Lo studio
Lavoro: nuovi paesi dell'Unione aiutano la Vecchia Europa
Commissione Ue: "nessuna invasione e spinta per economie"
BRUXELLES - Nessuna invasione di operai e mano d'opera non qualificata a basso costo dell'Est nei "vecchi" paesi dell'Unione dopo il recente allargamento dell'Europa comunitaria.
E' quanto emerge da un rapporto della Commissione Ue che ha tracciato il suo primo bilancio ufficiale sull'impatto dell'allargamento nei mercati di lavoro della ex Ue a 15. Lo studio, che sarà presentato domani dal commissario al lavoro e gli affari sociali, Vladimir Spidla, è centrato sulla libera circolazione dei lavoratori dei 10 nuovi stati Ue, in particolare sugli effetti delle restrizioni transitorie poste dalla maggioranza dei 'vecchi' 15 a tale movimento.
Il rapporto evita dare consigli ai singoli stati Ue, ma allo stesso tempo ricorda con forza che la circolazione delle persone rappresenta "una delle libertà fondamentali dei trattati europei".
Il documento sottolinea in sostanza come quello dei lavoratori sia uno degli aspetti più riusciti dalla complicata 'operazione-allargamento' che, nel maggio del 2004, ha portato all'ingresso della Polonia e di altri nove stati. Lo studio rileva per esempio che le correnti di lavoratori provenienti dai 10 sono state "molto limitate, e non sufficientemente ampie da incidere sul mercato del lavoro Ue", segnalando inoltre che "la percentuale di cittadini dei 10 paesi residenti nell'Ue a 15 è relativamente stabile, prima e dopo l'allargamento". Su questo fronte, "gli aumenti più consistenti hanno avuto luogo in Gran Bretagna, e soprattutto in Austria e Irlanda", aggiunge lo studio, che evidenzia come le correnti immigratorie post-allargamento abbiano avuto degli "effetti positivi sull'economia" dei 15 'vecchi' paesi.
Polacchi, baltici o ungheresi hanno per esempio reso meno grave "il problema dei colli di bottiglia settoriali" delle economie dei 15, con un contributo "complementare" rispetto ai lavoratori della 'vecchia' Europa. In altre parole, i lavoratori dell'Est suppliscono la mancanza di mano d'opera, per esempio nel settore delle costruzioni.
Un altro dato chiave riguarda l'alta percentuale di permessi di lavoro, o di residenza, che vengono concessi per contratti a breve o per lavoratori stagionali. Lo studio ricorda il caso di diversi paesi, fra i quali l'Italia, dove - precisa - "il 76% dei permessi di lavoro concessi nel 2004 (e il 71% nel 2005) è andato a lavoratori stagionali".
Il rapporto ricorda, infine, che Svezia, Gran Bretagna e Irlanda sono gli unici paesi che, quando é scattato l'allargamento, hanno deciso di lasciare le porte del proprio mercato del lavoro completamente aperte. Gli altri 12 paesi hanno invece preferito attivare misure transitorie di contenimento. Anche se manca ancora una decisione ufficiale, Spagna, Finlandia potrebbero ora eliminare tali restrizioni, e anche altri stati sarebbero orientati nella stessa direzione. Una delle ragioni che spiega perché polacchi, baltici o ungheresi sono rimasti a casa - conclude lo studio - è l'andamento delle economie dell'Est: il fatto cioé che "dalla data dell'allargamento, il mercato del lavoro di tali paesi è stato positivo, con i tassi di disoccupazione che nella maggioranza dei casi sono diminuiti".
(7 febbraio 2006)