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La testimonianza di Tatiana: una storia di schiavitù

La schiavitù: una piaga nascosta, ma viva e profonda anche in Italia.

Questa volta non parliamo delle ragazze che finiscono nel racket della prostituzione, ma di quelle asservite nelle case di tante famiglie italiane.
Molte giovani extracomunitarie, che arrivano nel nostro paese per fare le colf o le badanti, finiscono in una condizione disumana. Recluse, private dei documenti e della possibilità di mantenersi in contatto con i propri familiari, sottopagate, entrano in un tunnel di disperazione da cui è possibile uscire solo fuggendo e denunciando i propri sfruttatori.

Il Comitato contro la schiavitù moderna (Ccsm, tel 02.763.170.47 o 333.107.4838) ha registrato finora 100 casi in Italia di "schiavitù domestica", oltre 20 dei quali nell'ultimo anno. E questi sono solo i casi venuti alla luce, è difficile allora quantificare la disperazione nascosta di tante giovani donne nelle case italiane.
Più che alla freddezza delle cifre, abbiamo deciso di affidarci al racconto di una ragazza che attraverso questo inferno è passata.

Tatiana aveva ventisei anni, un marito, una bambina e una laurea in pedagogia che non riusciva però ad assicurale un lavoro nel suo paese, l'Ucraina.
"Volevamo dare un futuro alla nostra bambina, vivere meglio. Avevamo bisogno di soldi, e così ho deciso di partire".
Tatiana si rivolge allora a un'agenzia, che, per 800 dollari, le fa avere un visto per l'Italia, assicurandole che le avrebbero trovato un lavoro come colf o badante. Così, insieme a un gruppo di connazionali (per lo più donne), arriva a Napoli dopo tre giorni di viaggio in pullman.
"Lì una ragazza ucraina e due italiani mi hanno accompagnato in una casa, dicendoci che dovevamo aspettare che ci trovassero un lavoro. Era una casa vuota, abbandonata e dormivamo su materassi messi a terra.
Eravamo felici, però, perché tra poco avremmo avuto un lavoro. Ci hanno detto che dovevano farci i documenti per lavorare regolarmente, e quindi abbiamo consegnato i nostri passaporti. Hanno voluto anche altri 200 dollari per trovarci il lavoro, e dopo qualche giorno mi hanno detto che avevano trovato qualcosa per me."

La mediatrice ucraina porta Tatiana presso una casa in provincia di Napoli, per assistere un' anziana non autosufficiente. La ragazza adesso è sola, non parla l'italiano, ma si dedica al lavoro con la devozione di chi pensa di essersi conquistata qualcosa di importante.
"Lavoravo, lavoravo, ma era molto difficile. La "nonnetta" (Tatiana nonostante tutto, continua ad usare un vezzeggiativo) dormiva pochissimo, si svegliava continuamente e dovevo cambiarle il pannolino. Alle sei del mattino dovevo farle la colazione, poi iniziavo la pulizia di casa e la cura del giardino. Lei era capricciosa, mi sgridava continuamente, forse non era più lucida a causa dell'età".
Tatiana non ha un momento libero, ogni tanto la figlia dell'anziana la viene a prendere e la porta a casa sua per fare le pulizie. "Andavo a letto a mezzanotte, sapendo che mi sarei dovuta svegliare più volte e poi ricominciare tutto da capo."

Nonostante le condizioni durissime a cui è sottoposta, Tatiana, continua a lavorare senza lamentarsi, aspettando la fine del mese e lo stipendio che le hanno promesso: 800 dollari.
In tutto questo periodo la ragazza non esce ("mi avevano detto che se la polizia mi trovava senza documenti mi avrebbe espulso dall'Italia) e non può nemmeno contattare i suoi familiari in Ucraina.
La fine del mese arriva, e con essa anche una sorpresa amara: "la figlia della signora mi chiama e mi da 400mila lire. Altro che gli 800 dollari promessi. Non avendo il recapito telefonica della ragazza ucraina, però, non potevo chiamarla".

È la mediatrice a farsi viva qualche mese dopo, e assicura a Tatiana che le avrebbe trovato un lavoro migliore.
E questa nuova occasione, con la promessa di uno stipendio più alto, arriva. Intanto Tatiana paga altri 200 dollari.
Il lavoro "migliore" consiste di nuovo nell'assistenza, e questa volta non c'è una sola "nonnetta", ma tre anziani, uno dei quali non si alza nemmeno dal letto.

Ancora una volta Tatiana è pagata meno di quanto le avevano promesso, e quando la "mediatrice" le propone per l'ennesima volta qualcosa di nuovo, capisce che è il momento di scappare, e tornare libera.
"Non ce la facevo più, non parlavo con la mia famiglia,non sapevo cosa stava succedendo. Ero distrutta, dimagrita, psicologicamente stanca e mi sembrava di non riuscire più a vivere, con il mondo che mi crollava intorno. Avevo capito che continuando così mi sarei uccisa, o avrei dovuto trovare i soldi per curarmi".

La ragazza scappa, e si salva, trovando in una stazione della polizia la speranza che credeva di aver perso per sempre. "Ho raccontato loro la mia situazione e mi hanno consolato. Mi hanno detto che non tutti gli italiani erano così. Mi hanno fatto chiamare, finalmente, i miei familiari: erano disperati, credevano che avessi fatto una brutta fine, addirittura che fossi morta".

Tatiana, arriva al Regina Pacis, il centro di accoglienza di San Foca (Lecce) fondato e diretto da don Cesare Lodeserto, e qui rinasce, uscendo dal tunnel di disperazione in l'aveva gettata la mancanza di scrupoli di persone disoneste.
"Arrivando qui, vedendo altre ragazze come me e parlando con loro, ho capito che c'era una speranza, che non era tutto tragico come mi sembrava."
Il Regina Pacis è il primo centro di accoglienza nato in Italia, il sette marzo del 1997. Sulla sua esperienza è stata sviluppata l'idea dei centri di accoglienza nel nostro Paese.
"Dall'apertura ad oggi - spiega don Cesare, giustamente fiero della sua creatura - abbiamo accolto poco più di 53mila persone, di 56 nazionalità differenti, e all'interno del centro sono nati 47 bambini".

Tatiana, come tante altre ragazze che escono da esperienze anche più gravi della sua, ha seguito un percorso di recupero, fisico e psicologico. Grazie a don Cesare e ai suoi collaboratori ha potuto studiare e avere una formazione professionale, il programma di protezione previsto dall'articolo 18 della legge sull'immigrazione le ha permesso di inserirsi nel mondo del lavoro con quella dignità che qualcuno aveva tentato di negarle.
"Adesso lavoro, e sono contentissima. Faccio assistenza presso una famiglia che mi tratta come una figlia.
È cambiato tutto, riesco a parlare con la mia famiglia quando voglio, e ho uno stipendio regolare.
Sto pensando di far venire qui mio marito e la bambina. Non so se un giorno torneremo in Ucraina o se rimarremo in Italia, però adesso sono tranquilla serena, e sono convinta che nessuno potrà farmi niente di male".

L'inferno di quei mesi da reclusa ha lasciato a Tatiana una ferita che difficilmente si rimarginerà del tutto, ma le sue parole, finalmente, hanno la forza e la determinazione di chi, nato un'altra volta, guarda avanti.
"Oggi capisco in un altro modo, vivo un'altra vita. I miei occhi sono aperti, sento di essere una persona, una donna".

(29 maggio 2002)

Elvio Pasca