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Imprese etniche
8mila cinesi nel tessile
"Importano in Italia i prodotti del loro Paese d'origine, o hanno impiantato fabbriche in Cina". Da quest'anno il settore è liberalizzato

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Sono 7.735 i cittadini cinesi titolari in Italia di licenza per importazione e commercio all'ingrosso e al minuto di prodotti tessili made in China.

I dati, elaborati dal centro di ricerche Spinner, sono stati resi noti ieri sera a Milano nel corso di un convegno dedicato alle conseguenze della liberalizzazione del settore tessile organizzato dalla Camera del Lavoro.

Dal primo gennaio 2005, dopo quasi 40 anni, l' intero comparto è libero agli scambi internazionali. Esistono fondate ragioni per temere un forte aumento di importazioni in Italia, che è il maggiore tra i Paesi tessili (con 800mila addetti nella filiera moda) rimasti in Europa.

Secondo Antonella Ceccagno, ricercatrice dell'Università di Bologna e direttore del centro di ricerca e servizi per l' immigrazione di Prato, "si sta trasformando l'intero sistema moda con l'aumento di migranti cinesi che si sono messi a fare gli importatori in Italia di prodotti del loro Paese d'origine, o hanno impiantato fabbriche in Cina".

Giuseppe Augurusa, segretario generale della Filte Cgil, ha ricordato la congiuntura negativa del settore "che da 40 mesi é caratterizzato dal segno meno, con un calo delle vendite e delle esportazioni del 6% nel 2003, con 50mila posti di lavoro bruciati in due anni".
"Per tutelare il comparto - sostiene Augurosa - occorre applicare le clausole di salvaguardia previste nell'accordo che consentì alla Cina nel 2001 di entrare nel Wto, sostenere il marchio del made in Italy e imporre la tracciabilità del prodotto".

Secondo Infocamere, la società che gestisce la rete informatica delle Camere di Commercio, alla fine di giugno 2004 gli imprenditori cinesi in Italia erano quasi 18mila, ed erano impegnati prevalentemente nelle attività manifatturiere e nel commercio.

(22 febbraio 2005)

EP