Italia

                             Europa

                             Statistiche

                             L'intervista

                             Flussi

                             Città e regioni

                             Il mio avvocato

                             La voce del volontariato

                             Media

                             Cultura

                             Musica


A Poggibonsi. Jamal Ouassini: "Io violinista del mondo"   Invia questo articolo

REGGIO EMILIA - Sarà presto a Santarcangelo dei Teatri e poi in Toscana (17 luglio), al festival "Atuttomondo" di Poggibonsi, con il suo Ensemble per una serie di straordinari concerti. Jamal Ouassini, raffinato violinista di Tangeri, è dal 1985 cittadino italiano.
Si considera uno "straniero" fortunato e critica le nuove leggi italiane che considerano gli immigrati "come un cacciavite che quando si rompe si può gettare". Ma è attraverso la sua musica arabo andalusa che Ouassini, dal 1998 direttore del Centro di Studi Musicali di Reggio Emilia, "Sheherazade", realizza l'ideale di una società multietnica aperta alle culture del mondo. Alla guida del progetto artistico "Orchestra di Tangeri", coprodotto dal Festival DiNuovoMusica di Reggio Emilia, Ouassini sta per pubblicare un cd dal titolo "Incontro a Tangeri", con i contributi di Tahar Ben Jelloun, e probabilmente di Moni Ovadia e Dacia Maraini.

La sua formazione è particolare: un incrocio di popoli, musiche e culture. Ce ne può parlare? Sente affinità per un "filone" in particolare? C'è un artista o un tipo di musica ai quali si sente debitore in qualche modo?

"Be', il mio filone, per così dire, non può che essere la musica araba. La mia tecnica strumentale - suono il violino - e la mia cultura sono quelle arabe. Tuttavia, dalla cultura musicale araba sono sempre partito per arrivare un po' dove la musica stessa mi portava. Quindi, il jazz, il flamenco, la musica ebraica, quella classica, la world music in senso lato, sono fondamentali nel mio mondo musicale.

Mi sono trovato in sintonia con Paolo Fresu, con Mauro Pagani, con i Fratelli Mancuso, con Moni Ovadia, con Gabriele Mirabassi con la Carboneria Flamenca, ma anche con l'Orchestra del Conservatorio di Santa Cecilia, per fare un esempio 'ufficiale'. C'è da dire che, dato che la musica araba è costruita in modo particolare sull'improvvisazione e in assenza di partiture ecco, forse questo mi ha aiutato, in qualche modo predisposto, ad essere naturalmente aperto alla contaminazione, al dialogo musicale. Se prendiamo un musicista classico italiano, che quindi esce dal Conservatorio, vediamo che e molto più 'ingessato', fa molta piu fatica ad uscire dai suoi canali prestabiliti.

Io sono di Tangeri, e Tangeri stessa è sempre stata un incrocio di culture: questa fortuna mi è capitata proprio sulle pelle".

Come è nata l'Orchestra Arabo-Andalusa e qual è il suo repertorio?
"Non è possibile dire quando è nata l'Orchestra di Tangeri, non c'è un atto di nascita in senso stretto, nel senso che l'Orchestra affonda le radici nella storia del Marocco e nella storia araba. Da un punto di vista occidentale quello che ho appena detto può sembrare una banalità, ma non lo è. L'Orchestra nasce secondo modalità 'anomale' per il mondo occidentale e, per spiegarle, occorre andare, almeno in parte, a ripercorrere la storia della musica andalusa.

La musica andalusa, dopo che gli arabi si ritirarono dalla Spagna venne, prima, conservata tra le mura domestiche di quelle famiglie aristocratiche che, oralmente, dalla Spagna hanno portato con sé il patrimonio musicale maghrebino. Successivamente, la tradizione colta della musica andalusa - colta perché stiamo parlando della musica 'classica' araba, per dirla in senso occidentale - ebbe una diffusione tra la popolazione diventando, così, uno dei pilastri della cultura marocchina. Sono poi nate associazioni musicali che l'hanno praticata, conservata e ulteriormente diffusa.

L'importante è tenere ben presente che stiamo parlando di una tradizione musicale orale, che non è mai stata scritta su partitura. Il repertorio dell'Orchestra e, più in generale, di questa secolare tradizione della musica colta araba, è quello delle Nube. Le Nube, eseguite dall'Orchestra di Tangeri ma non solo, hanno la forma di suite musicali di brani strumentali e vocali, nelle quali viene raccolto uno dei patrimoni letterari e musicali più importanti della civiltà araba: si tratta di poemi che hanno per tema l'amore, la natura, il vino, le città dell'Andalusia e le varie fasi del giorno e della notte".

E' vero che sta per uscire il suo cd "Incontro a Tangeri" con i contributi di Tahar Ben Jelloun, Moni Ovadia e Dacia Maraini? Qual è il significato di questa opera? E quando verrà presentata in anteprima?
"Sì, il cd è ormai pronto. Tuttavia, oltre a confermare che Tahar Ben Jelloun ha consegnato da tempo il suo lavoro, su Moni Ovadia e la Maraini preferisco non rispondere in quanto, Moni Ovadia sta scrivendo e la Maraini ci deve confermare o meno la sua adesione al progetto.

'Incontro a Tangeri' è un canto per la pace: con questo lavoro l'Orchestra di Tangeri, accompagnata dai cantanti Stefano Albarello, Esti Kenan Ofri e Younes Chadigan, ha inteso offrire parte del patrimonio della musica andalusa, ossia di quella musica nata, come ha scritto Ben Jelloun, nel periodo dell'Andalusia felice, quando ebrei, musulmani e cristiani riuscirono a trovare una forma di convivenza che li portò, assieme, a toccare altissimi vertici culturali e, nello specifico, musicali.

Il progetto, reso possibile grazie all'Associazione Sheherazade di Reggio Emilia, vuole essere un incontro di dialogo e di speranza. La presentazione ufficiale è prevista in settembre alla Festa Provinciale dell'Unita di Reggio Emilia".

Come è avvenuto il suo arrivo in Italia? Come si è trovato e quali difficoltà e soddisfazioni ha incontrato? Cosa pensa dell'attuale situazione italiana rispetto ai cittadini extracomunitari?
"La mia è una storia particolare, forse anomala per un migrante, per uno 'straniero'. Sicuramente la mia è stata una storia privilegiata nel senso che, ancora adolescente, dopo essermi diplomato in violino nel mio paese, il Marocco, vinsi una borsa di studio per venire a studiare in Italia.

Qui, prima mi sono diplomato in violino all'Accademia di Musica Moderna di Verona, poi mi sono stabilito come musicista professionista. Dall'85 sono anche cittadino italiano. Diciamo che tutti i problemi degli altri migranti (casa, lavoro, cibo, scuola) per me non ci sono stati e, tutto questo, lo devo alla mia famiglia e, in particolare, a mio padre.

Credo che l'attuale situazione sia, per gli extracomunitari, assai delicata. Da un lato, come qui a Reggio Emilia, ci sono condizioni di integrazione di buon livello e, in alcuni casi, eccellente. In altre parti del paese, invece, la situazione è molto piu difficile. Certamente, le nuove leggi del Governo italiano stanno complicando la vita agli stranieri e, in alcuni casi, la stanno peggiorando oltre ogni senso di civiltà. Penso, in modo particolare, ai ricongiungimenti familiari e all'idea che lo 'straniero' sia come un cacciavite che quando si rompe si può gettare".

Che cos'è Sheherazade?
"Sheherazade è un'associazione culturale, un centro di studi musicali e una scuola di musica. E' nata nel 1998 grazie ad Andrea Bonacini, l'attuale presidente che, da Verona, è riuscito a trascinarmi a Reggio Emilia con questa idea un po' pazza di fare una scuola di musica araba. Dopo cinque anni di lavoro il bilancio è molto positivo.

L'idea di fondo di Sheherazade è quella di ritenere che il bacino del Mediterraneo, perlomeno a partire dai Greci, sia sempre stato una specie di pentolone di un'unica grandiosa civiltà nella quale tante culture si sono espresse e continuano a esprimersi secondo modalità del tutto proprie. Infatti, se guardiamo agli artisti che hanno collaborato o collaborano con Sheherazade, si vede come siano artisti che, quasi sempre, tengono ben saldo tra le mani il binomio tradizione/innovazione e l'idea che il metissage sia, non un limite, ma una straordinaria risorsa per la qualità delle civiltà, nessuna esclusa".

(8 luglio 2002)

Giovanni Senatore