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E' arrivata a Roma la mostra sull'architetto anglo-irachena Zaha Hadid, annunciata già un anno fa e più volta rinviata. Da ieri è in scena nei due grandi spazi dell'ex caserma di via Guido Reni dove sorgerà il Centro per le Arti Contemporanee di Roma. Zaha Hadid, è un architetto non solo "geniale", ma soprattutto molto inventivo ed esigente, mai banale e caratterizzata da un disegno fortissimo dei propri progetti. Le sue linee sono sghembe, spezzate, intrecciate, il suo universo visivo perennemente fluttuante e stupefacente, in termini operativi.
Laureata in matematica a Beirut, formatasi professionalmente a Londra dove ha anche lo studio e che però dichiara di non avere veri maestri, è chiamata in ogni angolo del globo ad immaginare nuovi spazi urbani. Tredici di questi progetti, tra cui la Grande Biblioteca di Montreal, il Terminal marittimo di Salerno, il museo temporaneo Guggenheim di Tokyo, lo spazio espositivo Mind Zone a Londra, il Centro per i Media e l'Arte di Dusseldorf, un terminal ferroviario a Strasburgo e il Museo d'arte contemporanea a Cincinnati (varietà progettuale che già racconta il grande talento di Hadid), sono in mostra a Roma.
Accanto a questi, in un allestimento spettacolare curato dalla stessa Hadid, e per far familiarizzare il pubblico con il suo mondo visivo, compaiono anche oggetti di design, prototipi di mobili, i costumi per il balletto Metropolis realizzati nel '99, e poi libri, film e tutto quanto possa contribuire a tracciare un ritratto complessivo dell'artista.
Sono soprattutto i plastici a dover raccontare non solo la filosofia architettonica di Hadid, ma anche la sua concezione, altrettanto densa, sulla città contemporanea. "L'idea è quella di fornire spazi pubblici potenzialmente in grado di dare alla gente piacere, divertimento, comodità e benessere simili a quelli provati in un paesaggio", come ha spiegato in un intervista rilasciata ad Adriana Polveroni per "Repubblica". Non a caso Hadid lavora prevalentemente su luoghi della socialità, e dettaglio non indifferente apprezza molto le città italiane in quanto "non corrotte dalla bruttezza, come invece è successo a quelle inglesi".
(17 maggio 2002)
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