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Cresce la richiesta di manodopera extracomunitaria in Veneto
(ANSA) - VENEZIA, 19 LUG - Il Veneto cresce economicamente ma
cala demograficamente e, in perenne caccia di forza lavoro,
guarda alle donne; cresce il loro tasso di attività con 15.000
nuove addette all'anno; rimane però ampia la richiesta di mano
d'opera extracomunitaria per fronteggiare una "fame" di 20
mila addetti in più all'anno a fronte di un calo demografico di
200 mila persone stimato nei prossimi 10 anni.
E' la fotografia annuale dell'Agenzia Veneto Lavoro della
Regione Veneto che per la prima volta nella storia registra la
nascita dei "casalinghi maschi" che nel 2001 sono seimila, per
lo più anziani.
La disoccupazione intanto si attesta, nel 2001, al 3,5%, ed
é confermata anche per i primi sei mesi del 2002 con una
componente maschile del 2,1% e femminile del 5,4%: nel 1994
erano 120 mila le persone in cerca di lavoro nel 2001 solo 71
mila di cui 10 mila a caccia del primo impiego.
La ricerca curata da Bruno Anastasia conferma un Veneto
affamato di manodopera che però deve essere sempre più
specializzata e per questo - d'accordo sindacati, industriali e
Regione - ci vuole più formazione. Livelli di eccellenza,
quelli del Veneto, che non devono essere un traguardo, per il
sottosegretario al welfare Maurizio Sacconi, il quale avverte
che non bisogna arrestare la crescita. Il problema, però, è il
vuoto, nei prossimi 20 anni, di 500 mila addetti, ricordato da
Luigi Rossi Luciani, Presidente degli Industriali del Veneto,
che indica in tre vie la soluzione: modifica del mercato del
lavoro interno, più donne e ancora extracomunitari. "Ma certo
- aggiunge scettico - non saranno le prime due strade a darci la
soluzione". Spazio ancora all'immigrazione, quindi, che però
va assistita socialmente e con la formazione, dicono Cgil, Cisl
e Uil. Un fenomeno che, nel 2001, ha visto in quattro province
prese in esame 8-9 mila nuove assunzioni di cittadini extra Ue
su un totale 15 mila.
Stranieri che ora sono il 3% della popolazione veneta a
fronte dei 4,5 milioni di abitanti. Extracomunitari tutti attori
del mercato del lavoro mentre i giovani rinviano l'ingresso in
azienda, studiano di più rispetto al passato, con gli adulti
sempre più presenti in maniera massiccia e con gli anziani che
si ritirano senza apparenti difficoltà.
Un quadro di riferimento sugli scenari futuri, quindi
formazione e qualità delle imprese, viene tratteggiato dai tipi
di contratto e da dove provengono. Si è così esaurito il
Veneto neoindustriale e avanza il terziario, i servizi a imprese
e persone: il manifatturiero perde 44 mila unità di addetti in
tre anni mentre terziario ne richiede 44 mila in un solo anno.
Crescono mobilità e flessibilità con rapporti di lavoro sempre
più stabili tanto che quelli temporanei, tra il 1995-2001, sono
cresciuti di 22 mila unità a fronte di quelli permanenti che
sono aumentati di 116 mila.
A preoccupare, secondo Franco Sech segretario veneto della
Cisl, sono quei 20 mila addetti che non riescono a trovare
lavoro. "Si tratta di persone di età medio alta - dice - che
non riescono a reinserirsi nel mercato del lavoro in gran parte
per debito formativo: su questo fronte, alla ricerca
dell'eccellenza, in un Veneto dove tutto sembra andare bene,
bisognerebbe agire".
(ANSA).
(19 luglio 2002)
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