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Intervista a Livia Turco
"Costruire la convivenza"
"Obiettivo cruciale nel governo dell'immigrazione". "Insieme a diritto di voto bisogna promuovere la partecipazione"
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ROMA - Costruire la convivenza, un sistema condiviso che sia alla base della società italiana, della quale fanno parte vecchi e nuovi cittadini. Secondo Livia Turco, responsabile welfare dei Ds, questo tema dovrebbe essere una priorità per il governo dell'immigrazione ma anche il centro di un dibattito al quale tutti sono chiamati.

"I cittadini stranieri sono una presenza sempre più numerosa ma anche più stabile in Italia, con centinaia di migliaia di bambini e adolescenti cresciuti nel nostro Paese - spiega l'on. Turco a Stranieriinitalia.it - Di conseguenza diventa prioritario non limitarsi a parlare dei loro diritti. Gli immigrati non sono più una società a parte ma sono una parte della società e la stanno cambiando attivamente. La convivenza, lo stare insieme noi e loro, fino ad oggi considerato un tema secondario, deve essere assunto come obiettivo cruciale nel governo dell'immigrazione".

Livia Turco


Da dove partire?

Io credo che esistano sul territorio già tanti progetti di integrazione che la politica non conosce e che andrebbero valorizzati. Dobbiamo conoscere le diversità, offrire pari opportunità, superare le discriminazioni e arrivare a un sistema condiviso. Chi viene nel nostro Paese deve rispettarne le regole e i valori senza rinunciare alla propria identità, facendo interagire la propria identità con questi doveri.

Un patto di convivenza?

Esatto, e in quest'ottica credo che siano fondamentali e urgenti una riforma della legge sulla cittadinanza e il diritto di voto, che configurano un modello che pur riconoscendo le diversità esalta sopratutto l'appartenenza alla comunità e la condivisione di valori comuni. Per questo è importante legare la cittadinanza all'apprendimento della lingua e della cultura italiana, indispensabili per sentirsi a pieno titolo cittadini nel nostro Paese.

Crede che agli stranieri in Italia interessi davvero andare alle urne?
L'esperienza europea ci dice che il diritto di voto da solo non basta. Bisogna affiancargli la promozione della partecipazione politica degli immigrati, coinvolgerli attivamente. Per questo è importante che ci sia l'impegno dei partiti, dei sindacati e delle istituzioni a promuovere al loro interno questa partecipazione.

Anche prima che questi possano votare?
Certamente, i sindacati in Italia hanno già dato un buon esempio, i partiti meno e di questo non posso non dolermi. Anche in queste elezioni politiche, e lo dico in particolare per quanto riguarda i Ds, s'è persa l'occasione di mandare in Parlamento delle persone immigrate. È indispensabile che i partiti politici promuovano leadership di immigrati, se non c'è questo è chiaro che il diritto di voto da solo non basta.

Che ostacoli si incontrano sulla strada della convivenza?
Principalmente l'indifferenza e la disinformazione. Molte volte la politica è lontana dagli immigrati in carne e ossa, non conosce le loro storie e come vivono. Mi colpisce l'indifferenza rispetto a un tema così strategico. Sulla non conoscenza si costruiscono poi luoghi comuni, pregiudizi e paura. Per una vera integrazione bisogna invece conoscersi, riconoscersi e avere cura delle relazioni tra le persone.

Questo è compito della politica?
La politica può fare molto e io chiedo al centro sinistra di assumere questa tema come uno dei suoi obiettivi più importanti. Qui non si tratta solo di fare delle buone leggi, ma anche di valorizzare le buone pratiche che ci già sono sul territorio, far vedere le facce positive dell'immigrazione, i cambiamenti positivi che l'immigrazione sta producendo. Credo che la politica dovrebbe creare luoghi di incontro. Questo deve avvenire nella scuola, nel lavoro, nella vita quotidiana, ma deve avere anche una dimensione simbolica, sarebbero importanti campagne formative, come anche un Ministero della Convivenza, luogo istituzionale in cui si rende visibile la convivenza tra le persone.

Non andrebbero anche riscritte le leggi che regolano la vita degli stranieri in Italia?
Questo è certo. Bisogna rottamare la Bossi-Fini e scrivere una nuova legge sull'immigrazione migliorando quella del centrosinistra che comunque costituisce un ottimo punto di partenza. Questo andrebbe fatto rapidissimamente insieme alle leggi sul voto, sulla cittadinanza, sul diritto d'asilo, sulla libertà religiosa e sulla cooperazione. In genere però si tende a limitare il discorso dell'immigrazione a quello delle leggi, ma non basta. È tempo di aprire un dibattito su quale convivenza è possibile, a fronte della crisi dei modelli di integrazione e di convivenza che c'è a livello europeo. In Italia questo dibattito non c'è mai stato, l'incontro, l'arricchimento reciproco mi pare che non sia stato tematizzato.

Chi dovrebbe partecipare al dibattito?
Tutti, perché qui non si parla solo degli immigrati ma dell'intera società italiana. L'immigrazione la sta cambiando, io credo in meglio, e dobbiamo discutere insieme delle forme della convivenza. I nuovi italiani sono sia gli stranieri che decidono di vivere con noi sia i vecchi italiani che devono comunque rinnovarsi.

Il cardine della Bossi-Fini, entri in Italia solo se hai già un lavoro, ha mostrato tutti i suoi limiti. Come ridisegnare gli ingressi regolari?
Penso che sia importante reintrodurre l'ingresso per ricerca di lavoro attraverso al figura dello sponsor, così come, per evitare sanatorie periodiche, prevedere un meccanismo di regolarizzazione ad personam per chi entra con un visto turistico e poi trova un lavoro nel nostro Paese. Contemporaneamente si dovrebbe puntare sulla qualificazione del lavoro e favorire anche il rientro nel loro Paese degli immigrati che acquisiscono competenze in Italia e vogliono reinvestirle.

Questo chiama in causa la nostra politica estera…
L'immigrazione deve essere parte attiva nella politica estera di cooperazione e di pace, non può essere un capitolo a se stante. Come si può governare l'immigrazione al di fuori di una grande politica di sviluppo e cooperazione? Penso che sia praticamente impossibile.

L'Italia può fare tutto da sola?

No, c'è bisogno di una politica comune europea. Per l'Europa l'immigrazione non deve essere solo controllo delle frontiere, ma anche una politica comune di ingressi regolari, di integrazione. Certo ciascun paese ha la sua storia, non si possono cancellare le differenze, ma sopratutto per quanto riguarda il cosviluppo con i paesi da cui provengono i flussi migratori è assolutamente necessaria una strategia europea. L'Ue potrebbe promuovere un'emigrazione regolata ma aperta dall'Africa. Gli accordi bilaterali possono combattere l'immigrazione clandestina, così come un meccanismo d'ingresso conforme alla flessibilità del mercato del lavoro.

E quando questo non basta?
Come ho detto andrebbero introdotte regolarizzazione ad personam, ma è chiaro che una politica dell'immigrazione non può fare a meno di meccanismi di espulsione per chi entra illegalmente nel nostro territorio. Oggi c'è una discussione aperta sui Cpt, che non possono certo essere quelli della Bossi-Fini. Penso però che chi entra illegalmente nel nostro paese, è privo di documenti e non collabora per l'accertamento delle sue generalità va trattenuto per essere identificato. Inventiamoci quello che vogliamo, ma questo deve avvenire.

(8 maggio 2006)

Elvio Pasca