento in cui il datore di lavoro ha fatto domanda di regolarizzazione ha riconosciuto all'Inps che esiste un rapporto di lavoro e su quel rapporto di lavoro paga i contributi.
E per noi quel rapporto di lavoro è un rapporto di lavoro regolare.
Se domani il Ministero dell'Interno dovesse dire che lo straniero non può più stare nel nostro paese, il rapporto di lavoro cesserebbe, ma non prima.
Quindi in questo momento siamo di fronte 700mila posti di lavoro assolutamente regolari.
Secondo il Sole 24 Ore, i versamenti dei 700mila potrebbero pagare i costi della decontribuzione…
È sbagliato fare ragionamenti di questo genere.
Perché il problema non è quello della momentanea copertura di risorse, il problema è che io ho un rubinetto e ho una fonte. Se nella fonte non mi entra l'acqua sufficiente perché il rubinetto bagni tutte piante che deve bagnare ho un problema.
Il bilancio previdenziale non è un bilancio annuale, ma un bilancio che deve offrire ai giovani che versano oggi la garanzia di poter aprire domani il rubinetto.
Gli immigrati versano, ma a un certo punto dovremo dargli delle prestazioni.
Con la Bossi-Fini i lavoratori rimpatriati non possono riscattare subito i contributi versati in Italia, ma, compiuti 65 anni, potranno riscuoterli sotto forma di pensione. Cosa ne pensa?
Io sono stato tra gli ispiratori di questa norma.
Semplificando, noi avevamo una legge che faceva restituire i contributi al lavoratore rimpatriato. Poi ci siamo trovati di fronte alla proposta di far perdere completamente i contributi versati.
Adesso invece si calcola una pensione a prescindere dalla quantità di soldi che sono stati versati
Ma cosa c'è di sbagliato nel restituire subito i contributi?
Io sono contrario alla restituzione immediata dei contributi perché il giovane non pensa alla pensione. Lo Stato deve fargli risparmiare il minimo vitale per quando ne avrà bisogno.
Quella norma obbliga a risparmiare e pensa al futuro di quelle persone, in positivo.
Molti però dicono che in tanti paesi del mondo è molto difficile arrivare a 65 anni…
Sono critiche piuttosto miopi.
Ci si immagina che quel mondo debba restare così sempre, mentre io immagino che tra trent'anni quello sia un mondo diverso, o comunque opero perché sia diverso.
Se non la pensassi così, non avrebbe nemmeno senso la logica del sistema previdenziale.
Perché devo pensare alla previdenza di una persona che tanto a 40, 50 al massimo 60 anni muore?
Crede che sia possibile costruire sistemi previdenziali anche nei paesi più poveri?
Non si può pensare di non farlo.
Io vorrei che l'Inps facesse progetti di solidarietà con tutti paesi del mondo per aiutarli a costruire un sistema sociale e previdenziale.
Anche se so che oggi la loro risorsa è niente, lo costruisco perché immagino che tra un po' di tempo potranno averlo, potranno farlo funzionare.
Ci sono già state esperienze di questo tipo?
In Burkina Faso l'istituto di previdenza sociale si chiama "Inps".
E non è un caso: il direttore dell'istituto si è formato qui da noi e ha voluto chiamare Inps anche la previdenza del Burkina Faso.
L'Inps del Burkina Faso non sta dando certo pensioni, sta però distribuendo le poche prestazioni sociali d'altro genere che quel paese riesce a dare.
Il problema è iniziare a creare delle precondizioni.
(10 marzo 2003)
Elvio Pasca
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